martedì, novembre 29, 2005
MA A SINISTRA C’È SPAZIO PER I VALORI LIBERALI?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 29 novembre 2005)

“Per salvare l'Italia, per voler bene all'Italia, serve un programma radicale, di riforme forti e profonde”. Parole che Romano Prodi ha pronunciato al Big Talk di Milano, e che paiono essere una risposta alle accuse lanciate da the Economist all’Italia, per la quale il settimanale inglese prevede tempi molto bui. E così è contento anche il mio direttore convinto che io sia un prodiano. Ma questa presa di posizione di Prodi non fa altro che seguire un’inaspettata linea di tendenza che il centro-sinistra sta prendendo nelle ultime settimane. La margherita in particolare: Rutelli ha parlato di un suo ipotetico programma di governo fatto di più concorrenza; più efficienza e meno sprechi e duplicazioni nel settore pubblico; meno tasse sul lavoro; più welfare familiare e generazionale; nuove politiche per le città; più innovazione. Ma facilmente si potrebbe citare Enrico Letta per trovare altrettante prese di posizione di matrice liberale. Sì, liberale. Non è un caso che Nicola Rossi su Europa, il quotidiano della Margherita, scriva “Per molti versi, quindi, la sostituzione del termine “riformisti” con il termine “liberali” non è altro che una parte del processo tutto sommato naturale di individuazione e definizione degli obiettivi collettivi in prossimità di una campagna elettorale (…). Un aggettivo presente nella liberaldemocrazia che rappresenta sotto molti aspetti l’evoluzione naturale di tanta parte del riformismo di matrice cattolica. In questo senso, i “riformisti” o “liberali” che dir si voglia hanno fatto, in silenzio, molta più strada di quanto non appaia a prima vista” citando poi Einaudi. Ma persino in casa DS c’è un vento strano che sta iniziando a soffiare. Basti pensare al recente libro del senatore Salvi sugli sprechi della spesa pubblica (“Il costo della democrazia”, pubblicato, ebbene sì, dalla berlusconiana Mondadori). Proprio oggi il candidato sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci, DS, che già aveva dichiarato di rifarsi a Tony Blair, ha un incontro pubblico con l’ex segretario liberale Valerio Zanone.


Ora tutto questo non può che fare più che felici coloro, nel cui novero si pone anche il sottoscritto, i quali sono da sempre liberali non in senso partitico ma quanto ai valori di riferimento. Il futuro governo Prodi, sempre ammesso vi sia, non potrebbe che fare il bene dell’Italia se si configurasse come conformazione liberale e portasse avanti quelle radicali riforme in senso liberale di cui l’Italia ha non bisogno ma urgenza. Fatte suonare le trombe della soddisfazione, bisogna però far vibrare anche le corde del dubbio. Liberali non ci si improvvisa. E nelle esperienze di governo locali i DS si sono dimostrati tutto fuorché una forza di matrice liberale. Basti citare l’atteggiamento antidemocratico sin qui tenuto in merito al referendum per la costituzione della regione Romagna, o molte esperienze di governo comunale. Non ci si può nascondere dietro ad un dito: buona parte della dirigenza DS non ha nel proprio schema mentale quell’antropologia liberale che sta a fondamento di tutto il resto. Quella concezione dell’uomo cioè come autonomo artefice del proprio destino, che non ama chiedere aiuto ai sindacati né aspira ad un ben retribuito e stabile, ma inutile posto pubblico pagato con il prezzo della propria libertà. Molto più facile è piuttosto che sia la margherita a farsi traino nella coalizione cercando di portare avanti riforme e politiche di matrice liberale.


In questo agone politico in cui l’unica competizione possibile è su chi sia in grado di attuare maggiori riforme di stampo liberale, il centro-sinistra ha detto la sua. Cosa aspetta il centro-destra? Parte svantaggiato, perché in 5 anni di governo di riforme liberali ne ha fatte poche (e poco coinvolgendo e informando i cittadini). Ma cambiando radicalmente il proprio assetto e sganciandosi da quel berlusconismo di facciata che ne ha disegnato la rovina, lo schieramento potrebbe avere ancora molto da dire e da competere in tale agone. Ce la farà, o l’esclusiva del pensiero liberale verrà raccolta con un coup de théatre dal centro-sinistra?


Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 18:33 | Permalink | commenti (3)
categoria:politica, romagna
mercoledì, novembre 23, 2005

MA CHE SINISTRA È MAI QUESTA?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 22 novembre 2005)

 

Chi avrà dato l’ordine? Che equivale a chiedersi: chi comanda davvero in Romagna? I sei sindaci romagnoli di Ravenna, Forlì, Rimini, Cesena, Imola e Lugo non riescono mai a mettersi d’accordo su niente, lasciando che il cervello di qualsiasi operazione di vasta scala in Romagna sia un qualche ufficio a Bologna. Eppure di punto in bianco i sindaci romagnoli, tranne quello di Faenza, sono in totale sintonia operativa, ed escono con una dichiarazione congiunta. Contro la Romagna. Contro la possibilità che a decidere se fare o meno una regione Romagna siano i cittadini con un referendum. Bella scoperta. Se questi sindaci fossero favorevoli a fare il referendum, non ci sarebbe stato bisogno di tutte le trafile parlamentari. Sono loro l’ostacolo al referendum, questo si sapeva anche prima di questa dichiarazione. Tuttavia tanta compattezza è quantomeno sospetta. Il sospetto che emerge è dunque che la testa di questa pensata debba essere più in alto. Sennò non si sarebbero di sicuro messi d’accordo. Proviamo a indovinare dove potrebbe essere il cervello di questa geniale uscita. A Bologna magari? Più che declinazioni di un ideale democratico, questi sindaci ricordano piuttosto i legati pontifici di antica memoria. Chissà cosa direbbe Mazzini nel vedere la terra che più fu fedele ai suoi ideali ritornata, dopo appena cento anni, alle logiche degli austriacanti e della più dirigistica gestione del potere. D’altra parte lo avevo predetto non più tardi di una settimana fa, nel mio editoriale del martedì: “Vorrei che (la Romagna) la facessimo anche insieme agli amministratori locali, ma più che chiederglielo non posso fare. Non vogliono ascoltare le ragioni a favore della Romagna, e preferiscono prestare l’orecchio alle segreterie bolognesi dei loro partiti”. Non sono passati neppure sette giorni, ed ecco che arriva l’ordine. Peccato che da Bologna arrivino solo ordini contro la Romagna, e mai a favore. Peccato che da Bologna non arrivi mai un ordine per fare una strada o una ferrovia fra Ravenna e Forlì, o un impegno per aumentare di una corsia l’autostrada di Rimini. Mentre a Modena si sta costruendo la quarta. Sarebbe quasi meglio non entrare nel merito di ciò che hanno scritto questi sindaci, perché si tratta di una tesi davvero fuori da ogni buon senso, e decisamente antidemocratica. D’altra parte la questione è quantomai chiara: alcuni richiedono da anni un referendum, previsto dalla Costituzione, per chiedere ai romagnoli se vogliono democraticamente costituirsi in regione, e questi politici fanno di tutto per non far svolgere questo referendum, come se i romagnoli fossero delle pecore da condurre, e non cittadini da far esprimere. Democrazia contro dirigismo, riformismo contro conservazione. Tutto fila lineare. Peccato però che a difendere lo status quo siano persone che rappresentano il centro-sinistra. Il peggior centro-sinistra. Perché purtroppo esiste anche un centro-sinistra, così come in altre zone d’Italia esiste un centro-destra, intessuto di un intreccio di affari, lottizzazioni e operazioni di palazzo, il tutto condito da quell’arroganza di chi sa che tanto, anche se trasformerà la propria città in una discarica, vincerà le successive elezioni. Questo centro-sinistra dunque ha parlato, e ha espresso più volte la propria opinione sulla questione romagnola. Adesso però è tempo che parli la parte migliore del centro-sinistra. Quella intelligente. Quella degli intellettuali, della dialettica e dei grandi ideali. Quella che non prende gli ordini dalla segreteria del partito, quella che sa fare autocritica quando gli amministratori sbagliano. Quel centro-sinistra riformista, che quando c’è bisogno le riforme le vuole, e non le ostacola. Quella parte del centro-sinistra che non può lasciare la questione Romagna nelle mani delle armate Brancaleone del centro-destra. Quella parte del centro-sinistra unita dagli ideali, e non dagli affari. Quella parte che nasce dalla passione, e non muore nella sete di danaro e di poltrone. Quella che ha ospitato nei decenni l’orgoglio. L’orgoglio di essere romagnoli, di vivere nella terra in cui la politica è sempre stata protagonista. C’è bisogno di progressisti, perché anche quelli che dovrebbero esserlo stanno dimostrando di essere più conservatori dei conservatori, più reazionari dei reazionari. La questione Romagna è quantomai chiara: far esprimere i romagnoli sulla secolare questione della loro autonomia significa seguire il principio democratico, mettendo in mano al popolo la decisione. Ostacolare questo procedimento, come stanno da anni facendo questi e altri sindaci e amministratori, significa seguire il più gretto dirigismo, le manovre di palazzo, significa non essere padroni in casa propria e lasciar comandare qualcuno a Bologna. Continueremo dunque ad obbedire agli ordini che arrivano da Bologna, o torneremo una terra protagonista?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 18:06 | Permalink | commenti (2)
categoria:cultura, politica, rimini, romagna, ravenna
giovedì, novembre 17, 2005
ORA TOCCA A TUTTI NOI ROMAGNOLI
Di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 17 novembre 2005)

Allora vogliamo farla la regione Romagna? Bisognerà che ciascuno inizi a cercare seriamente e liberamente una risposta a questa domanda, perché con l’approvazione di ieri in Parlamento della devolution il referendum per decidere si avvicina sempre di più. Certo, tutto il pacchetto devolution deve verosimilmente passare per l’opinione pubblica tramite un altro referendum nazionale, ma resta che rispetto a pochi anni fa l’obiettivo è incredibilmente più vicino. Siamo insomma a due referendum di distanza dalla regione Romagna. Visto che una riflessione dobbiamo farla tutti, scrivo qui di seguito la risposta che negli anni mi sono personalmente dato, da romagnolo, alla domanda iniziale.
Sì, da romagnolo la regione Romagna voglio farla. La voglio fare perché con l’attuale assetto regionale la Romagna è solo una grande periferia, mentre le grandi decisioni, il grande centro di potere è a Bologna, e decide anche per noi. Il mio vicino di casa potrà anche essere la persona più virtuosa del mondo, ma non sarei mai disposto a lasciargli gestire casa mia. E noi a Bologna, come sistema romagnolo, contiamo poco o nulla, per una semplice questione di numeri: i consiglieri romagnoli sono, contando anche i due imolesi, 14 su 50. La voglio, la regione Romagna, perché la Romagna ha una propria specificità che va gestita. Ho il ribrezzo per quel tentativo di assimilazione che ha portato alla strana situazione per cui gli emiliani sono definiti “emiliani”, e i romagnoli “emilianoromagnoli”. Un po’ come chiamare un bolzanino “trentaltoatesino”. Perché la mentalità che governa oggi è quella che ha tramutato il marchio della riviera romagnola in una improbabile “riviera adriatica dell’Emilia-Romagna”. La voglio perché da romagnolo ho un’identità forte che ha bisogno del suo apparato di simboli e istituzioni. La voglio perchè solo facendo un vero sistema fra i centri romagnoli possiamo pensare di avere un dialogo con il resto del mondo e una competitività anche nei confronti della stessa Bologna. E il modo più efficace per gestire un sistema è dargli un’istituzione che lo governi. La voglio perché pretendo che le istituzioni che mi rappresentano siano vicine alla realtà in cui vivo, cioè in Romagna, e non in dei palazzi nella periferia di Bologna. La voglio perché l’attuale regione in 35 anni di governo non è stata capace neanche di tracciare i confini fra Emilia e Romagna, con gran danno dei nostri produttori e dei nostri prodotti tipici. E neppure è riuscita ad elaborare un decente piano delle infrastrutture per le nostre città, tutta intenta a curarsi di Bologna. La voglio per un motivo di orgoglio. La Romagna è stata un territorio centrale per la nascita e lo sviluppo di alcune delle più importanti ideologie e prassi politiche del secolo passato, e oggi si è spenta, lasciando che la politica si facesse nei palazzi. Fare la regione Romagna, e farla tramite un referendum popolare, significherebbe per la prima volta nella storia d’Italia fare una regione dal basso verso l’alto, e non viceversa. Significherebbe quindi ritornare protagonisti sulla scena nazionale. La voglio, questa regione Romagna, perché chi la avversa non è riuscito a trovare una sola motivazione valida che non sia il mantenimento dello status quo. Oltre al tema bambinesco, quantomai naif, del “grande è bello”. La voglio perché non posso morire emilianoromagnolo.
Ma questa regione Romagna la vorrei fare insieme a tutti i romagnoli. Ai romagnoli buoni e a quelli cattivi. A quelli di destra, a quelli di sinistra. E insieme a quelli a cui la politica fa un po’ di ribrezzo. A quelli alti e a quelli bassi. A quelli della collina e a quelli del mare. Ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani. Agli uomini e alle donne. Insieme. Vorrei che la facessimo anche insieme agli amministratori locali, ma più che chiederglielo non posso fare. Non vogliono ascoltare le ragioni a favore della Romagna, e preferiscono prestare l’orecchio alle segreterie bolognesi dei loro partiti. Vorrei che fare la regione Romagna fosse davvero un fatto di buon senso, e non un agone in cui scontrare diverse bandiere politiche. C’è chi voterà sì, chi voterà no, ma tutti insieme dovremmo andare serenamente e consapevolmente al referendum, sapendo che chi agita strani spauracchi deve difendere una qualche poltrona di dipendenza bolognese, e chi in politica ne fa una questione di facciata spera solo di avere una poltrona in più a regione fatta. Ma il progetto romagnolista, che ha radici ben più profonde e radicate nella storia, deve rimanere al di sopra di queste prassi.
Vorrei tutto questo, ma da solo non posso. Possiamo solo tutti insieme.
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 12:57 | Permalink | commenti (10)
categoria:romagna
martedì, novembre 15, 2005

ADDIO LEONARDO, ORA C’È COSTANZO
Di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 15 novembre 2005)
“Ignorante! “. Colui “che ignora, che non conosce un determinato insieme di nozioni o una determinata materia”, ma anche “chi è privo di istruzione, di cultura”. Così il dizionario De Mauro definisce il termine “ignorante”. Chissà perché, con gli occhi fissi su un battibecco domenicale fra Platinette e Loredana Lecciso con Maurizio Costanzo appollaiato sul suo trespolo, è emersa nella mia mente con impressionante lucidità questa parola. E chissà perché mi è subito venuto in mente che in Italia si vendono pochissimi libri, la gente non legge i giornali, ma in compenso milioni di telespettatori accompagnano il nulla mediatico scandito da un paio di famiglie: la famiglia “Bano”, o meglio Carrisi, che occupa l’Isola dei Famosi (o la Talpa? Sono uguali, fatico a distinguerli) e le pagine del gossip, e quella Costanzo, che monopolizza mediaset con il suo kit di travestiti e mezze cartucce. E con sempre maggiore chiarezza si staglia alla mia attenzione quella parola. Se questa gente è famosa, ci sarà qualcuno che li segue. E ci sarà pure chi li segue appassionatamente. E mentre al liceo classico non si insegna praticamente più il greco, e la gente usa i propri computer per giocare a freecell (un po’ come usare una Ferrari per andare all’ipermercato a fare la spesa), l’ignoranza sale, cresce, ci inebetisce tutti. Veicolata da quelle sei tv che ci ritroviamo. Allora mi viene in mente: che fine hanno fatto le culture e le identità tipiche italiane, quelle che nei secoli passati hanno dato ad ogni città una propria “grandeur” che l’ha resa famosa in tutto il mondo? Venezia era la capitale mondiale del commercio, ed intorno a questo costruì la propria specificità culturale, Firenze, con intorno la sua Toscana, è stata un momento di indiscutibile unicità culturale nella storia dell’Occidente. Di Roma non c’è bisogno di scrivere nulla, così come di Genova e del suo potere nei mari. Ma anche ogni centro italiano, anche più piccolo, aveva una propria specificità ed un proprio bagaglio storico unico: Ravenna coltivava il suo esser stata capitale dell’impero, Modena e i ducati erano al centro delle dispute dinastiche europee… Ciascuna città della penisola aveva qualcosa da dire, ciascun centro aveva una propria specificità, una propria identità. In una parola, una propria cultura. Dov’è finito tutto questo? Innanzitutto dove sono finite quelle tante diversità che componevano l’armonioso mosaico italiano? Pare si siano impigliate in qualche spigolo della storia, ed ogni generazione che passa diventa più uniformata, più standardizzata. Anche grazie alla tv di Costanzo&Berlusconi. E poi, e soprattutto, dov’è finita quella vivacità culturale che caratterizza da sempre la penisola? La cultura vive di dialettica, e la dialettica si ciba di diversità. Quanto più si appiana, si uniforma, si rende uguale, tanto più si condanna alla fame il vorace desiderio di conoscenza che alberga nel cuore di ciascun uomo. La cultura italiana, intesa in senso unitario, non è ancora stata in grado di esprimere nulla di anche solo paragonabile alla vivacità culturale della realtà preunitaria. Per cui siamo condannati ad accontentarci dei programmi di Costanzo? Ma c’è di più. Se si digita su google la parola “cultura” c’è una sorpresa. Si sa, i siti che appaiono per primi sono quelli più cliccati. Io personalmente mi sarei aspettato di trovare, per esempio, qualche portale di cultura italiana gestito da qualche fondazione, o il sito personale di qualche uomo di cultura. Invece i primi siti che compaiono sono quelli degli assessorati alla cultura di alcune regioni e comuni. Se ci si pensa, questo è tragico. Significa che nell’immaginario collettivo, e nella prassi, la cultura è qualcosa di relegato a degli uffici pubblici. Significa che lo spazio culturale più vivo è quello gestito, e compresso, dalla politica. E si sa bene quali siano i tratti della politica in Italia. Significa, in definitiva che le dinamiche culturali, quelle passioni tutte italiche che hanno colorato la penisola della storia che ha alle spalle, sono ingabbiate comodamente fra la scrivania di un dirigente e la poltrona di un assessore. La cultura è insomma un fatto formale.
Leonardo da Vinci, Giotto, Pico della Mirandola, Piero della Francesca, Canova, Goldoni. Costanzo, la Lecciso nell’imperituro litigio con Al Bano, la Talpa dei Famosi, Platinette e i tronisti. Dai primi, gradatamente, si è arrivati ai secondi. Perchè? E non si può più proprio fare nulla?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 20:04 | Permalink | commenti (18)
categoria:cultura
lunedì, novembre 14, 2005
PURTROPPO C’È CHI NON FA FESTA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 10 novembre 2005)
Non c’è bisogno di essere berlusconiani per festeggiare la fine del comunismo. Però bisogna riconoscere con laicità l’importanza della sua fine. Se non mi avesse chiamato il direttore, ieri avrei passato la giornata a scrivere, immerso in affari quotidiani, arrivando a sera senza sapere della festa della libertà. E temo che come me abbiano fatto molti italiani, non provvisti di direttore avvisante, e con i giornalisti guardacaso in sciopero. Ieri, 9 novembre, si festeggiava il crollo del muro di Berlino nel 1989, fatto che ha segnato la fine del comunismo applicato, e ha rivoluzionato gli equilibri mondiali. Sono passati oramai degli anni, ma pare che molte ferite siano rimaste aperte, e molte persone abbiano deciso di fermare i propri passi. La festa passa in sordina, e persino io l’avrei ignorata. Il comunismo è stata l’ideologia più distruttiva della storia recente, forse di tutta la storia dell’umanità. A testimonianza di ciò ci sono biblioteche intere di libri, milioni di testimonianze, paesi che ancora pagano lo scotto di essere stati soggiogati da un sistema comunista. Eppure c’è chi ancora ha nel palato il retrogusto di una realtà che non vuole accettare nel suo fallimento. Sembra quasi che riconoscere che il comunismo è stato un errore, un terribile sviamento dell’intelletto umano, significhi proclamarsi di destra, con il corollario sotteso che essere di sinistra in fondo in fondo significa ancora dar credito al comunismo. E in questo l’Italia è indietro di decenni. Né Gerard Schroeder né Tony Blair, i due più illustri esponenti della sinistra di governo europea, né Bill Clinton né sua moglie Hillary, uno ex e l’altra probabile futuro presidente democratico (quindi di sinistra) degli Stati Uniti, avrebbero nessun problema a condannare apertamente il comunismo sia per le sue applicazioni pratiche, sia per i suoi presupposti teorici, e a riconoscere che il libero mercato, insieme al sistema democratico, è il sistema migliore sino ad oggi scoperto. In Italia invece una certa parte della sinistra si scaglia contro quelle che definisce “le chimere del neoliberismo”, trovando come unica soluzione l’applicazione della dottrina comunista. Ma per combattere queste chimere bisogna per forza pensare che il sistema della liberaldemocrazia sia da buttare, e che quindi in fondo in fondo il sistema comunista potrebbe risolvere tutti i problemi? Perché questo è ciò che spesso accade. Il nazismo è stata una manifestazione demoniaca dei peggiori istinti umani. Credo che nessun uomo di destra, anche in Italia, si sognerebbe mai di pensare che in realtà in fondo in fondo il nazismo era un po’ anche buono, ma magari è stato male applicato, e che in fondo in fondo fa parte delle radici della sua cultura politica. Purtroppo invece a sinistra questo avviene. Perché in Italia dobbiamo ancora assistere all’emergere di forze che sono fuori dalla storia? Molti infatti oggi si dicono postcomunisti, quando non comunisti. E scrivo purtroppo con un rammarico nel cuore. Perché se ci sono forze politiche del genere, evidentemente significa che è cultura diffusa che in fondo in fondo il comunismo è stato anche buono, magari qualche reminiscenza della vecchia propaganda degli anni della cortina di ferro emerge nelle memorie di qualcuno, e così la realtà si falsa. In un’epoca in cui il Paese ha quantomai bisogno che la sinistra italiana metta al servizio della nuova realtà internazionale il suo bagaglio di cultura, storia e potere, diventando sotto tutti i punti di vista una sinistra moderna e riformista che accetta e promuove il libero mercato associato alla democrazia, assistiamo ancora a conati di vecchiume ideologico. Qua in Romagna poi non ne parliamo. Purtroppo in molti bar, in molti luoghi di ritrovo e in molti eventi culturali aleggia ancora l’idea che la contrapposizione sia tra i buoni comunisti che vogliono bene ai poveri da una parte e i cattivi del libero mercato che vogliono solo far soldi dall’altra. Il dualismo comunista, appunto. Per cui si tollerano cose che tollerate non andrebbero. Per esempio, il sindaco di Ravenna fa parte di una associazione di interisti leninisti. Un po’ come se un amministratore di AN appartenesse ad una associazione di juventini hitleriani. Cosa succederebbe in tal caso? Invece qui a nessuno sembra strano. Il comunismo è fallito. Era un’ideologia che disumanizzava l’essere umano. E questo lo dovremmo condividere tutti, destra e sinistra, moderati e riformisti. Molto più facile è lasciare agli strali berlusconiani la condanna del comunismo, senza comprenderne i presupposti teorici e condannarli nella loro furia disumanizzante. Di fronte alle accuse di Berlusconi, spesso si dice semplicemente che il comunismo non esiste più, e che di comunisti non ce ne sono più. Bene. Lo si dimostri. Riconoscendo il fallimento di questa terribile ideologia e festeggiando in pompa magna la sua fine. Senza lasciare che questa festa diventi un patrimonio partigiano, ostaggio del berlusconismo. Facciamo un salto in avanti, e festeggiamola tutti insieme. Ne abbiamo tutti da guadagnarci…
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
postato da: PaoloGambi alle ore 21:16 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, novembre 14, 2005

SENZA PATRIA NON C’è INTEGRAZIONE
Di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 8 novembre 2005)

SOS identità cercasi. L’Italia come la Francia? Anche nel Belpaese ci saranno orde di nordafricani che saccheggiano e bruciano macchine e case? Prodi ha decisamente azzeccato l’analisi. Qualche dubbio sorge su quelle che potranno essere le soluzioni. Mentre si configura il fallimento del modello ideologico di integrazione francese, e da filobritannico mi godo un’agrodolce soddisfazione, è inaspettatamente il leader del centro-sinistra a dire quello che un qualunque schieramento liberale oggi dovrebbe fare proprio: l’immigrazione è un problema, e va risolto. Che Prodi abbia letto gli appelli per trovare la Thatcher italiana e si voglia candidare? Comunque sia, ancora una volta quello che un tempo era il muro che divideva le idee tipiche della destra da quelle tipiche della sinistra è stato violato. Se parlare di legalità per la sinistra estrema era “fascista”, Cofferati nelle ultime settimane di legalità ha parlato eccome. Se vedere nell’immigrazione un problema, e non una ricchezza, era un argomento della destra, con le esternazione di Prodi circa il pericolo in Italia di rivolte come quelle francesi, anche quest’idea ha trasvolato il fossato che divide la destra dalla sinistra. Prodi ha parlato delle periferie. In realtà il problema è effettivo anche nelle città piccole. Anche nei nostri centri romagnoli. Basta trovarsi a girare di notte in centro a Forlì, nel borgo San Rocco a Ravenna, per fare due esempi, per capire che vi è un pullulare di umanità senza controllo, una subsocietà di clandestini venuti da chissà dove, che di italiano non stanno assorbendo proprio nulla. Dove sta l’integrazione in ciò? Cosa sta facendo l’Italia per inquadrare nella società italiana queste persone? Se è vero che ci sono molti immigrati che sono venuti nel nostro paese per lavorare, hanno trovato un lavoro, lo fanno e pure bene, e si sono integrati pienamente nel tessuto sociale, altrettanti ce ne sono che nei meccanismi della società italiana non sono inseriti affatto. Ora, se c’è da parte di una sinistra estrema a considerare queste persone come ultima frontiera del comunismo, e da parte della destra estrema un desiderio a mandare via tutti, le forze moderate devono trovare una posizione comune per risolvere concretamente il problema, da al di là dell’appartenenza alla destra o alla sinistra. La soluzione che per ora Prodi avanza però non convince. Ha sollevato l’idea di riparlare di edilizia sociale. Per carità, anche l’edilizia sociale può essere un tassello di una strategia. Ma non basta. Non basta trovare un luogo materiale per queste persone. È necessario anche un riferimento identitario che faccia sentire pienamente a casa chi si decide di far venire qui. Serve quindi senza dubbio pugno duro contro i clandestini, superando le pastoie burocratiche bisogna riuscire a rendere effettivi gli espatri. E serve una politica di integrazione per coloro a cui si consente di trasferirsi nel nostro Paese.

Certo, viene da chiedersi: in cosa le persone che immigrano in Italia dovrebbero sentirsi più italiani? Sono appena tornato da Londra, e come ogni volta torno a casa con la meraviglia di come la stragrande maggioranza degli indiani che si sono trasferiti là siano diventati in tutto e per tutto dei britannici. Attaccamento ai simboli, punti culturali di riferimento, usi e costumi. Si sa, là hanno un’identità forte, sono patriottici, e per questo hanno tutta la mia invidia. In Italia come si fa? Le nostre identità più forti, quelle che ci vengono dal passato, sono quelle comunali, che vengono però sistematicamente umiliate da tentativi di appianamento. A quale identità dovrebbero dunque rifarsi quegli immigrati che decidono di trasferirsi in Italia? Qui sta il problema. L’integrazione è efficace nella misura in cui una società è in grado di assorbire culturalmente le persone che vi si trovano. Quali sono i punti fissi della nostra identità italiana? Quali sono quelle cose che tengono insieme e danno senso di comunanza ad una persona del sud e una del nord, una ricca e una povera, una (post)fascista e una (post)comunista, una cattolica e una radicale? Le risposte sono come sempre più che benvenute.

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

 

postato da: PaoloGambi alle ore 21:15 | Permalink | commenti (5)
categoria:politica
lunedì, novembre 14, 2005

MA QUALI LIBERALI, SIAMO ITALIANI

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 1 novembre 2005)

Di liberale, in Italia, non c’è nulla. L’Italia non è un paese anglosassone, e la storia degli ultimi due secoli pesa come un macigno sulle spalle degli italiani. L’Italia è il paese in cui è cultura diffusa che debba essere “lo Stato” a garantire il lavoro a tutti, il paese in cui i sindacati sono diventati lobby di potere, il paese in cui quella parte del cuore riservata ai sogni è stata occupata dal desiderio di fare – per tutta la vita – gli impiegati in Comune. Le università italiane hanno 54.000 iscritti a scienza della comunicazione, facoltà che insiste su un mercato che di questi ne potrà assorbire sì e no 1000. per contro però facciamo pochissima ricerca, lasciamo che le nostre menti migliori vadano all’estero, solo perché preferiamo difendere posizioni baronali di professori inamovibili anche se incapaci o pelandroni. Ciascuno cerca di difendere la propria piccola rendita di posizione, senza lasciare che l’ambizione e la voglia di competere sfocino in un’azione economica efficace. E dire che l’Italia in tempi lontani primeggiava in campo economico grazie alle repubbliche marinare, per esempio. Poi la storia ha invertito la rotta, e gli italiani sono cambiati radicalmente. Ma questo non significa che il mercato globale possa fare un’eccezione per noi. Il mercato globale esige competitività, la quale richiede una mentalità a cui l’Italia gattopardesca non è abituata. Una mentalità che promuova l’iniziativa privata, senza calpestare le conquiste di civiltà che appartengono alla specificità italiana. Una mentalità che riequilibri il potere dei sindacati, che consenta all’impresa di respirare, che dia slancio alle idee, che tolga dalla testa dei ragazzi la voglia di fare le veline e i calciatori. E poi servono misure politiche per l’accesso al credito, per una maggiore flessibilità del lavoro, in tutti i campi, e serve soprattutto un’idea di come l’Italia economica debba essere nei prossimi 50 anni. Serve insomma una Thatcher all’italiana. La tragedia di questo è che ovunque ci si giri si trovano forze avverse. Posto che i liberali si sono messi oramai il cuore in pace circa la possibilità di fare i passi che può aver fatto il Regno Unito, ci si chiede quale sia la strada per far prevalere almeno qualche idea antistatalista, liberale, libertaria, miniarchica, o anche semplicemente liberaldemocratica. I piani su cui questo può avvenire sono almeno due: quello culturale e quello politico.
Se dal punto di vista politico il centro-destra ha dimostrato di riuscire a fare solo piccoli passi – e non sempre quelli giusti -, e comunque non la rivoluzione che serve, e nel centro sinistra si paga ancora la presenza di Bertinotti e di idee diffuse radicalmente anticapitaliste, dal punto di vista culturale la situazione non è migliore. Sia nelle culture politiche di centro-destra, sia in quelle di centro-sinistra titaneggia un malcelato desiderio statalista. Dove cercare allora quei germi di libertà che possano produrre una rinascita culturale del Paese ed una conseguente elaborazione di un’azione di governo effettiva? Parrà strano, ma è proprio all’interno della cultura cattolica che si trova una risposta importante. Non sono più i tempi del Sillabo, ed è ora per tutti di riconoscere le indiscutibili radici cristiane della cultura di libertà. Ma c’è di più. Se si guardano realtà d’oltreoceano come l’Acton institute del Michigan, o studiosi come Michael Novak, Gorge Weigel, o altro, si comprende che lo sviluppo valoriale della tradizione liberale trova nella morale cattolica un alleato perfetto. Cattolicesimo liberale, e liberalismo cattolico. Due movimenti in mondi diversi che stanno avvicinando due tradizioni che sembravano inconciliabili. Questo ovviamente sul piano culturale, mentre su quello politico pare che ancora le cose non trovino una schiarita. E comunque questo avviene negli Stati Uniti. In Italia nello stesso mondo cattolico a prevalere sono spesso circoli dossettiani, o di ispirazione dossettiana, con un desiderio di fondo di conciliare il marxismo con la tradizione cattolica. Operazione che in parte è fondata, ma che può avere successo solo se il presupposto di tutto rimane quella libertà personale che del cristianesimo è frutto maturo, e della società liberaldemocratica è condizione indispensabile. Dunque, in Italia che succederà?

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

postato da: PaoloGambi alle ore 21:11 | Permalink | commenti
categoria:politica