MA VALE ANCORA LA PENA SPOSARSI OGGI?
di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 27 settembre 2005)
Vale ancora la pena sposarsi oggi? È meglio sposarsi o “sfarfalloneggiare” in giro puntando tutto sul divertimento e sul cambio periodico del “partner”? Dilemma quasi shakesperiano che prima o poi tocca la vita di ciascuno di noi, e che sta tornando alla ribalta proprio in questi giorni per via del dibattito sui PACS. A questo dilemma, immerso nei miei dolori, ho trovato due risposte, una laica, ed una un po’ più ecclesiastica. La riposta laica la trovo in un volumetto di un tal Chiaro Poletti dal titolo “Divagazioni – motivi sul celibato. E a sfuggirsi l’eterna vita di celibe? “, che mi è stato inviato in dono da una lettrice. Il libello, scritto nel 1899, è pieno di frasi apodittiche del tipo: “il celibato è uno stato non naturale”, “è da isfuggirsi l’eterna vita di celibe! “. Mi ha terrorizzato. Nel 1899 dunque la cultura laica riteneva il celibato uno stato “non naturale”. La risposta ecclesiastica la trovo invece in una lettera pastorale della quaresima scorsa, che il vescovo di Imola Mons. Tommaso Ghirelli, a cui ho fatto visita qualche giorno fa, mi ha regalato. Il titolo è più che eloquente: “Il coraggio di sposarsi”. Sarà forse sant’Agostino che dal cielo mi vuole ricordare che anche lui ha “sfarfalloneggiato”, sì, ma solo fino a una certa età, sarà forse la provvidenza che vuole mettere fine ai “dolori del giovane Gambi”. Ma questa pubblicazione sembra capitare proprio a fagiolo. Mons Ghirelli le cose non le manda a dire, e in questa sua lettera il filo viene tracciato dritto e senza mezzi termini. Bastano i titoli dei capitoli per capire il tono: “le convivenze danneggiano la vita sociale”, “l’esercizio della sessualità è impegnativo” (eccome, aggiungo io…), “castità: ne vale la pena”, “valore sociale della castità”. Il messaggio è quantomai chiaro, ed è quello immutato della morale cattolica, che continua a rimanere un punto di riferimento preciso e chiarissimo. Un ideale di bellezza, purezza, ordine umano e sociale. Ma di una difficoltà estrema. Dunque, cultura laica ottocentesca e cultura cristiana mi vengono a rispondere la stessa cosa: bisogna sposarsi, e ne vale la pena. Anche io la pensavo così, perlomeno fino alla millesima delusione d’amore. Le cose dunque non sono così semplici. Intanto perché il modello sociale che ci viene proposto ci dice di continuo l’esatto contrario: basta pensare che la “persona riuscita” nell’immaginario collettivo potrebbe essere Briatore, che cambia una modella ogni sei mesi, o Manuela Arcuri, che ha dovuto imparare a contare fino a 100 solo per fare la lista dei “fidanzati”. Ma soprattutto il fatto è che le donne sono cambiate. Sono cambiate dal 1800, e sono cambiate dal riferimento femminile della cultura cristiana, che gravitava – e grazie al cielo gravita ancora – su un sistema patriarcale. Nel 1899 una donna difficilmente avrebbe lavorato, sarebbe stata di certo dedita alla casa, forse ai concerti e alle opere, al ricamo, e soprattutto alla cura dei figli. Chi non prenderebbe al volo una donna così? Per la morale cattolica – sacrosanta – la donna ha un ruolo di complementarietà rispetto all’uomo. Bene. Oggi di ragazze che si dedicano al ricamo e alle opere non ce ne sono più, si trovano solo ragazze con ambizioni che un tempo erano solo maschili. Ambizione di fare carriera, di viaggiare a tutto spiano, di essere libere ed indipendenti. Non si trovano ragazze con in testa il senso della complementarietà, ma solo ragazze con il desiderio di uguaglianza. E allora la domanda è: ma tutte le belle cose che si scrivevano laicamente nel 1899 e che cattolicissimamente si scrivono ancora, sono ancora valide? Vale ancora la pena pensare al matrimonio, quando portarsi a casa una donna oggi significa portarsi a casa un centro di ambizioni che da un momento all’altro potrebbe andarsene, e che invece di portare sicurezza alla casa e alla famiglia porta instabilità; una donna che oramai emancipata vive magari la propria sessualità in maniera “aperta? Vale ancora la pena sposarsi se alla fine l’unica differenza fra una moglie e un amico è il sesso? Non è allora più logico e semplice, in assenza di donne che vogliano essere veramente mogli e madri, rimanere single, circondarsi di amici e sfogare la sfera sessuale ognuno come può? Non ho una risposta, ma solo tanti dubbi. Se qualcuno ha elementi per sanarli, la mia email è sempre la stessa…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 27 settembre 2005)
Vale ancora la pena sposarsi oggi? È meglio sposarsi o “sfarfalloneggiare” in giro puntando tutto sul divertimento e sul cambio periodico del “partner”? Dilemma quasi shakesperiano che prima o poi tocca la vita di ciascuno di noi, e che sta tornando alla ribalta proprio in questi giorni per via del dibattito sui PACS. A questo dilemma, immerso nei miei dolori, ho trovato due risposte, una laica, ed una un po’ più ecclesiastica. La riposta laica la trovo in un volumetto di un tal Chiaro Poletti dal titolo “Divagazioni – motivi sul celibato. E a sfuggirsi l’eterna vita di celibe? “, che mi è stato inviato in dono da una lettrice. Il libello, scritto nel 1899, è pieno di frasi apodittiche del tipo: “il celibato è uno stato non naturale”, “è da isfuggirsi l’eterna vita di celibe! “. Mi ha terrorizzato. Nel 1899 dunque la cultura laica riteneva il celibato uno stato “non naturale”. La risposta ecclesiastica la trovo invece in una lettera pastorale della quaresima scorsa, che il vescovo di Imola Mons. Tommaso Ghirelli, a cui ho fatto visita qualche giorno fa, mi ha regalato. Il titolo è più che eloquente: “Il coraggio di sposarsi”. Sarà forse sant’Agostino che dal cielo mi vuole ricordare che anche lui ha “sfarfalloneggiato”, sì, ma solo fino a una certa età, sarà forse la provvidenza che vuole mettere fine ai “dolori del giovane Gambi”. Ma questa pubblicazione sembra capitare proprio a fagiolo. Mons Ghirelli le cose non le manda a dire, e in questa sua lettera il filo viene tracciato dritto e senza mezzi termini. Bastano i titoli dei capitoli per capire il tono: “le convivenze danneggiano la vita sociale”, “l’esercizio della sessualità è impegnativo” (eccome, aggiungo io…), “castità: ne vale la pena”, “valore sociale della castità”. Il messaggio è quantomai chiaro, ed è quello immutato della morale cattolica, che continua a rimanere un punto di riferimento preciso e chiarissimo. Un ideale di bellezza, purezza, ordine umano e sociale. Ma di una difficoltà estrema. Dunque, cultura laica ottocentesca e cultura cristiana mi vengono a rispondere la stessa cosa: bisogna sposarsi, e ne vale la pena. Anche io la pensavo così, perlomeno fino alla millesima delusione d’amore. Le cose dunque non sono così semplici. Intanto perché il modello sociale che ci viene proposto ci dice di continuo l’esatto contrario: basta pensare che la “persona riuscita” nell’immaginario collettivo potrebbe essere Briatore, che cambia una modella ogni sei mesi, o Manuela Arcuri, che ha dovuto imparare a contare fino a 100 solo per fare la lista dei “fidanzati”. Ma soprattutto il fatto è che le donne sono cambiate. Sono cambiate dal 1800, e sono cambiate dal riferimento femminile della cultura cristiana, che gravitava – e grazie al cielo gravita ancora – su un sistema patriarcale. Nel 1899 una donna difficilmente avrebbe lavorato, sarebbe stata di certo dedita alla casa, forse ai concerti e alle opere, al ricamo, e soprattutto alla cura dei figli. Chi non prenderebbe al volo una donna così? Per la morale cattolica – sacrosanta – la donna ha un ruolo di complementarietà rispetto all’uomo. Bene. Oggi di ragazze che si dedicano al ricamo e alle opere non ce ne sono più, si trovano solo ragazze con ambizioni che un tempo erano solo maschili. Ambizione di fare carriera, di viaggiare a tutto spiano, di essere libere ed indipendenti. Non si trovano ragazze con in testa il senso della complementarietà, ma solo ragazze con il desiderio di uguaglianza. E allora la domanda è: ma tutte le belle cose che si scrivevano laicamente nel 1899 e che cattolicissimamente si scrivono ancora, sono ancora valide? Vale ancora la pena pensare al matrimonio, quando portarsi a casa una donna oggi significa portarsi a casa un centro di ambizioni che da un momento all’altro potrebbe andarsene, e che invece di portare sicurezza alla casa e alla famiglia porta instabilità; una donna che oramai emancipata vive magari la propria sessualità in maniera “aperta? Vale ancora la pena sposarsi se alla fine l’unica differenza fra una moglie e un amico è il sesso? Non è allora più logico e semplice, in assenza di donne che vogliano essere veramente mogli e madri, rimanere single, circondarsi di amici e sfogare la sfera sessuale ognuno come può? Non ho una risposta, ma solo tanti dubbi. Se qualcuno ha elementi per sanarli, la mia email è sempre la stessa…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com



