giovedì, dicembre 22, 2005

DIRITTI PER TUTTI. MA NIENTE DOVERI
Di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 8 marzo 2005)

 

Diritti. Oramai in ogni istituzione politica ed amministrativa ci sono quintali di scartoffie piene di liste interminabili di diritti. Diritti delle donne (auguri a tutte…), diritti degli omosessuali, diritti degli animali. Diritti delle minoranze, diritti dei musulmani che sono in Europa, diritti dei ricercatori alla libera ricerca. Diritti dei lavoratori, diritti dell’ambiente. Non serve un dottorato in materie giuridiche per sapere che ad ogni diritto che si afferma corrisponde un dovere di qualcun altro. Basta pensare alla problematica del fumo, di cui tanto abbiamo discusso sulle pagine di questo giornale. Il riassunto è che la si può vedere in due modi. Al diritto del fumatore di fumare corrisponde al dovere del non fumatore di subire il fumo e starsene zitto. Oppure al diritto alla salute del non fumatore corrisponde al dovere del fumatore di contenersi in sua presenza. Diritti e doveri. Un intreccio che non è sempre così lineare come vorrebbe far credere chi afferma con semplicità questo o quel diritto.

Perché però invece di battersi per mettere su carta i diritti non ci si batte per scrivere e chiarire i doveri a cui questi portano? Perché invece di invocare il diritto della donna ad abortire non si richiama il dovere del feto di schiattare senza creare troppe complicazioni? O invece del diritto dei ricercatori alla libera ricerca senza limiti non si fa leva sul dovere delle vite umane embrionali di farsi sacrificare per curare la gotta? O invece del diritto alla vita degli animali non si impone il dovere degli uomini di essere tutti vegetariani? Forse le cose arriverebbero ad essere più chiare nel percorso logico.

Ma proprio oggi si celebrano diritti di una categoria specifica, i diritti delle donne, con i doveri ad essi collegati. Anche se è oramai stranoto che la festa delle donne è fondata su una bufala, ossia su un fatto storico non avvenuto (come ho precisato l’anno scorso in questa medesima occasione), facciamo pure finta di niente festeggiando tutti insieme i diritti che le donne occidentali hanno ottenuto nella storia. Tanto alle donne vogliamo tutti bene, e un’occasione in più per festeggiarle fa sempre piacere. Viene però da chiedersi: ma i diritti delle donne sono diversi da quelli degli uomini? Il loro diritto alla vita è diverso da quello dei bruti maschi? O il loro diritto al voto ha un altro contenuto rispetto a quello degli uomini? E allora perché ghettizziamo i diritti? Perché dividendo l’umanità in categorie continuiamo a trovare diritti diversi per ogni singola categoria? Non è forse più semplice parlare direttamente di diritti degli esseri umani, uguali per tutti, uomini e donne, che siano omosessuali o eterosessuali, bianchi o neri, alti o bassi, atei o credenti?
E poi in tutta questa smania di affermare e scrivere diritti di questa o di quella categoria ci vuole un po’ di coerenza di fondo, che spesso manca. Chi mi scrive – e mi ferma per la strada – mi critica perché inciterei a non rispettare i diritti degli animali. Io continuo a ritenere che non esistano diritti degli animali, ma esista solo il buon senso degli uomini, a cui bisogna appellarsi per un equilibrato rapporto con l’ambiente in genere e con gli animali nello specifico. Comunque, voglio ben sperare che chi spende tante energie per tutelare questi diritti degli animali si stia battendo con altrettanto vigore anche per non far passare il referendum sulla procreazione assistita. Quello che potrebbe autorizzare la produzione e la soppressione di embrioni umani come fossero oggetti di largo consumo. Oppure davvero la vita di un animale vale più di quella di un essere umano? Davvero vale la pena spendersi tanto per tutelare diritti degli animali quando sotto al naso abbiamo da tutelare quelli degli esseri umani? Insomma, diritti per tutti, dalle donne agli animali, ma… che dire di embrioni e feti? A loro spettano solo doveri?
Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

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categoria:donne
martedì, dicembre 20, 2005

“A VOI IL TEMPO, A NOI L’ETERNITÀ”

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 20 dicembre 2005)

“L'unica nobiltà dell'uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell'amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che "vanità e soffiar di vento", risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all'eternità ritrovata appartiene al tempo perduto” (Gustave Thibon, “L'uomo maschera di Dio”, trad. it., SEI, Torino 1971, p. 262). Sono parole molto belle scritte da un pensatore della prima metà del secolo scorso. Un uomo semplice, di umile origine contadina, e forse proprio per questo estremamente saggio, profondo, equilibrato, e soprattutto libero dalle catene delle ideologie. Tempo, bellezza, amore. E preghiera. Sono quei fili attraverso i quali ciascun essere umano può tessere la tela che rappresenta il senso della propria vita. Il tempo, che è limitato, breve e tiranno. Quello che da bambini ci sembra infinito, che col passare degli anni e con l’arrivo della maturità ci appare limitato, e che possiamo riscoprire nella sua infinità solo attraverso la fede. La bellezza, che è quella parte di assoluto più vicina alla percezione più immediata, e che per questo sta più vicino al cuore, lo fa battere, palpitare, soffrire o sanguinare. L’amore, che è l’assoluto relazionale che entra con prepotenza nelle nostre vite distruggendo gli idoli che ci costruiamo e sconvolgendo la nostra naturale tendenza all’ideologia. E la preghiera, che è in tutte le culture il più immediato strumento per entrare in diretto contatto con l’oggettività dell’assoluto, il mistero dell’eternità, l’incomprensibilità dell’infinito. Una grande sfida quella di trovare ciò che fa del nostro tempo limitato una parte dell’eternità, ma una sfida che vale la pena di essere affrontata. Una sfida per far tornare l’uomo non un casuale prodotto di una fortunata combinazione di cellule, ma un essere che ha un significato la cui natura più intima affonda le proprie radici in quel baratro di mistero che è l’eternità. Basta fermarsi un attimo, interrompere lo stordimento che ci provocano le radio, le televisioni, i flussi senza fine di informazioni, fermare la frenesia della contemporaneità, ed ascoltare per un attimo l’agitarsi dei nostri mondi interiori, quelli che vivono nelle profondità delle nostre anime. Ed ecco che inizieremo a sentire una sinfonia senza fine. Quella delle divinità dell’uomo, quella dello spirito e del cuore. Sono molte le ideologie che vogliono fare dell’essere umano una bestia evoluta. E altrettante sono quelle che lo vedono come un parassita del pianeta, piuttosto che un puro ammasso di materia, o un essere semplicemente negativo. Ma questa è barbarie. Barbarie a volte molto sottile, che si insinua nel nostro modo di pensare sotto forma di animalismo, evoluzionismo, statalismo, comunismo, secolarismo… Basta prendere una qualunque parola o aggettivo del vocabolario, anche la più nobile, tramutarla in “ismo”, ed ecco che si sarà trovata una delle innumerevoli ideologie che forgiamo senza soluzione di continuità per dare una spiegazione facile e comoda del mondo che ci sta intorno. Peccato solo che l’ideologia in quanto tale si distacchi per definizione dalla realtà. Ciascuno di noi deve evitare le facili strade dell’ideologie. È invece solo ritrovando le porte dello spirito che ciascun uomo può ritrovare se stesso. Solo facendo battere di nuovo il suo cuore inzuppato nella cristianità occidentale può trovare il proprio risveglio. E conoscere e vivere quindi la propria dimensione di eternità ritrovata, senza cadere nei grigi e tristissimi strapiombi del materialismo, del nichilismo, della mancanza di senso per la vita, per la società, e per il mondo intero. “A voi il tempo, a noi l’eternità”. Potrebbe essere questo il motto degli uomini alla ricerca di un senso per la propria vita. “A voi il tempo, a noi l’eternità”…

Paolo Gambi

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categoria:esistenzialismo
martedì, dicembre 13, 2005

SE LO STATO ENTRA IN CAMERA DA LETTO

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 13 dicembre 2005)

 

Manca solo un simpatico ispettore del ministero degli interni che venga a controllare se le lenzuola sono pulite, o se il preservativo è di buona marca. Lo Stato italiano ha infatti candidamente deciso di penetrare con delicatezza teutonica in quella privatissima sfera quale è quella sessuale, con una serie di decisioni concrete che portano lo sgangheratissimo sistema Italia ad occuparsi anche di ciò che sta fra le ginocchia e l’ombelico. Ed è un vero e proprio ingresso a gamba tesa, tanto per non rievocare improbabili doppi sensi di sbruffonesca memoria. Da un lato c’è Tiziana Maiolo, assessore comunale di Forza Italia a Milano, che si è mossa con determinazione per pagare con i quattrini pubblici il viagra ai vecchietti bisognosi e squattrinati. Dall’altro c’è l’introduzione nella finanziaria della “pornotax”, ossia di una imposta al 20% su vendita e noleggio materiale pornografico. Il “pubblico” che va a mettere il naso in quelli che sono senza possibilità di appello gli affari più “privati”. Da un lato un Comune che paga per garantire prestazioni efficienti ad arnesi arrugginiti alla cui manutenzione non possono più provvedere i proprietari di tasca propria. Con una motivazione geniale, quasi spiazzante: questi anziani non hanno i soldi per pagarsi il viagra da sé, ed in fondo è un loro diritto poter avere una vita sessuale prestante. Questo diritto lo deve quindi garantire il Comune. Tutto allegramente pagato dai soldi delle tasse. Bella storia. E bella politica liberale. Però se esiste un “diritto al sesso”, quale quello configurato in questo caso, serve coerenza, e coerenza fino in fondo. Vedremo dunque se per coerenza il Comune di Milano istituirà anche un fondo per provvedere a quegli adolescenti che non possono permettersi di pagare di propria tasca una prostituta, magari una di quelle di lusso da 1000 euro o più a botta. Se è un diritto per gli anziani, lo sarà pure anche per i giovani, no? D’altra parte è la solita cultura “dei diritti”, che ha tramutato qualunque cosa – avere un lavoro, avere una famiglia, persino fare sesso – in diritto che lo Stato deve garantire. Ed ora si è insinuata anche qui, fra le cosce degli italiani (e delle italiane). Persino il sesso è diventato un diritto, e lo Stato quindi deve garantirlo. Anche quando costa troppo star dietro ai progressi della scienza. O alle tariffe in vigore. Ma se è vero che il principio giuridico fondamentale è che ad ogni diritto corrisponde un dovere, di fronte al diritto al sesso chi ha il dovere di far cosa con chi?

E poi la c’è la “pornotax”. Anche perché il viagra per i vecchietti non poteva che essere pagato con i soldi delle riviste porno degli adolescenti. “Debolezze” del nipote per finanziare il viagra del nonno. E scusate la caduta di stile. Un moralizzatore qualunque farebbe presto a dire: è giusto! Pecchi, quindi paghi. Principio che tra l’altro risanerebbe il debito pubblico in un week end. È invece don Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute del Michigan, oltre che prete cattolico, a far presente che non è molto morale far dipendere la floridezza delle casse dello Stato da comportamenti moralmente non ineccepibili dei suoi cittadini. Infatti, con questa “pornotax” piombata su riviste e film porno, da quali comportamenti dipenderà lo stipendio degli ammiragli della marina piuttosto che dei primari di pediatria?

Viene da sé pensare ad una facile associazione di idee, che suona quasi come una proposta concreta. Istituiamo un fondo pensione in cui ciascuno inizi a versare dall’età della pubescenza i proventi della “pornotax”, così i ragazzini che vanno a comprarsi le riviste porno possono già creare una propria posizione all’INPS che servirà per pagare il viagra che lo Stato dovrà garantire loro quando non saranno più in grado di provvedere da soli al proprio “diritto al sesso”. Chissà che con un programma del genere Berlusconi non riesca a vincere anche le prossime elezioni, con uno slogan bello ed innovativo: “sesso per tutti”. Cordialmente offerto dai contribuenti italiani.

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

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categoria:satira
mercoledì, dicembre 07, 2005
RISCOPRIAMO LA BELLEZZA

 Di Paolo Gambi
(Da “La Voce di Romagna, 6 dicembre 2005)
Bellezza. È solo con la riscoperta di una vera estetica che si può sperare di cambiare davvero, e concretamente, questo mondo contemporaneo nelle sue brutture. È molto interessante il dibattito intorno a questo tema, e bene ha fatto Farrell sabato con il suo editoriale a risollevare il coperchio della discussione. Se mettiamo i nostri sensi intorno a noi percepiamo il superficiale agitarsi della contemporaneità. Convulsioni mediatiche, Costantini nell’etere, Malgiogli di successo, chiacchiericci intorno al nulla prodotto dal Lecciso affaire. Palazzi grigi, alberi abbattuti, uomini silenziosi. Tutto questo è estremamente brutto. Brutto perché superficiale. Per parlare di estetica e penetrare nelle pieghe della bellezza bisogna rompere la crosta che ci ricopre e scavare a fondo. A fondo in noi stessi. Sì, perché la bellezza si trova in noi, e non in improbabili empirei astratti e utopici. Se la tradizione cristiana ci dipinge come creati ad immagine e somiglianza di Dio, almeno uno scampolo di assoluto albergherà in qualche anfratto nelle profondità dei nostri cuori. È lì, e solo lì, che può essere scoperta la bellezza. Ma per poter scendere la lunga, forse infinita scala, che si addentra nel nostro profondo non possiamo rimanere soli. È solo nel rapporto e nel confronto con gli altri che possiamo trovare i gradini per raggiungere quell’assoluto che ci è dato di vivere. Confrontarsi con la diversità che è in ciascuna persona che incontriamo, comprendere e comunicare con questa diversità superando gli strati di superficialità che mascherano l’interiorità di ciascuno di noi. E per poter davvero scoprire l’altro, per entrare in vera comunicazione con l’interiorità personale dei nostri interlocutori, abbiamo un solo modo: amare. Solo amando la persona che ci sta di fronte, chiunque essa sia, possiamo mettere il nostro cuore a contatto con il suo. E solo in questo modo possiamo fare ogni volta un passettino in più dentro la conoscenza di noi stessi, là dove titaneggia la bellezza. La bellezza insomma la possiamo scoprire solo nell’Amore. Non è forse questo l’insegnamento più grande contenuto nella tradizione cristiana e da essa gelosamente preservato? Non è un caso che uno dei temi preferiti dall’attuale pontefice sia proprio quello della bellezza. Una bellezza che Ratzinger salda inscindibilmente alla verità, e alla sua duplice articolazione. Scriveva, ancora cardinale, nel 2004, in un intervento ripreso da Repubblica: “Chi crede in Dio, nel Dio che proprio nelle sembianze alterate del Crocifisso si è manifestato come amore “sino alla fine” (Gv 13,1), sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente apprende anche che la bellezza della verità include offesa, dolore e persino l’oscuro mistero della morte. Bellezza e verità possono rinvenirsi soltanto nell’accettazione del dolore, e non nel suo rifiuto”. È quindi una bellezza ancorata alla realtà quella che piace a Ratzinger, e lontana dagli inganni della superficie. Quella superficie in cui si trovarono a navigare per primi i progenitori, che attratti dal frutto dell’albero che era “buono da mangiare e seducente per gli occhi…” (Gn 3,6) finirono col perdere il paradiso terrestre. Quella stessa bellezza superficiale che ci troviamo di continuo a ricercare quando seguiamo l’edonismo che impera nella nostra società. Quella bellezza superficiale fatta di donne (o uomini…) nude, idolatria del successo, baratri di ignoranza. La società occidentale nel suo complesso – che significa ciascuno di noi singolarmente nella propria libertà – ha bisogno di riscoprire il senso più profondo di quella bellezza incastonata nella Verità, nell’Assoluto. Ed è solo con un cammino del genere che potranno tornare a fiorire i Michelangelo, i Leonardo, i Giotto, rottamando definitivamente i Costantini, i Malgiogli, le Lecciso… Paolo Gambi paologambi@lavocediromagna.com
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categoria:cuore, esistenzialismo