martedì, luglio 12, 2005
MA SE VI LAMENTATE PERCHE' NON CAMBIATE?
di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 12 luglio 2005)
Ma siamo sicuri che in Romagna ed in Emilia si stia così bene? L’esperimento postgiornalistico con cui ho lanciato in pasto ai lettori della Voce una domanda (“perché in Romagna ed in Emilia si sta così bene?”) ha in realtà prodotto un inaspettato coro di controinterrogazioni. I lettori infatti, invece di dare per scontato il presupposto della mia domanda (ossia che in Romagna ed in Emilia ci sia alta qualità della vita, benessere e ricchezza diffusa) si sono concentrati nel distruggerlo, affermando che in realtà questo non è il paese del Bengodi, e che problemi ce ne sono eccome. C’è chi è stato più catastrofista e ha sostenuto che qua è tutto uno sfascio, chi lo è stato meno e ha comunque denunciato più pacatamente crisi e problemi, chi ha infine sostenuto che qui si sta bene, sì, per merito dei lavoratori di ogni tipo. Di fronte però a queste diverse posizioni argomentate un qualche dubbio sorge naturale. Se è vero che l’opinione pubblica non è poi così compatta intorno all’idea che questo sistema sia una sorta di paradiso in terra, perché questo non si risolve in un dialogo pubblico? Perché quando si parla di Emilia-Romagna l’unica voce che arriva nei palazzi a Roma, negli spazi delle televisioni, delle radio e dei giornali è quella che la dipinge come un’incarnazione di perfezione? Perché esiste un’unica immagine pubblica di questa regione, un’immagine fatta solo di asili che funzionano, infrastrutture utili ed appropriate, moglie ubriache e botti piene? Una regola è che chi sta al governo deve dire sempre e comunque che va tutto bene. Lo fa Berlusconi a Roma, lo fanno i nostri sindaci e i nostri amministratori a Bologna. Ma sarà mai possibile che non ci sia nessuna voce pubblica argomentata e strutturata che quantomeno diradi la nebbia d’incenso celebrativo con cui i nostri amministratori hanno circondato tutto? Tantopiù che io sono personalmente convinto che in questa regione anche chi si lamenta, alla fine vota per chi ci governa. Si piange, ma non si fa nulla per cambiare le cose. Nei sistemi democratici dovrebbe succedere il contrario: se si pensa che chi governa ha lavorato bene lo si rivota, se si vuole cambiare si vota qualcun altro. Qui no. Anche chi si lamenta alla fine vota per la sinistra. Perché? Viene allora conseguentemente da chiedersi: esiste una alternativa valida agli attuali amministratori? Che è un po’ come chiedere: esiste oggi una dialettica democratica in Emilia-Romagna, o anche chi dovrebbe fare l’opposizione alla fine è funzionale al sistema?
Non si può però negare che in Romagna ed in Emilia, al di là dei problemi che la politica non affronta, il livello di benessere sia alto, molto maggiore che altrove. Che ci sia una realtà economica strutturata e dinamica, sia pure nel contesto della crisi globale, è un fatto. È giusto denunciare l’altro lato della medaglia, quello più oscuro, ma ancora più giusto è ribadire la domanda: perché? Perché in Romagna ed in Emilia c’è ricchezza, benessere e qualità della vita comunque superiore alla media italiana? Di chi è il merito se questo sistema funziona? Continuano ad alzarsi le voci di chi ci governa, che ci dicono che il merito è del governo regionale, dei sindaci e di politicanti di varia fatta. Nessun’altra voce si alza per sostenere una tesi contraria o anche solo diversa. L’opposizione il più delle volte parla per spot, senza avere una visione complessiva della realtà. Fuori dalla politica regna una sorta di timore reverenziale nei confronti di quel potentato economico-politico che suona le trombe per se stesso. Per cui alla fine l’unica voce che si sente è quella di Errani. Ma nonostante silenzio e compiacenza, come ogni domanda anche questa esige una risposta. Anzi, ne esige tante, ed esige che ciascuna di esse di metta in confronto con tutte le altre. Dov’è la dialettica democratica in questa regione? Esiste un progetto di governo alternativo? Qualcuno sta facendo qualcosa per costruirlo seriamente? Oppure ci appiattiremo tutti all’idea secondo cui se qui si sta bene, c’è ricchezza e benessere è grazie all’alacre opera di amministratori pubblici accorti e competenti?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
lunedì, luglio 11, 2005
Sono riuscito ad infiltrarmi su L'Unità!! Da oggi potrò dire di aver scritto anche per il giornale dei DS...
http://www.unita.it/unicitta/unicitta.asp?group_id=2&cat_id=32&cat_des=Unicitt%e0+%2D+Lazio&f_id=78&t_id=43596
Lazio ROMA
Assenteisti:verso il mare o le montagne: c''è solo da vergognarsi!
di Caplaz & Gambi*
Roma. Il mare, si sa,è lo splendore d'Italia. Ma anche le dolci colline ficcate qua e là nello stivale offrono all'avventore frescura,paesaggi verdeggianti, quiete e serenità. Ecco perchè è giusto e sacrosanto che la nostra classe dirigente ne approfitti a piene mani e goda degli splendori italiani. Specie poi con questi caldi. Ieri giustamente e sacrosantamente, 200 dei nostri parlamentari hanno deciso di ristorare le membra in una bella vacanza , nel senso più latino del termine : hanno lasciato vacanti i propri scranni parlamentari e si sono adagiati, chissà, all'ombra di un bel gelso o al sole di qualche isola. E che sara mai! In fondo sono anche loro dei lvoratori, non devono godere di qualche momento di ferie? E i sindacati che fanno, perchè non difendono il diritto alle ferie di questi nostri parlamentari? Difficile uscire dal tono scherzoso senza piombare nel pozzo dello sconforto. Una sola soluzione: tenerli pressati. Appello a tutti i cittadini: Quante assenze sta facendo il deputato e il senatore del vostro collegio? Informatevi ed informiamo: Chissà che non tornino dal mare. C'è da ricredere in questo caso che i "Pianisti" abbiano avuto il suo gran da fare in questa occasione non più storica, ma vergognosa, per la storia del nostro Paese, oramai ai limiti della sopportazione.
lunedì, luglio 11, 2005
ISLAM: BASTA OMERTÀ
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 8 luglio 2005)
Siamo in guerra. Se qualcuno non se ne fosse accorto, è il caso che scenda dal pero e se ne accorga ora. Lo scontro di civiltà non sarà necessario, ma almeno una delle civiltà del mondo sta facendo di tutto perchè avvenga il prima possibile. Londra è vicina. Due ore di volo da Forlì. Londra è un po’ la capitale di tutti coloro che l’hanno accolta nel cuore, da qualunque angolo della terra provenissero. Ed ora è stata minata nella sua placida sicurezza. Il terrore genera paura, e la paura abbruttisce l’uomo. È ciò che vogliono i criminali che hanno ordito l’attentato. Annichilire l’Occidente nei suoi fondamenti di libertà. Per invidia, odio, acredine ancestrale. L’altro ieri New York. Ieri la Spagna cattolicissima. Oggi la capitale europea, Londra. E domani l’Italia? Chissà se l’Europa si deciderà a risolvere il proprio problema, o continuerà solo a sperare che non succeda più nulla, sospesa a un debole filo d’incertezza e di dubbio tra un attentato e l’altro. Perché oramai non ci si può più nascondere dietro ad un dito e fare i buonisti. Il problema hanno tutti capito qual è: il terrorismo islamico. Un’ideologia omicida e barbara che si è impadronita di spazi all’interno del mondo musulmano, e che veicolata dai flussi dell’immigrazione semina panico nei paesi liberi. Il terrorismo islamico è presente in Europa ed in Occidente perché ci sono grandi comunità islamiche. Bisogna dirlo, senza timori. Avendo accettato una determinata comunità, quella musulmana, l’Occidente se l’è trovata in casa con tutte le sue sfumature. Compresa questa. Ed ora che vogliamo fare? I casi sono brutalmente due. O le comunità islamiche che si sono insediate in Occidente inizieranno davvero a collaborare con gli occidentali per isolare gli estremisti, o finirà che davvero gli europei diventeranno razzisti e xenofobi. Tanto all’interno di una comunità si sa sempre quali sono gli estremisti. Ma spesso per compiacenza nei confronti dell’ideologia – o in questo caso della dottrina politico-religiosa – che tiene insieme la comunità, si finisce per seguire quel brutto principio che è l’omertà. E facendo questo le comunità islamiche continueranno ad attrarre su di sé diffidenze, paure, fino a giungere all’odio. E questo va evitato con tutti gli strumenti che abbiamo. Non serve a niente che manifestino in piazza quei musulmani – brave persone – che si sono integrati. Piuttosto che manifestare devono fare in modo che gli estremisti che frequentano le loro comunità – e ci sono – vengano tenuti sotto controllo, limitati, e se è il caso incarcerati o scacciati. È necessario uno scatto di qualità civica da parte delle comunità musulmane. È necessario che mettano i paesi in cui sono stati accettate in grado di applicare la legge, mantenere il controllo. Siamo noi occidentali a dover stimolare queste comunità. Ma se non mostrano segni di disponibilità a collaborare, lo scontro non potrà che acuirsi. Se invece seguiremo il buonismo, se lasceremo che il nichilistico pensiero debole che tutti ci affloscia si impadronisca anche della soluzione del problema di questa guerra in corso, continueremo a piangere i morti di stragi come questa. E Dio ce ne scampi.
Paolo Gambi
martedì, luglio 05, 2005
DI CHI È IL MERITO SE DA NOI SI VIVE BENE?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 5 luglio 2005)
“Postgiornalismo”. Mi piace questa definizione che un lettore ha dato del mio appello al dibattito su Sofri. Un giornalismo postmoderno che invece di proporre idee e riflessioni, dogmi e certezze, propone dubbi, domande, e appigli per il dibattito. Uno spazio aperto per i lettori. Certo, l’unica idea ferma che mi sono fatto del “caso Sofri” dopo quest’operazione “postgiornalistica” è che l’opinione pubblica è molto spaccata, ma intanto se n’è dibattuto, ci abbiamo riflettuto sopra insieme, e molti di voi si sono decisi a scriverci. Bene. Metto insieme il concetto di postgiornalismo con uno dei temi a me più cari, l’Emilia-Romagna, e lancio in pasto al dibattito con i lettori un’altra domanda. Perché in Romagna ed in Emilia si sta bene? Chi sceglie di vivere qui ha a che fare con un tessuto sociale avanzato, ospitalità, servizi. E poi, soldi. Soldi ovunque. Soldi che traboccano dalle tasche dei grandi gruppi industriali e che finiscono fra le mani di un po’ tutta la popolazione. Un riverbero di ricchezza fa da scenografia a tutto il teatrino regionale. Città linde e pinte, strade pulite, palazzi sfarzosi, automobili ruggenti, eleganza nel vestire, spocchia ed orgoglio, investimenti a pioggia nell’istruzione, nell’università, e via dicendo. Ci sono persino un sacco di belle donne a sollevare la qualità della vita. Bene. La domanda che si pone perentoria di fronte a questo benessere e a questa elevata qualità della vita è una e una soltanto: perché? Perché in queste città ed in queste campagne, fra queste colline e questi campanili, sotto la bruma dell’inverno e la calura dell’estate, fra la nebbia o nell’abbraccio del sole primaverile, si vive così bene? Perché basta spostarsi di pochi chilometri, attraversare le colline e trovarsi dinnanzi una realtà del tutto diversa, non certo pervasa dal dinamismo e dal benessere che si trovano in Romagna ed in Emilia? E cercando una risposta a questa domanda nel dibattito culturale, se ne trova subito e solo una. Quella della politica. Quella degli apparati del Partito, che hanno la più candida delle tesi: se si sta bene qui, è grazie alla nostra politica. Grazie ad un filo ininterrotto di amministrazioni locali colorate di un rosso fuoco che né la ricchezza, né i tempi che cambiano hanno sbiadito. Se in Romagna ed in Emilia si sta bene, quindi, è grazie all’opera alacre dei comunisti prima, dei pidiessini poi, ed oggi dei diessini. La cosa avvilente è che non si trovano altre risposte a questo “perché? “. Non esistono elaborazioni culturali serie ed articolate sulle realtà romagnola ed emiliane. O meglio, non ne esistono di sufficientemente serie e divulgate da potersi mettere in competizione con il blocco del pensiero unico. Il quale parte dalle pompose aule del rettorato dell’Alma Mater Studiorum e arriva nel più modesto dei circoli culturali di Savarna o di Spilamberto. Le aule universitarie hanno preferito nei decenni incensare il potere piuttosto che studiarlo con distacco e con spirito da “contropotere”. D’altra parte la politica arriva anche lì. La società civile produttiva, cioè gli imprenditori, sono troppo impegnati nel “fare” per potersi fermare nel “riflettere”. D’altra parte per mantenere un livello di ricchezza e di produttività almeno pari a quello raggiunto bisogna lavorare 24 ore al giorno. E poi ci sono i rischi. Perché mai un imprenditore dovrebbe contestare le grandi verità del Partito al potere rischiando magari di perdere un appalto o la benevolenza di qualche amministratore con cui fa affari continui? Nessuna risposta dunque all’assillante “perché? “ neppure fra i portafogli della regione. Le forze di opposizione poi è come se non esistessero. I partiti della minoranza, dopo che la DC e il PRI sono entrate nel blocco della sinistra, si sono trovati a fronteggiare il colosso (post) comunista senza averne le forze o le persone, e la stessa esperienza della vittoria di Guazzaloca dimostra come i partiti tradizionali in questa realtà non siano stati capaci di radicarsi nella società civile, tanto che vincono solo quando fanno un passo indietro lasciando spazio a quella società civile che diversamente li ignora. Che risposta si può mai trovare in questa politica? Non essendoci dunque che un’unica risposta al mio semplice “perché qui si sta bene? ” che attraversa la politica, l’economia e il mondo della cultura, la dubbiosità sale. Nella tradizione di queste terre il dialogo, la voglia di confrontarsi e far incontrare le diversità erano elementi cardine della coscienza comune. Oggi vige una sorta di codice ideologico al di fuori del quale non è consentito andare. Ergo, l'unica visione che si ha delle realtà emiliane e romagnola è quella forgiata dalla propaganda di chi detiene – con i denti e le unghie – il potere, senza la presenza di nessuna voce contraria in modo argomentato ed articolato. E quest’assenza di dialettica non è certo un bene. Provo dunque a stimolare voi, lettori: rispondiamo insieme a questa domanda: perché in Romagna ed in Emilia si vive così bene? Di chi il merito? Le risposte, come sempre, saranno benvenute.
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
www.paologambi.it
lunedì, luglio 04, 2005
QUALE EUROPA? BASTA GUARDARE LA STORIA
Di Paolo Gambi
(da Le Ragioni dell'Occidente, numero 6, giugno 2005)
Europa, violentata da Zeus sotto forma di toro, diede alla luce Minosse, Radamante e Sarpedonte. Che, grotteschi nei nomi, potrebbero ricordare nell’animo un po’ Prodi, Giscard d’Estain e Barroso. “Stavvi Romano orribilmente e ringhia” come avrebbe potuto scrivere il Sommo Poeta nel suo V canto dell’Inferno. Ma Europa, questa nostra terra violentata dalla divinità pagana sembra essere in crisi di identità. Mentre infatti politici eterei discutono in stanze chiuse se la Turchia debba entrare anch’essa nei meccanismi delle istituzioni europee, l’Europa è percorsa da un tremito di dubbio: ma dove inizia e dove finisce l’Europa? Dove… Una domanda che però trova la sua risposta solo nel “quando”. Solo capendo quando inizia l’Europa, possiamo capire anche qual è la sua approssimazione geografica. E qui la machiavellica cerebralità europea inizia a scatenarsi. Mentre un americano, o fors’anche un britannico, alla domanda “quando” risponderebbe dopo un dibattito con una risposta quantomeno chiara, le complicazioni delle nostre menti contorte ci fanno precipitare in un rovo di opinioni che graffiano la serenità di chi vorrebbe potersi dire europeo con chiarezza e al di là dei muri ideologici. Già, perché spesso a rispondere a questa domanda così semplice: “quando inizia l’Europa? “non è il senso di appartenenza all’Europa, ma i propri addentellati ideologici. I più freddi statalisti rispondono semplicemente: l’Europa nasce con il processo di integrazione europeo, e chissenefrega di quello che è successo prima. Quindi qualunque cosa si decida in sede politica in merito a nuove “annessioni”, ben venga. Benissimo, grazie al cielo questa è un posizione limitata a pochissimi estremisti. Ma una più comune risposta è: l’Europa nasce con il welfare State. Ossia quando, dal dopoguerra ad oggi, l’Europa è venuta a configurarsi come socialdemocrazia applicata, con tasse alte e servizi pubblici di ogni tipo. L’Europa in questo senso nasce in opposizione ad un altro modello, quello liberale, incarnatosi nei paesi anglosassoni, e seguendo questo sentiero, qualunque paese indistintamente può entrare in Europa, purchè aderisca ai principi del welfare State. Ben venga dunque la Turchia, e perché no, un domani anche l’Egitto o il Marocco. Anche questa risposta si focalizza però su una contingenza troppo recente. L’identità di un popolo non si delinea di certo in una sola generazione, né tantomeno intorno a valori legati a così specifiche esigenze del momento ed a così precise dinamiche istituzionali. Ma già con l’andare a ricercare la risposta a questo “quando” prima del secondo conflitto mondiale ci si guadagna qualche sonoro ghigno da parte dei più radical chic, specie se francesi. C’è però un’ancora di salvezza ideologica. Se si sostiene che in fondo l’Europa è nata con la rivoluzione francese, ossia con il nascere e il crescere di uno statalismo specificamente francese, come molti fanno apertamente, anche i francesi forse smetteranno di storcere il naso, dando ragione a chi ritiene che in realtà il processo di integrazione europea si sia risolto in un allargamento dei confini della rivoluzione francese. Quello insomma che fece Napoleone Bonaparte per pochi anni, e non in tutta Europa, dovrebbero fare le istituzioni europee.
Ma così le cose non vanno. Non basta un colpo di spugna, o una qualche amnesia o una profonda ignoranza, per cancellare la storia. Specie se quest’ultima si vanta di essere millenaria. L’Europa, come unità geografica o istituzionale, non è mai esistita, o è quantomeno difficilissimo, anche se non impossibile, individuare esperienze politiche che si avvicinino ad un concetto di Europa istituzionale. Ma è invece molto più facile individuare gli europei. Sì, perché se anche non avevano un’istituzione unitaria, gli uomini di queste terre maturarono identità comuni molto prima di quanto a noi possa sembrare.
Il primo passo ovviamente l’ha fatto Roma. Con il suo impero mondiale ha dato un’impronta indelebile su una grossa fetta di umanità. Ma l’Impero romano si estendeva ben al di là di quella che noi immaginiamo come Europa, comprendendo il Medio Oriente e il Nord Africa. Una ulteriore linea di definizione ci viene dunque dalla tradizione barbarica. Connettendosi e frammischiandosi con le frattaglie dell’impero romano, i barbari hanno dato un’ulteriore indispensabile spinta all’identificazione di una realtà unitaria nell’Europa. E, inutile dirlo, fu il cristianesimo ad amalgamare tutte queste diversità, creando un momento di unità ideale nella “Cristianità”. Ma questa “Cristianità” per comprendersi ulteriormente necessitava di una propria definizione “a contrario”, con una realtà a sé estranea. Cosa che prontamente trovò nell’Islam, di cui l’Europa cristiana fu da sempre antagonista. Due civiltà, due modi di vedere il mondo opposti, che incontrandosi e scontrandosi comprendono sempre più le proprie diverse essenze. Ed è da questa cristianità – solo da qui – che parte tutto il resto. È da qui, e all’interno di questi confini, che nascono le idee liberali e quelle marxiste. È qui che si sviluppa la filosofia moderna, quella che dà forma agli uomini di oggi.
Dunque, quando nasce l’Europa? La risposta che mi pare più convincente è: quando nascono gli europei. Ossia nell’esperienza di unità data dal cristianesimo alle esperienze romana e barbariche. Tutto il resto – l’umanesimo, l’ateismo e la laicità dello Stato, il welfare State e le idee liberali – nasce dopo, e nasce sul substrato cristiano. Ecco perché l’Europa non può non avere come cuore pulsante quell’insieme di principi cristiani che ne sono l’essenza più profonda. Ecco perché l’Europa non può non identificarsi con quel territorio in cui a regnare è quella modernità occidentale nata dal cristianesimo. Che non comprende la Turchia.
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venerdì, luglio 01, 2005
Emilia-Romagna: un'invenzione degli ultimi decenni
di Paolo Gambi
(Da Ragionpolitica, 17 giugno 2005)
L'Emilia-Romagna in realtà non esiste. Altro che modello politico-economico di successo, altro che luogo dell'ideale che si incarna in istituzioni funzionanti. Mettiamoci il cuore il pace: l'Emilia-Romagna non è altro che un'invenzione degli ultimi decenni. Ed è la storia a raccontarcelo con una nitidezza impressionante. Gli italiani sono probabilmente propensi a credere che l'Emilia-Romagna sia una realtà da sempre esistente e da sempre unita, che emiliani e romagnoli siano in fondo la stessa cosa, che non ci siano poi tutte queste differenze fra le terre che vanno da Bologna verso ovest, e quelle che vanno verso est. E questo accade perché da qualche decennio gli apparati del potere locale hanno deciso: unifichiamo le due realtà e facciamone un unico modello di successo. E così seguono intellettuali di ogni sorta che osannano l'unità della regione, studiosi che scrivono monografie ad hoc e le divulgano nelle aule universitarie per dimostrare l'indimostrabile, e politici che si riempiono la bocca con le lodi di questa bella e grande regione.
Insomma, da qualche anno è in atto un tentativo dirigistico - da parte della Regione e dei partiti che la governano imperituramente - di annullare le identità locali e stemperare tutti in un'indistinta identità emilianoromagnola, che si fonda sul risorgimento e la resistenza, sui valori della cooperazione e del sindacalismo. Quello che c'era prima del 1860 sembra non interessare i politici emilianoromagnoli, e quello che sta sotto la crosta della recentissima istituzione regionale pare interessare ancora meno.
Il fatto è che la storia non si cancella con un colpo di spugna e le identità non si impongono dall'alto. La Romagna e l'Emilia vennero accorpate in maniera dirigistica da Augusto, in un esperimento di duemila anni fa che fallì di lì a breve. Già nel III sec. d.C. i territori delle attuali Emilia e Romagna erano divisi in Emilia e Flaminia. E dal III sec. d.C. fino all'unità d'Italia, Emilia e Romagna rimasero due spazi contigui, ma distinti. La Romagna ebbe di certo nei secoli maggiori relazioni con i territori umbri, marchigiani e veneti; l'Emilia con i territori lombardi, liguri e toscani. Come Augusto dirigisticamente mise insieme questi territori eterogenei, ugualmente si fece con l'unità d'Italia. E lo si fece "per stemperare il rivoluzionarismo romagnolo nel moderatismo dei ducati", come si ebbe a dire già allora.
Dunque, l'Emilia-Romagna, di fatto, non è mai esistita come regione prima dell'unità d'Italia e questo non possono negarlo neppure gli intellettuali più prostrati al potere regionale. Inoltre, se nominalmente esiste una Emilia-Romagna dalla seconda metà dell'800, nei fatti non esiste che dagli anni '70 del 1900, quando le regioni ideate dalla Costituzione repubblicana vennero alla luce. Quindi, per riassumere, l'Emilia-Romagna non esiste come istituzione di governo se non dagli anni '70. E non esiste né geograficamente, né etnicamente, né culturalmente come territorio unitario. Ma se non esiste se non sulla carta e nella mera superficie degli ultimi decenni, come può essere tanto sbandierata come modello di successo?
venerdì, luglio 01, 2005
La grande bugia del «modello emiliano»
Ovvero, come i governi comunisti si sono presi i meriti di chi lavora
di Paolo Gambi
(Da Ragionpolitica, 10 giugno 2005)
Il «modello emiliano». Sono stati spesi fiumi di parole intorno a questo concetto. Il suo mito aleggiava sull'Emilia almeno sin dai tempi dell'interessamento di Togliatti. E fiorenti universitari e studiosi vicini al Pci prima, al centro-sinistra poi, hanno elaborato, sia sul piano scientifico che su quello della divulgazione, teorie e controteorie che gli girano intorno.
Ma in che cosa consiste, in definitiva? Secondo l'analisi dello studioso padre di questo concetto, Brusco, tutto inizia nel dopoguerra, quando l'Emilia-Romagna è riuscita a trasformarsi in una realtà economica di successo in maniera così perentoria da raggiungere il vertice delle regioni per reddito pro capite. Protagonista di ciò è stata la piccola e media impresa, organizzata in peculiari sistemi produttivi chiamati «distretti industriali». Fin qui, tutto procede lineare, e il «modello emiliano» risulta un prodotto teorico di una analisi industriale, tendenzialmente condivisibile.
Il punto di svolta avviene quando iniziano a proliferare teorie, anche dello stesso Brusco, volte a dimostrare che sì, in Emilia (e marginalmente in Romagna) era nata un'economia fiorente, ma questa aveva un suo fondamento su un intreccio fra forze di mercato e forze non di mercato che permeavano il tessuto produttivo e il complesso delle relazioni sociali.
L'Emilia-Romagna si caratterizzava insomma, in maniera determinante, per la presenza di una cultura comunista dominante, che inizia a divenire, nella speculazione teorica, elemento fondante dell'analisi economica. Il cosiddetto «modello emiliano» trasborda quindi da un parzialmente condivisibile piano di analisi industriale ad un piano strettamente politico. Il benessere e la ricchezza della regione vengono lentamente attribuiti in misura sempre maggiore alla «buona amministrazione» che la sinistra avrebbe attuato. E alla fine il messaggio che si è lasciato passare è che se in Emilia ed in Romagna si sta bene è perché hanno sempre governato i comunisti. Magie della logica.
Dalla realtà si passa al mito. Il «modello emiliano» diventa il modello ideale per la sinistra di governo, perché concilia ricchezza, benessere e comunismo. Fioriscono produzioni scientifiche in tutto il mondo e in tutte le lingue. L'Emilia-Romagna diventa una sorta di Olimpo riformista, dove le mitologie si intrecciano con la realtà. E il dato economico passa in secondo piano, schiacciato dal peso preponderante del dato politico e della sua naturale propensione all'autoincensazione.
Semplifichiamo: basterebbe un po' di buon senso. Basterebbe quello per capire che se c'è ricchezza questa non la si deve di certo al fatto che il Pci abbia governato. Anzi. Se c'è ricchezza questa la si deve ad una cultura dell'imprenditorialità che ha permeato, e ancora permea, tutto il tessuto umano dell'Emilia, ed in misura minore della Romagna. Il fatto è che da un lato c'erano - e ci sono sempre più - le grancasse dell'apparato comunista, distribuite fra media, università e istituzioni, dall'altro c'erano gli imprenditori, bravissimi a lavorare e a produrre ricchezza, ma poco interessati a tutto il resto. Se i comunisti volevano prendersi dei meriti, facessero pure, purché li lasciassero lavorare.
Ed in questo modo è praticamente venuto a crearsi un patto tacito fra le componenti della società: società civile impegnata a produrre ricchezza e comunisti al governo. Non importa se tutti sapevano e sanno che i governi comunisti nulla c'entravano con il benessere diffuso. l'omertà su questo dato faceva parte del patto. Basterebbe analizzare senza gli occhiali dell'ideologia le realtà emiliane e romagnola per capire che in realtà il modello emiliano non esiste se non in un'analisi strettamente industriale, in un territorio limitato che non comprende l'intera realtà regionale, e soprattutto che non c'è nulla di mitologico per la sinistra nell'esser stata tollerata dalla classe imprenditoriale.
Basterebbe studiare un po' più a fondo le gesta degli dei e degli eroi di questa sinistra per capire che nella realtà dei fatti i veri eroi di queste terre non sono quei politici e quegli uomini di governo che vengono così spesso incensati, ma piuttosto quegli imprenditori che la politica l'hanno sempre tenuta alla debita distanza, finchè hanno potuto, e che si sono dedicati anima e corpo a mandare avanti la propria azienda. Loro hanno creato ricchezza e benessere. Non certo gli apparati del Pci. Continuiamo a lanciare sassolini nel grande stagno. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà.