martedì, agosto 30, 2005
UN’OMBRA SULLE FANCIULLE IN FIORE
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 30 agosto 2005)
Continuo con il postgiornalismo e proseguo nella mia ricerca, sinora infruttuosa, della “donna ideale”. Visto che questa bramata femmina non può che essere bellissima, attratto dalla bellezza mi sono improvvisato giurato ad alcuni concorsi di Miss. E si scopre che c’è un vero e proprio pullulare di competizioni, specie qua in Romagna: Miss Italia, Miss Mondo, Miss Padania, Miss Culetto, Miss Regina d’Europa, Miss Ombelico, Miss Seno… Oramai ad ogni centimetro di corpo e ad ogni appartenenza geografica è stata attribuita una competizione estetica. Un paio di cose però colpiscono: una è quante belle ragazze ci siano in giro (ma ce ne sarà almeno una che oltre ad essere bella sia pure brava?), l’altra è l’età delle miss. In alcuni concorsi infatti sfilano bellissime ragazze, con fisici mozzafiato e visi strepitosi, che però hanno 14, 15, 16 anni. Poco più che bambine. Truccate, magari con qualche piercing, un tatuaggio in fondo alla schiena. Ricordo i miei anni, non lontani, del liceo, e ricordo come ragazze del genere, a quell’età, non ce n’erano proprio. Generazioni che cambiano. Di fronte però a questo fatto inizia a bussare alla mente un caso di coscienza: è giusto far fare a ragazzine ancora in fase di formazione concorsi di bellezza? È giusto lasciare che bambine in corpi da adulte mostrino il sedere e metrature sempre più ampie di carne ad un pubblico e ad una giuria che le deve votare? Perché in fondo di questo si tratta. In più i concorsi di bellezza guardano ad un mondo più ampio. Le ragazze che li fanno, specie se giovanissime, sognano una vita nello spettacolo o nella moda. Che delusione avranno, e che contraccolpi psicologici dovranno affrontare, quando capiranno che non faranno mai né le modelle né le showgirl? Perché di cento ragazze che fanno concorsi di bellezza, una (cioè quella clamorosamente bella) finisce in tv o a fare la modella, pagando magari i prezzi del caso, tutte le altre se vogliono rimanere in quel mondo dovranno accontentarsi di razzolare in squallidi sottoboschi. Una cosa è quindi una ragazza di 20 anni che, consapevole di essere bella, un po’ per gioco un po’ per ventura si getta nella mischia di un concorso, una cosa invece è una ragazzina che deve costruire il proprio futuro ed occupa lo spazio riservato ai sogni con improbabili successi nel mondo della moda o della televisione. Una condanna ad una vita di frustrazioni. E poi perché tutte queste ragazze vogliono a tutti i costi sfilare nelle passerelle della moda? Tutte le modelle di professione che ho conosciuto fanno una vera e proprio vita d’inferno: sballonzolate di continuo in giro per l’Europa senza criterio, senza orari, spesso circondate da squallidi corteggiatori, costrette a insopportabili ed immangiabili cene in discoteca, e soprattutto torturate dall’angoscia di poter lavorare solo fino ai 30 anni o poco più. Tutto questo per dire che la società, per agevolare la formazione di donne vere, deve stare molto attenta ad evitare questi ostacoli, e a non creare una intera generazione di modelle o showgirl mancate. Un ultimo appunto. Farrell ha proposto ai romagnoli che vogliano diventare uomini veri di andare da lui. Non si sa bene come un figlio della terra d’Albione, dove praticamente tutti i maschi sono gay, possa insegnare a degli italiani come essere uomini, ma la crisi dell’identità maschile che lui denuncia c’è eccome. Ma c’è anche quella dell’identità femminile. Per cui questa volta l’appello è alle ragazze, quelle più giovani: se volete diventare veramente donne, lasciate stare i concorsini di bellezza e le sfilate. Andate piuttosto dalla vostra nonna a chiedere consigli, perché di certo avrà quelli più saggi. A meno che non siate veramente bellissime. In quel caso fate pure i concorsi di bellezza e sognate un mondo nello spettacolo. Ma prima fate un salto qui da me…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
mercoledì, agosto 24, 2005
LA PAURA DI ESSERE PADRI E MADRI
Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 14 agosto 2005)
Una fiammata di femminilità ha incendiato le pagine della Voce in questa settimana, dopo il mio articolo sulle donne. Non so se la donna giusta che cercavo con l’appello mi ha già scritto, ma certo è che sono arrivate veramente molte lettere di donne e ragazze, tra quelle che abbiamo pubblicato e quelle che mi avete chiesto di mantenere private. Ringrazio tutte. Solo che invece di leggere mail roventi di femministe, come mi aspettavo, ho letto calorose risposte di donne e ragazze che volevano esprimere il proprio pensiero ed aprire il proprio cuore sotto lo stimolo della mia provocazione. Una soddisfazione ulteriore. Mi hanno scritto anche svariati ragazzi – maschi – per dirmi tutti la stessa cosa: una donna da sposare non si trova più, come dobbiamo fare? Viene allora da pensare che la problematicità di rapporti fra uomini e donne, la paura di innamorarsi, l’incapacità di amare, sia un fenomeno molto più diffuso di quanto potesse sembrare ad una prima visione sommaria: i muri che separano l’incontro dei cuori di un uomo e di una donna si fanno sempre più alti, mentre sempre più bassi si fanno quelli che separano l’incontro dei corpi. Curioso paradosso della nostra generazione di non-ancora-trentenni. Proverò ora ad uscire dalla faziosità provocatoria del punto di vista maschile. Abbiamo tutti in testa – uomini e donne – carriere sfolgoranti, portafogli traboccanti di danaro, successo e benessere. Per ottenere questi obiettivi professionali sacrifichiamo tempo, forze, frazioni più o meno significative di vita. Tuttavia non basta la carriera per fare un uomo, o il lavoro per fare una donna. Per realizzarci pienamente come persone abbiamo tutti bisogno di navigare per i mari dell’umanità. Per portarci a compimento come uomini e donne dobbiamo imparare a riscoprire quei valori antichi e fors’anche assoluti che hanno dato al genere umano una continuità: la paternità e la maternità. È solo imparando a scoprirsi padri –non necessariamente anche in senso fisico – che gli uomini trovano la pienezza di sé. Ed è solo scoprendosi madri che le donne si sentiranno davvero realizzate e daranno una risposta piena alla propria potenzialità creativa. Paternità e maternità. Due concetti che stanno a fondamento, insieme ad altri, delle nostre singole felicità, ma che sono stati minati dall’ignoranza e dall’indifferenza. Quanto tempo e quante energie dedichiamo a scoprire dentro di noi queste attitudini? Quale ragazzo oggi, alla domanda “cosa vuoi fare da grande”, risponderà “il padre”, e quale ragazza risponderà “la madre”? Più facile che una ragazza risponda “voglio fare la velina”, o “la donna-manager”, e un ragazzo dica di voler diventare come Costantino: ricco, famoso, ma vuoto e nullafacente. Quella minoranza di ragazzi che invece cerca una donna “compiuta” raccoglie delusioni, e frustrazioni raccoglie quella donna che cerca un uomo nella sua integrità. Perlomeno per una questione statistica. Paternità, maternità. Voglia di stare insieme, disponibilità ad accettare i sacrifici che questo comporta. Capacità di perfezionarsi in un rapporto di coppia duraturo che porti a divenire mariti e mogli, padri e madri stabili. Tutto questo non ci viene insegnato dalla società e spesso neppure dalla famiglia, ed è solo l’esperienza – spesso amara e dolorosa, quasi sempre in ritardo sui tempi della vita – a farci capire l’importanza che ha costruire qualcosa di stabile nell’universo dei sentimenti e degli affetti personali. Quell’universo che fingiamo di non vedere e considerare, concentrati come siamo a far quadrare i conti e a proiettarci con tutti noi stessi nella dimensione professionale.
L’appello continua a restare valido. Se ci sei, donna bella ma senza voglia di diventare una starlette, donna intelligente ma senza il tarlo della carriera, donna moderna ma sempre antica, la mia email continua ad essere una porta aperta. Ma questa volta, scrivimi in privato…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
www.paologambi.it
domenica, agosto 07, 2005
DOVE SONO FINITE LE DONNE DA AMARE
(Da La Voce di Romagna, 7 agosto 2005)
di Paolo Gambi
Gonnelline inguinali che non nascondono cosce abbronzate forgiate da un inverno in palestra. Seni siliconati al marmo messi in bella mostra in spiaggia. Glutei matematici – frutto di chissà quali privazioni culinarie protratte nel tempo – suddivisi in due avvincenti capitoli da perizomi sempre più sexy. Chissà perché quando arriva l’estate ai maschi viene da pensare con più intensità alle donne. Specialmente a quei maschi che, come me, non superano i trent’anni. E ovviamente i maschi non possono che pensarle dal proprio punto di vista. Su quella linea di giornalismo postmoderno già tracciata da questo giornale, proporrò qui alcune considerazioni, una accusa, ed infine un appello alle donne. Le considerazioni. Il rapporto fra maschi e femmine è diventato un vero disastro. I due mondi – quello maschile e quello femminile – hanno sempre meno punti di contatto, e sempre meno occasioni di mettere a frutto la propria complementarietà. Gli uomini cercherebbero dalle donne amore, dolcezza e conforto, e trovano invece solo smania di carriera e desiderio di emancipazione, che sfocia in una necessaria condizione di solitudine. Per contro le donne non so bene cosa cerchino negli uomini, ma trovano, come conseguenza del proprio atteggiamento, dei cuori diffidenti e delle menti rese ciniche dalle delusioni amorose. Oppure – horribile visu – trovano degli uomini zerbino che si adattano a sottostare ai capricci della ragazza zitti e sottomessi, e magari pure un po’ effeminati. Gli equilibri nel rapporto insomma si sono squilibrati. Chiuso questo cerchio, gli uni hanno paura di innamorarsi delle altre, e le altre si lamentano perché gli uni le trattano con superficialità e pensano solo al sesso, come punta più superficiale del rapporto. E l’unica conseguenza di tutto ciò è che di famiglie se ne costruiscono sempre meno, perché si preferisce inseguire miti e mitologie (le donne la carriera, gli uomini una vita brillante alla Briatore) finchè la giovinezza lo consente. E poi ci si ritrova con un pugno di mosche in mano e un ritardo clamoroso sui tempi che la vita impone per costruire una famiglia. L’accusa. Per trovare una soluzione, bisogna trovare qualcuno a cui scaricare la colpa. Le donne. Se le donne crescessero prendendo come modello ed esempio le proprie nonne invece che Elisabetta Canalis o la mandria di veline che brucano nei pascoli della tv, di problemi e frustrazioni ce ne sarebbero molti meno per tutti. Se coltivassero l’ideale di femminilità invece di cercare di assomigliare sempre di più agli uomini in ogni cosa, forse non si dovrebbero fare tutti questi discorsi e il rapporto di coppia non sarebbe in crisi. Invece le ragazze crescono sin dalle più tenere età con il sogno di diventare famose e di essere ammirate da tutti, non importa se per fare questo la devono elargire generosamente in giro, o se devono stravolgere e sacrificare la propria femminilità. Così non imparano a cucinare e a governare una casa, né coltivano le virtù necessarie per diventare un giorno madri. Perché gli uomini se le dovrebbero sposare? Molto più facile indurire i cuori e trattarle con la superficialità in cui navigano. E tutti si diventa degli edonisti, si maledicono le femministe, e si finisce per restare da soli. L’appello. È passato un anno dal mio primo appello, ma evidentemente neanche il tempo ha risolto il problema. Eppure io continuo a credere che esisti. Se ci sei, donna giusta, donna bella ma senza frulli di diventare velina, donna colta ma senza voglia di andare a far carriera in Australia, donna moderna ma con il gusto delle radici, scrivimi. E se anche pensi di essere mille miglia lontana dall’oggetto di questo appello, scrivimi lo stesso ed esprimi la tua opinione, che, direttore permettendo, troverà spazio nel nostro giornale. È solo con il dialogo e la dialettica che si risolvono i problemi. Donna giusta e donne che vogliono dire qualcosa su questa faccenda: per tutte, la mia email è in fondo a questo articolo…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com