mercoledì, settembre 28, 2005
MA VALE ANCORA LA PENA SPOSARSI OGGI?
di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 27 settembre 2005)

Vale ancora la pena sposarsi oggi? È meglio sposarsi o “sfarfalloneggiare” in giro puntando tutto sul divertimento e sul cambio periodico del “partner”? Dilemma quasi shakesperiano che prima o poi tocca la vita di ciascuno di noi, e che sta tornando alla ribalta proprio in questi giorni per via del dibattito sui PACS. A questo dilemma, immerso nei miei dolori, ho trovato due risposte, una laica, ed una un po’ più ecclesiastica. La riposta laica la trovo in un volumetto di un tal Chiaro Poletti dal titolo “Divagazioni – motivi sul celibato. E a sfuggirsi l’eterna vita di celibe? “, che mi è stato inviato in dono da una lettrice. Il libello, scritto nel 1899, è pieno di frasi apodittiche del tipo: “il celibato è uno stato non naturale”, “è da isfuggirsi l’eterna vita di celibe! “. Mi ha terrorizzato. Nel 1899 dunque la cultura laica riteneva il celibato uno stato “non naturale”. La risposta ecclesiastica la trovo invece in una lettera pastorale della quaresima scorsa, che il vescovo di Imola Mons. Tommaso Ghirelli, a cui ho fatto visita qualche giorno fa, mi ha regalato. Il titolo è più che eloquente: “Il coraggio di sposarsi”. Sarà forse sant’Agostino che dal cielo mi vuole ricordare che anche lui ha “sfarfalloneggiato”, sì, ma solo fino a una certa età, sarà forse la provvidenza che vuole mettere fine ai “dolori del giovane Gambi”. Ma questa pubblicazione sembra capitare proprio a fagiolo. Mons Ghirelli le cose non le manda a dire, e in questa sua lettera il filo viene tracciato dritto e senza mezzi termini. Bastano i titoli dei capitoli per capire il tono: “le convivenze danneggiano la vita sociale”, “l’esercizio della sessualità è impegnativo” (eccome, aggiungo io…), “castità: ne vale la pena”, “valore sociale della castità”. Il messaggio è quantomai chiaro, ed è quello immutato della morale cattolica, che continua a rimanere un punto di riferimento preciso e chiarissimo. Un ideale di bellezza, purezza, ordine umano e sociale. Ma di una difficoltà estrema. Dunque, cultura laica ottocentesca e cultura cristiana mi vengono a rispondere la stessa cosa: bisogna sposarsi, e ne vale la pena. Anche io la pensavo così, perlomeno fino alla millesima delusione d’amore. Le cose dunque non sono così semplici. Intanto perché il modello sociale che ci viene proposto ci dice di continuo l’esatto contrario: basta pensare che la “persona riuscita” nell’immaginario collettivo potrebbe essere Briatore, che cambia una modella ogni sei mesi, o Manuela Arcuri, che ha dovuto imparare a contare fino a 100 solo per fare la lista dei “fidanzati”. Ma soprattutto il fatto è che le donne sono cambiate. Sono cambiate dal 1800, e sono cambiate dal riferimento femminile della cultura cristiana, che gravitava – e grazie al cielo gravita ancora – su un sistema patriarcale. Nel 1899 una donna difficilmente avrebbe lavorato, sarebbe stata di certo dedita alla casa, forse ai concerti e alle opere, al ricamo, e soprattutto alla cura dei figli. Chi non prenderebbe al volo una donna così? Per la morale cattolica – sacrosanta – la donna ha un ruolo di complementarietà rispetto all’uomo. Bene. Oggi di ragazze che si dedicano al ricamo e alle opere non ce ne sono più, si trovano solo ragazze con ambizioni che un tempo erano solo maschili. Ambizione di fare carriera, di viaggiare a tutto spiano, di essere libere ed indipendenti. Non si trovano ragazze con in testa il senso della complementarietà, ma solo ragazze con il desiderio di uguaglianza. E allora la domanda è: ma tutte le belle cose che si scrivevano laicamente nel 1899 e che cattolicissimamente si scrivono ancora, sono ancora valide? Vale ancora la pena pensare al matrimonio, quando portarsi a casa una donna oggi significa portarsi a casa un centro di ambizioni che da un momento all’altro potrebbe andarsene, e che invece di portare sicurezza alla casa e alla famiglia porta instabilità; una donna che oramai emancipata vive magari la propria sessualità in maniera “aperta? Vale ancora la pena sposarsi se alla fine l’unica differenza fra una moglie e un amico è il sesso? Non è allora più logico e semplice, in assenza di donne che vogliano essere veramente mogli e madri, rimanere single, circondarsi di amici e sfogare la sfera sessuale ognuno come può? Non ho una risposta, ma solo tanti dubbi. Se qualcuno ha elementi per sanarli, la mia email è sempre la stessa…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 13:42 | Permalink | commenti (28)
categoria:donne, esistenzialismo
martedì, settembre 13, 2005

UGUAGLIANZA: QUANTE FAVOLE. DIVERSITÀ: QUANTE PAURE
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 13 settembre 2005)

Continuano a piovere lettere ed email sui miei dolori estivi. Quelli che mi hanno portato a raccontare il mio punto di vista sulle donne. Dolori provocati dall’ennesima pena d’amore, oltre che dalla crescente consapevolezza che una donna come desidero non esiste più, stretta nella morsa mortale del femminismo, del carrierismo e del velinismo. Ma giunti oramai ad una stagione meno carnale, credo valga la pena scuotere un po’ di polvere da questi miei dolori, e dal faceto passare ad un tono un po’ più serio. Sì, perché è con un po’ di serietà che si deve parlare di uno dei mali dell’Occidente – di quei mali che ci stanno facendo perdere quella guerra che questo giornale denuncia – ma forse dell’uomo in generale, che sta alla base di tutti questi problemi di rapporto fra uomini e donne: la paura della diversità. Accettare la diversità come tale è forse la cosa più difficile che ci sia. Per esempio, il razzismo e il buonismo sono in realtà le due facce di una stessa medaglia, la medaglia di chi non vuole accettare il diverso in quanto tale. Prendiamo un esempio concreto. In questi giorni nella mia città, a Ravenna, ci sono dei grossi battibecchi circa un gruppo di senegalesi che vive a Lido Adriano, che dovrebbe essere sfrattato. Su questa vicenda si scontrano due culture: quella che semplicemente vorrebbe che questi senegalesi se ne andassero, e quella che invece fa di tutto perché questi restino. Ora, se è chiaro che chi li vuole cacciare esprime un rifiuto del diverso, un rifiuto della diversità esprime anche chi fa di tutto per far finta che un gruppo di immigrati non costituisca un problema da risolvere, chi fa finta che un gruppo di senegalesi sia uguale ad un gruppo di trentini. È solo ignorando la diversità che si può fingere che un imam sia uguale ad un vescovo, un musulmano uguale ad un occidentale, un bianco ad un nero, un alto ad un basso, un buono ad un cattivo, come l’Europa ha sin qui fatto in quella linea di tendenza segnata sin dalla rivoluzione francese. Quella rivoluzione francese che non a caso ha innalzato a propria bandiera l’”égalité”, un’uguaglianza verso cui tutti dovrebbero tendere. Un’uguaglianza che diventa addirittura il fine dello Stato, e che filtra con spaventosa capillarità dalle teste degli ideologi della rivoluzione alle menti di tutti gli europei. Non è un caso infatti se svariate lettrici mi abbiano scritto facendo appello appunto all’uguaglianza. Uguaglianza fra uomini e donne, e uguaglianza nelle opportunità. Il fatto è che tutta questa non è altro che un’utopia. Perché gli uomini e le donne sono diversi. Perché chi nasce intelligente avrà comunque più opportunità di chi nasce stupido, chi nasce negli Stati Uniti avrà più opportunità di chi nasce nel Burkina Faso, chi nasce ricco di chi nasce povero, e lo Stato non può farci niente. È la vita, è il mondo, nella sua insieme tragica e stupenda imperfezione, che fa di ciascuno di noi un essere diverso, ed in quanto tale unico. E questa imperfezione non si sconfigge certo dipingendo di volta in volta una diversa utopia che ci vede tutti uguali. Se c’è infatti una cosa che la storia ci insegna, è che seguendo le utopie, e voltando quindi le spalle alla concreta realtà, si raggiungono solo insoddisfazioni, frustrazioni, morte e terrore. Anche perché l’uguaglianza, grazie a Dio, non esiste, e non basta uno Stato che la imponga per farla sorgere. Lo scriveva bene Orwell, nel suo Animal Factory: se si impone l’uguaglianza finirà sempre che qualcuno emergerà, nel bene o nel male, con la propria disuguaglianza. “All animals are equal, but some animals are more equal than others”. Nella realtà siamo tutti diversi, grazie a Dio. E cercare a tutti i costi l’uguaglianza anche dove non c’è significa solo non essere in grado di accettare la diversità. Una comunità di albanesi è diversa da una comunità di svedesi. Partiamo da questo punto nel ragionare di integrazione. Una donna è diversa da un uomo. Partiamo da questo punto, nel relazionarci fra uomini e donne. Per una donna mostrare il seno al vento o vestirsi in modo sexy, per esempio, può significare libertà, o voglia di piacersi. Per un uomo è un segnale sessuale. È questione di istinto. L’uomo non può pretendere che la donna viva lo stesso istinto, ma può pretendere che la donna lo comprenda. E per converso, la donna non può pretendere che l’uomo entri nella sua testa, ma può pretendere che si sforzi di comprendere la sua diversità. È così bello essere diversi, alti e bassi, uomini e donne, neri e bianchi, ricchi e poveri, e scoprirsi più profondamente nella propria identità – anche di genere – proprio nell’incontro e nel confronto, e magari pure nello scontro, con il diverso. Perché dunque desiderare a tutti costi l’uguaglianza? Abbiamo davvero così tanta paura della diversità?

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 12:55 | Permalink | commenti (7)
categoria:donne, esistenzialismo
martedì, settembre 06, 2005


L’ISLAM RADICALE? SARÀ SCONFITTO DALLE DONNE
Di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 6 settembre 2005)
Siamo sicuri che per sconfiggere l’Islam radicale l’Occidente sino ad oggi abbia usato le armi giuste? Siamo sicuri che guerre, cannoni, carri armati e mitragliatrici siano gli strumenti idonei per abbattere a medio-lungo termine talebani, terroristi e integralisti di varia fatta? Un dubbio offusca la certezza, fra gli spasmi di sofferenza con la gonna contenuti in questi “dolori del giovane Gambi”. Perché in effetti in Occidente abbiamo un’arma molto più potente, molto più pervasiva e molto più efficace di qualunque cannone: le donne. Quelle donne che nel nostro mondo occidentale si sono prese fin troppe libertà, con eccessi di femminismo, di egualitarismo e di carrierismo, in quello islamico vivono spesso ancora coperte da stracci che le nascondono, non possono fare praticamente nulla se non stare sottomesse al marito (magari condiviso con qualche altra moglie), in alcune zone subiscono mutilazioni genitali che finiscono per impedir loro di provare piacere. Una vita d’inferno. Per cui, tramite il dialogo fra le culture e secondo il principio dei vasi comunicanti, non si può che cercare un po’ di compensazione fra i due mondi. Il nostro Occidente deve contribuire a superare gli eccessi dei burqa e dei veli che umiliano la donna, e il mondo tradizionale musulmano potrebbe rimettere almeno le gonne alle nostre donne che sono rimaste in perizoma. Noi occidentali dobbiamo far sì che le donne-merce di alcune parti del mondo islamico possano lavorare e fare qualche attività in più oltre a stare sottomesse, e il mondo antico rappresentato dall’Islam potrebbe aiutare le nostre donne a tornare a valori – come la cura della famiglia e del focolare, o come il senso di maternità – che hanno tragicamente perso in favore della carriera e del successo. Do ut des. Incontro fra culture. Dialogo e confronto. Servirà pur a qualcosa.
Non si può però fare a meno di notare che qualcosa si sta muovendo. Perlomeno sul fronte islamico. La nuova Miss Inghilterra infatti, quella che rappresenterà la terra di Farrell a Miss Mondo, è musulmana. Si chiama Hammasa Kohistani, ha 18 anni, ed è nata in Uzbekistan da genitori afgani. Visto e considerato che non più tardi di una settimana fa mi ero lamentato dalle pagine di questo giornale degli effetti negativi sulle ragazzine dei concorsi delle miss, questo episodio mi dà l’occasione per trovarne uno positivo. Le miss, per poter essere ammirate e giudicate dai giurati, devono infatti sfilare in abiti molto succinti, spesso in costume da bagno, mostrando generosamente la propria mercanzia. Ma secondo la legge islamica degli integralisti le uniche parti del corpo di una donna che devono essere mostrate sono il volto, le mani e i piedi. Quindi che succede? Di certo la presenza di questa ragazza musulmana nella kermesse internazionale sarà un segnale forte per quella parte del mondo islamico che ha preferito un’attitudine laica ad una integralista. Magdi Allam, nel suo coraggioso pellegrinare per l’Italia raccontando il “suo” Islam moderato, cita sempre come esempio di moderazione dell’Islam il fatto che in Egitto, quando era bambino, in spiaggia le donne non avevano problemi ad indossare bikini. Ed è lì che bisognerebbe tornare, usando la più potente delle armi, quella femminile. Di certo all’interno del mondo musulmano, perlomeno quello moderato, sorgeranno discussioni, confronti, dialogo sul ruolo della donna e sui limiti alla sua libertà. E dal dialogo non può che sorgere un momento di crescita. Vedremo se saremo capaci, noi occidentali, di cogliere il giusto che ci sarà in queste discussioni, e vedremo se confrontandoci con la diversità del mondo musulmano, secondo il principio di compensazione, saremo in grado di rimettere perlomeno il reggiseno ai topless che affollano le spiagge.
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
www.paologambi.it
postato da: PaoloGambi alle ore 13:32 | Permalink | commenti (1)
categoria: