venerdì, ottobre 28, 2005
SMETTETELA DI GUARDARE IL MONDO IN BIANCO E NERO
di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 28 ottobre 2005)
Destra o sinistra? Cofferati fa sgombrare una piccola baraccopoli, creando un dibattito molto acceso in tutta la nazione. Se il sindaco Cofferati usa il pugno di ferro, allora è di destra? Martedì, dalle pagine di questo giornale, ho criticato Berlusconi per averci riempito le case di nudità umane ed intellettuali, banali e prive di intelligenza, prendendomi le critiche piccate di vari forzitalini. Allora io sono di sinistra? Ci vorrebbe Gaber per raccontarci cosa è di destra e cosa di sinistra oggi. Ma perché in Italia non riusciamo a vedere le cose in modo più laico? Perché ancora, ad ideologie crollate, dobbiamo incasellare tutto? Legalità=destra, solidarietà=sinistra. Ricchi=destra, poveri=sinistra. Romagna=destra, Emiliaromagna=sinistra. Ma così si vede il mondo in bianco e nero. Sarebbe il caso di abbandonare queste divisioni da rivoluzione francese, e passare al technicolor.
Su questa strada, la prima considerazione che viene alla mente è che sembra tutto ruoti intorno a Berlusconi: chi lo ama è di destra, chi lo odia di sinistra. Ma Berlusconi è una persona, non una cultura politica. L’ho criticato perché nelle sue tv non si fa cultura, ma si contribuisce in maniera determinante all’instupidimento generale. In più l’ho criticato perché non ha fatto pressoché nulla per far crescere una cultura alternativa, più liberale, più occidentale, e perché no, più americana, visto che questi sono i suoi modelli. Chi risponde a questo mio rilievo culturale snocciolandomi grani di rosari politici non ha capito nulla. È vero che l’assenza di cultura nell’area berlusconiana si riverbera anche nel livello delle sue dirigenze di partito, ma non era questo il mio messaggio: le schermaglie politiche mi interessano il giusto. Mi interessa invece fare una riflessione sul fatto che, crollate le ideologie, destra e sinistra sono solo contenitori vuoti. Perché sennò Tony Blair, che è di sinistra, ha fatto la guerra in Iraq, mentre in Italia la stessa guerra è considerata dalla sinistra un atto fascista? Perché la destra italiana, Alleanza Nazionale, è statalista, mentre quella anglosassone è iperliberista? Perché allora si sono fatte polemiche intorno alla nuova testata di questo giornale, che rappresenta alcuni dei cardini dell’Occidente, come se l’Occidente di per sé fosse un valore “di destra”? Le cose interessanti comunque, i tasselli mancanti, sono le culture che stanno dietro alla politica. La cultura di destra oggi è solo un embrione. Quella di sinistra mastica ancora con troppa fatica le scorie dell’esser stata comunista. Serve uno scatto. Il Paese ha bisogno di impostare il proprio assetto su basi liberali, sia a destra che a sinistra, proprio come è successo nel Regno Unito. E lo può fare solo su basi culturali diffuse e condivise che diano una spiegazione coerente del nuovo mondo in cui viviamo. Culture politiche che non accettano il sistema liberal democratico, frutto storico del capitalismo come unico hardware possibile su cui far girare software diversi – socialdemocratici, riformisti, conservatori, e così via – sono fuori dal tempo e dalla realtà. Si potrà essere di destra o di sinistra a seconda di quanti e quali “paletti” si vogliano mettere all’articolarsi delle forze di mercato, ma chi ancora, dalla sinistra come dalla destra, contesta il sistema capitalista non vive con i piedi ancorati alla realtà: la storia ci ha mostrato che il capitalismo non ha alternative plausibili che non siano dittature sanguinarie, a destra come a sinistra.
Bisognerebbe insomma riuscire a mettere in atto un’operazione culturale che abbracci tutte le culture politiche democratiche. Solo in questo modo la sinistra arriverà a depurarsi di quelle parti scomode del proprio passato, fino a diventare davvero riformista, ma comunque liberale, nella sostanza e nei presupposti culturali. Alcuni passi in questa direzione sono stati fatti. La destra dovrebbe invece rappresentare la versione più decisa del pensiero liberale, dare corpo nella società civile, nelle università e nei punti nevralgici della cultura e della comunicazione, ad una operazione di adattamento dei classici del pensiero liberale alla situazione italiana. Alcuni passi sono stati fatti anche in questa direzione. Ma mentre facciamo piccoli passi, il mondo ci chiede grandi corse. Si troveranno intellettuali “di destra” capaci di elaborare un sistema di pensiero che possa stare alla base di una azione di governo? Ci sarà una svolta nella cultura di sinistra che faccia digerire definitivamente le scorie del passato comunista? Cofferati, inaspettatamente, un po’ ci fa sperare, e un po’ ci fa sperare anche Marcello Pera, con la sua azione culturale. Ma l’anomalia italiana è ancora ben lungi dall’essere superata. Ce la faremo?
Paolo Gambi
martedì, ottobre 25, 2005
CARO SILVIO, BASTA LAMENTELE
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 25 ottobre 2005)
Si potrà essere quantomeno perplessi? Berlusconi dopo la trasmissione di Celentano ha dichiarato: “E' soltanto l'ultimo episodio di un sistema della comunicazione, televisiva ma anche stampa, che dal 2001 ha sistematicamente attaccato l'operato del governo e il presidente del Consiglio”. Ma porca miseria, Silvio Berlusconi, il nostro presidente del consiglio, non è proprietario unico di tutte e tre le reti mediaset? Non è forse nella fase terminale di una legislatura durante la quale ha avuto una maggioranza schiacciante in entrambi i rami del parlamento? Non ha forse nominato questa sua maggioranza schiacciante le dirigenze RAI, ad inizio legislatura? Eppure adesso si lamenta. Si lamenta perché le televisioni danno contro al governo. Scusate, ma non capisco. Berlusconi non avrebbe semplicemente potuto fare in modo che tra RAI e Mediaset ci potesse essere qualche giornalista, opinion leader e pure qualche showman vicino alla sua area? Non sarebbe bastato dare l’informazione su Italia1 e Canale5 a Ferrara e Guzzanti, per esempio, ed evitare così di doversi lamentare? Invece no. Si lamenta e basta. Ma se non è capace lui di far prevalere se stesso sulle proprie televisioni e su quelle che controlla, non capisco chi possa esserlo. Ma c’è di più. Chi, come me, crede nell’Occidente, nel pensiero liberale, nella morale cattolica, ha sentito spesso Berlusconi dirsi un’incarnazione di tutte e tre questi mondi. Eppure se si accendono le sue televisioni, si vedono solo sbrodolate di pensiero debole e conati di pensiero unico. E questo ininterrottamente da anni. A che gioco giochiamo allora? Cosa ha fatto Berlusconi, con la sua potenza di fuoco, per far crescere una cultura nella quale i principi del libero mercato a cui dice di rifarsi potessero innestarsi nella specificità italiana? Ha riempito le nostre case di Maurizi Costanzi, alfieri del pensiero debole, che al grido di “moralisti! “ stanno con il dito puntato contro tutti coloro che hanno un sistema morale, e che per questo hanno “naturaliter” un’opinione contraria alla sua televisione fatta di tetteculi, magari pure di travestiti. E poi ci si meraviglia se Lapo Elkann a travestiti ci va per davvero, e se le nostre strade traboccano di transessuali. Vuole fare la battaglia culturale per i valori del libero pensiero, della morale cattolica e dei valori dell’Occidente, Berlusconi, e ci riempie gli occhi di donne nude, crea le mitologie delle veline e dei costantini, fa crescere una tv piena solo di vuoto. Ma qua il paese va allo sfascio. Ci aspettano tempi duri, la crisi economica ha già un piede oltre la porta, e noi invece che coltivare e promuovere quelle virtù necessarie per superare strutturalmente i tempi difficili, mettiamo sull’altare tutti quegli insulsi che fanno i tronisti, che riempiono i pomeriggi di nulla, con la conseguenza che le nuove generazioni crescono al grido di “facciamo i costantini! “. Risolviamo così la crisi? Costruiamo così un futuro florido? All’anima peggiore dell’Italia è stato dato lo scettro della celebrità, nuovi déi sono diventati coloro che nella vita non fanno nulla, e tra i patroni della moralità pubblica ci sono travestiti e sodomiti. E tutto questo grazie alle reti mediaset. Sono questi i valori dell’Occidente che Silvio Berlusconi vuole far crescere in Italia? La battaglia culturale, insomma, la facciamo con Boldi e De Sica che parlano di emorroidi circondati da spogliarelliste? Il Berlusconi politico propaganda i sani principi, il Berlusconi imprenditore li affossa. Il Berlusconi imprenditore riempie le proprie tv di iene e gialappi, il Berlusconi politico si lamenta perché gli danno addosso. Scusate, ma mi è venuto un dubbio. È veramente lo stesso Silvio Berlusconi ad avere le reti mediaset e la presidenza del consiglio, o si tratta di un’omonimia protratta nel tempo in un equivoco epocale? Non saranno due Silvio Berlusconi diversi? Al di là della domanda scherzosa, se Berlusconi volesse davvero cambiare questo paese in maniera profonda ne avrebbe tutti gli strumenti: le televisioni. Eppure non lo fa. Perché?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
lunedì, ottobre 17, 2005
ANCHE CON IL CALCIO OSTACOLI ALL’AUTONOMIA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 17 ottobre 2005)
Romagna divisa anche nel calcio. “Romagna tua non è, e non fu mai,/sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni”, scriveva Dante 700 anni fa. Ma lo potremmo scrivere ancora oggi. I romagnoli sono divisi a livello amministrativo, e piuttosto che mettersi d’accordo hanno preferito farsi stemperare in una improbabile Emilia-Romagna. Fra i due litiganti il terzo gode. E infatti comanda Bologna. Non solo però i romagnoli non riescono a trovare un’unità politico-amministrativa, ma non ci si riesce a mettere d’accordo neppure in ambito calcistico. A lanciare l’idea di unificare le squadre romagnole in un “Romagna calcio” ci ha provato recentemente Werther Casalboni, l’imprenditore cervese da poco vicepresidente del Ravenna, sulla scia di un’idea che era stata sia di Raul Gardini sia di Dino Manuzzi. Al di là di quelle che sono state le diverse reazioni dei presidenti delle singole squadre, ciò che colpisce sono le opinioni dei capi delle tifoserie, che riflettono meglio il comune sentire della gente. E i tifosi hanno detto no. No, essenzialmente, perché il tifo si basa su rivalità e campanilismi. Chiaro, evidente. Ciò che è meno evidente è perché questo campanilismo debba far leva sulle identità comunali, e non su quella regionale. Non sarebbe molto più stimolante una partita fra il Romagna e il Bologna, magari in serie A, magari pure in lotta per lo scudetto, piuttosto che il piccolo cabotaggio di piccole squadre che superano a fatica la B, quando va bene? Non sarebbe molto più stimolante portare in tutta Italia la nostra comune identità romagnola, superando divisioni di piccolo campanile che oggi non hanno più ragion d’essere? È tutta questione di mentalità. E di ambizione. Oggi la Romagna, con le infrastrutture che ha e i tempi di percorrenza, è di fatto un unico sistema metropolitano che va da Ravenna a Rimini passando per Forlì e Cesena. Ma quella maledetta mentalità microcefalica, di cui tutti siamo imbevuti, che fa guardare con sospetto il proprio vicino – con la bocca però piena di paroloni come “integrazione”, “globalizzazione” e cose del genere – impedisce qualunque idea di sviluppo. Compreso quello calcistico. Quanti scudetti hanno vinto, complessivamente, le tante squadre di calcio che abbiamo in Romagna? In tutto l’arco della storia calcistica, mi dicono gli esperti, nessuno. Quanti scudetti avrebbe potuto vincere il “Romagna calcio”, la squadra cioè che avesse assommato tutte le competenze e i danari delle singole squadre romagnole? La storia non si fa ad ipotesi, ma conoscendo la tenacia dei romagnoli ne avrebbe vinto più di uno. E lo stesso vale per qualunque altro settore, compreso quello politico-amministrativo. Con a fianco il colosso bolognese, con tutti i suoi snodi di potere, come possiamo pensare di competere se ci presentiamo sempre divisi? Come possiamo sperare di avere delle concessioni dal potere bolognese – perché più che qualche concessione non si può sperare -, se non riusciamo a metterci d’accordo su cosa chiedere tutti insieme? Lo sport ci mostra quale sia il difetto più profondo dei romagnoli: un egoismo declinato in modo campanilistico. Che vissuto con questa intransigenza non fa bene a nessuno. C’è invece un senso di romagnolità, un’identità comune che va riscoperta tutti insieme. La storia, la geografia, il buon senso, ci mostrano come la Romagna e i romagnoli siano un qualcosa di peculiare che si distingue, con varie tonalità, da tutto ciò che la circonda. C’è un orgoglio che alberga fiero nel cuore dei romagnoli, al di là del borgo a cui appartengono. Si tratta solo di riscoprirlo, questo orgoglio dimenticato. E poi, scusate, quando gioca l’Italia, non si riconciliano tutte le tifoserie, da quella del Napoli a quella del Verona? Perché non si può immaginare che succeda lo stesso fra Cesena e Ravenna, in nome della Romagna? Anche perché a seguire la mentalità campanilistica, a livello politico i romagnoli non hanno trovato un’unità, e sono rimasti intrappolati nel sistema emilianoromagnolo, dove a comandare sono altri, sulle nostre teste. Finirà allora che anche a livello calcistico qualcuno volerà sopra le nostre divisioni e farà una squadra “Emilia-Romagna” con lo stadio a Bologna?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
mercoledì, ottobre 12, 2005
SE “MUORE” IL PADRE LA SOCIETÀ SI SFALDA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 11 ottobre 2005)
Se davvero venisse un profeta dell’Antico Testamento in questa società occidentale decadente e malata terminale, non potrebbe esimersi dal denunciare la più terribile delle guerre in corso, quella guerra intima e spesso sottovoce combattuta da due princìpi: quello patriarcale e quello matriarcale, quello maschile e quello femminile. Basterebbe che il profeta leggesse alcune delle terribili e zoppicanti pagine del “Codice da Vinci” di Dan Brown – che presto avremo la sventura di veder tradotto in un film per il grande schermo, – per capire le dinamiche che l’Occidente ha messo in moto in se stesso: “Le leggende dei cavalieri alla ricerca del Graal perduto erano in realtà storie di ricerche proibite per ritrovare il femminino sacro perduto. I cavalieri che affermavano di "cercare il calice" parlavano in codice per proteggersi da una Chiesa che aveva soggiogato le donne, bandito la dea, bruciato i non credenti e proibito il rispetto pagano per il femminino sacro". (Il Codice Da Vinci, trad. it., p. 280). Il “femminino” sacro perduto viene messo contro la tradizionale società patriarcale che ha retto i destini del mondo negli ultimi millenni. L’Occidente si autodistrugge uccidendo la propria struttura patriarcale in favore di quella patriarcale. Anche tramite le bestialità di Dan Brown, lette, e magari condivise, da milioni di persone. Sia quel che sia, il risveglio di questo “femminino” nella società contemporanea sarebbe di immediato impatto agli occhi del profeta: donne nude ovunque, e quindi “femminine” immagini in ogni dove, donne in carriera, e quindi “femminino” potere, donne che sottomettono socialmente gli uomini, e quindi prevalere del “femminino” sul “mascolino”.
Potrebbe trovare però un po’ di conforto, questo profeta, in un bellissimo libro di Claudio Risè – “Il Padre, l’assente inaccettabile” – che racconta di come molti mali dell’Occidente femminista trovino radice nella rimozione dalla propria realtà dei riferimenti alla figura paterna. Ossia nel prevalere di quel “femminino” che ricordavamo. Con conseguenze disastrose. Il termine “patriarcale” arriva a suonare quasi come una parolaccia, diventa politicamente corretto fare film e scrivere libri su padri-padroni cattivi e ingiusti, ma guai a toccare i guai dell’emancipazione delle donne, tutto magari nell’ottica di creare presto famiglie fatte solo di coppie di lesbiche che si riproducono con l’inseminazione artificiale. C’è una vera e propria “fabbrica dei divorzi”, scrive Risè, che sta dietro al disfacimento della famiglia tradizionale. Schiere di burocrati ed avvocati che per autoalimentarsi hanno sfruttato l’ideologia del pensiero debole, spargendo teorie secondo cui per evitare i divorzi bisogna prima convivere – fatto che pone invece subito buone basi per il divorzio -; se un matrimonio attraversa un momento di infelicità è bene concluderlo; se i genitori divorziano, in fondo i bambini superano il trauma, e riusciranno senza problemi a costruirsi una propria famiglia. Risè smentisce tutto, punto su punto, e rimette al centro il ruolo indispensabile del padre, di quel principio patriarcale che va tanto contro al pensiero unico dominante. E contro le farneticazioni di Dan Brown. Il fatto è che Risè, da psicoterapeuta, denuncia come la figura paterna sia necessaria per uno sviluppo della personalità che porti al completamento di sé. La figura del padre è indispensabile, nell’età dello sviluppo, per maturare i concetti di “dovere” e “obbedienza”. “I cittadini della <
>” scrive Risè, “ vedono la perdita come un affronto personale, più che come una prova dell’esistenza, legata anche al destino spirituale dell’individuo. Di queste <>, incomprensibili e inaccettabili, fa anche parte il sacrificio di dover riconoscere il principio d’autorità scalzato assieme alla figura paterna. Se non bisogna più obbedire al padre, perché allora assecondare il vigile, il bigliettaio, chiunque chieda di obbedire ad una norma? “. La famiglia, fatta di padre e di madre in rapporto dialettico, non è dunque un optional nel percorso formativo di una persona. Eppure sembra che la società femminista faccia di tutto per distruggerla. Nonostante ciò, concluso il suo viaggio fra gli improbabili racconti del “Codice Da Vinci”, il “femminino” imperante e la fabbrica dei divorzi, il profeta mandato da Dio non farà piovere fuoco e zolfo sull’Occidente. Ma solo grazie ai tanti, ma non troppi, Claudio Risè. Perché il Signore non farà perire il giusto insieme all’empio…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
mercoledì, ottobre 12, 2005
DIECI “COSE” DIMENTICATE
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 4 ottobre 2005)
Viviamo proprio in una strana epoca. Un’epoca confusionaria, caotica, senza punti di riferimento. Viviamo con le teste piene (o vuote) di pensiero debole, quello per cui in fondo tutto è uguale, e non ci sono grandi differenze fra un valore ed un altro. Decadenza. Un termine che risuona immediato. Se fossimo ebrei, di quelli prima della venuta di Cristo, di sicuro Dio avrebbe già mandato un profeta. Ma uno di quelli cattivi, che promettono fuoco e fiamme, e che alla fine mantengono pure le promesse. Sì, perché a ben guardarci, viviamo in società che non solo tollerano, ma persino inducono alla violazione continua di tutti e dieci i comandamenti. Probabilmente questo profeta arriverebbe, e camminando per le strade inizierebbe a ricordare la legge delle dodici tavole: “Non avrai altro Dio avanti a me”. Ed ecco che appare il pantheon delle divinità contemporanee, che partono dal danaro e dal successo, e passando attraverso le peggiori ideologie finiscono in improbabili calciatori o costantini di sorta. “Non nominare il nome di Dio invano”. Speriamo che questo profeta non si debba fermare a far benzina a Cesenatico, perché quel benzinaio diventato famoso in tutta Italia per una telefonata che altro non era che una unica bestemmia di qualche minuto potrebbe anche trovarsi in mezzo alle piaghe d’Egitto. “Ricordati di santificare le feste”. Se le feste si santificassero andando allo stadio, almeno questo comandamento sarebbe rispettato dai più, e il profeta non avrebbe da recriminare. Invece non funziona proprio così, per cui anche questo comandamento non è adempiuto. Tantopiù che molte persone sono costrette dalla società addirittura a lavorare di domenica… E a Messa chi ci va? “Onora il padre e la madre”. Ma quale padre e quale madre? E se la madre ha lasciato il padre e sta con un altro uomo, e il padre con un’altra donna magari piena di figli di un altro marito, che però continua a frequentare la casa, e il figlio sta un po’ con una famiglia un po’ con l’altra, chi deve onorare? E se poi con i PACS diventassero due madri o due padri? “Non ammazzare”. E invece di persone se ne ammazzano con disinvoltura di continuo, e con il beneplacito dello Stato e della società tutta, ogni volta che con la leggerezza di questa epoca vengono uccisi i bambini non ancora nati. “Non fornicare”, o nell’altra versione “Non commettere atti impuri”. E cali un velo di pietoso silenzio. E ancora: “Non rubare, “ Non dire il falso testimonio”. In questa società di furbi, in cui non è il più virtuoso ad andare avanti ma il più truffaldino e il più scaltro, piccole ruberie e falsità non sono semplicemente all’ordine del giorno, ma gli strumenti più normali per fare carriera. “Non desiderare la donna d’altri”. Con tutti i locali di scambio di coppia e la cultura di leggerezza con cui si instaurano rapporti fra uomini e donne, anche questo comandamento fa drizzare i capelli al profeta inviato dal Signore. Che con “non desiderare la roba d’altri” chiude questa bella rassegna, trovando nel cuore degli uomini montagne di invidia verso chi è più ricco, o più bello, o più fortunato. E fortuna che “Non sprecate il danaro pubblico” non è un comandamento, perché sennò tutti i politici e gli amministratori finirebbero a bruciare all’inferno insieme alle pile di quattrini che hanno sperperato per sé o per altri. Se poi si tiene a mente che Sodoma e Gomorra sono state sommerse da zolfo e fuoco per molto meno, cosa deve piovere su una società che manda in Parlamento Grillini – che predica la superiorità dei sodomiti – e che a livello diffuso considera la sodomia una condizione normale?
E con questo, tra l’altro, spero di aver corrisposto al mio Arcivescovo, che mi ha redarguito per i miei articoli sulle donne, invitandomi a scrivere di cose serie…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com