sabato, gennaio 28, 2006

L’OCCIDENTE CHE DISTRUGGE SE STESSO

Di Paolo Gambi

(da La Voce di Romagna, 24 gennaio 2006)

Vale la pena andare al cinema. Vale la pena anche andarci spesso. Ma bisogna andarci con un forte spirito critico, perché è proprio tramite il fascino del grande schermo che il pensiero unico radical-chic riesce a trasmettersi e a diffondersi per tutto il mondo. La solita storia, le solite ideologie autodistruttive che comandano l’industria cinematografica e plasmano le menti di tutti noi che andiamo al cinema. È insomma l’Occidente che distrugge se stesso senza provvedere a ricostruirsi quello che vediamo nel grande schermo. Prendiamo per esempio due film che sono ora nelle sale, “Match Point” e “The New World”, che messi insieme in una lettura combinata danno il senso di ciò che ci viene propinato. Il primo, bellissimo, è l’ultima opera di Woody Allen, da lui scritta e diretta. Fra ricercate arie operistiche, elevate citazioni cinematografiche, delicati climi di realtà britanniche, Woody Allen riesce a tenere l’attenzione dello spettatore incollata allo schermo, senza neppure un momento di buio. Un capolavoro cinematografico, senza dubbio. Tralasciamo la trama solo per non indispettire chi ancora volesse andarlo a vedere. Peccato solo che questo capolavoro veicoli, fra lo svolgersi poetico e l’articolarsi artistico della storia, un messaggio atroce, distruttivo, tremendo, che si insinua nelle pieghe più profonde della coscienza e lì va pericolosamente a depositarsi. Questo film è infatti la peggior tromba nichilista che abbia suonato in Occidente da molto tempo a questa parte. L’idea di fondo è che non esista nulla di metafisico, non esista una giustizia, non esista una morale, e quindi una distinzione fra virtù e vizio. Allen riesce infatti a farci parteggiare per l’uomo più laido che si possa dipingere, alla faccia del bene e del male. Tutto è legato ad un caso vuoto, senza significato, a pure coincidenze. È un Occidente che mangia se stesso all’interno, che si svuota della propria essenza, della propria anima, della propria autocoscienza. Un Occidente che si autodistrugge. In maniera prelibata e sopraffina, come Woody Allen sa ben fare, ma che finisce per perdere se stesso. Se Allen avesse ragione non avrebbe ragion d’essere l’etica, come non l’avrebbe il sacrificio, o l’arte. Neppure la vita varrebbe la pena di essere vissuta.

Ma un’alternativa a questo Occidente che Woody Allen ci fa deprecare e compatire ci viene suggerita da un altro film nelle sale, “The new world”, del regista Malick, con Colin Farrell (niente a che vedere con il nostro Nicholas). Altro film molto poetico, la storia di Pocahontas incorniciata in uno sfondo naturalistico eccezionale, che tocca il cuore. Altro film da vedere. Peccato solo che anche in questo caso, sia pure con minor livore, il messaggio sia fuorviante, e rimandi a quello stracotto mito del buon selvaggio che dai parrucconi settecenteschi in poi ha strisciato fra le nostre convinzioni, trovandovi poi posto. Questo film ci fa credere che in fondo i selvaggi erano migliori di noi, non conoscevano il vizio e le cattive abitudini della società contemporanea, e quindi si stava meglio quando tutti vivevamo nelle capanne. Ancora una volta un Occidente che critica se stesso, sia pure con toni più leggeri e pacati, non comprendendo la propria eccezionale diversità in questo caso dai selvaggi. E se guardiamo nel contenitore delle nostre convinzioni, probabilmente troveremo che siamo d’accordo. Nonostante sia provato che i selvaggi fossero selvaggi veramente, che praticassero riti di crudeltà estrema, che le loro società fossero basate su patti sociali non certo accettabili. Eppure se andiamo al cinema vediamo questo: un Occidente barbaro, ateo e nichilista, svuotato della propria anima, che invidia i selvaggi che non ci sono più. Scopriamo che in fondo la nostra società non è la migliore, come abbiamo sempre creduto, ma la peggiore. Scopriamo che in definitiva forse non siamo così fortunati come abbiamo creduto. E finiamo magari per piangerci addosso.

Sarà forse per questo che alla fine ci rifugiamo tutti nel caro e vecchio cinema italiano. La cui più alta speculazione, si noti, titaneggia insieme a Diego Abatantuono, al grido di “Eccezzziunale veramente! ”.

Paolo Gambi

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mercoledì, gennaio 11, 2006

LA STRANA LIBERTÀ DEI RADICAL-CHIC

Di Paolo Gambi

(da La Voce di Romagna, 10 gennaio 2006)

Chissà, magari a qualcuno è sfuggito, per cui vale la pena riprenderlo. Giorgio Bocca, sull’Espresso di questa settimana, si è sentito in dovere di difendere una persona che Berlusconi si è divertito a calunniare in televisione, accusandolo dei peggiori misfatti. Nobile tentativo, si potrebbe pensare, visto che il calunniato non era presente per replicare. Peccato che la persona in questione che tanto sta a cuore a Bocca sia nientepopodimeno che Stalin. Bocca è arrivato a definirlo “padre del genere umano, il vincitore della Seconda guerra mondiale, ma sì, quello che fece scampare l’umanità dall’imbianchino austriaco che era pronto a gasarci tutti”. Insomma, non sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, supportati dai partigiani locali, ad aver portato la libertà e la democrazia in Italia, ma la dittatura sanguinaria di Stalin. Curiosa teoria. Ma sembra così radicato l’odio di Bocca per i sistemi liberaldemocratici che poco dopo scrive: “La favola che (il Cavaliere, ndr) va raccontando a ogni occasione di un liberalismo filantropico e libertario è francamente indecente, il tentativo dei socialisti più o meno liberali, dei conservatori più o meno comprensivi, di portare un ordine, di portare un po’ di ordine e di giustizia in questo sanguinoso disordine ancora aperto, e ridurlo al confronto dei buoni con i cattivi, è un’idiozia”. Come dire: non facciamo evolvere la sinistra verso i concetti della libertà, ma riportiamola nell’abbraccio ideologico degli anni oscuri che ci hanno preceduto. Dunque, abbasso il liberalismo, i sistemi liberaldemocratici, e abbasso pure la libertà occidentale. Molto meglio quella di Stalin. Infatti Bocca continua: “C’era un solo modo politicamente pulito, onesto, per opporsi allo stalinismo del Partito comunista: rivaleggiare con lui nella lotta per la libertà. Quanti lo hanno fatto? “. Quindi lo stalinismo non si doveva combattere opponendosi ad esso, ma facendo a gara con lui. Orrendo è un aggettivo sufficiente per questo concetto? E poi è una bella libertà quella che ha in mente Bocca. Quella di Stalin. Fatta di torture e barbarici omicidi dei dissidenti, genocidi di massa, umilianti censure, torture utilizzate con spiazzante semplicità. Solgenitsin docet. Rivaleggiare con lo stalinismo nella sua corsa alla disumanizzazione del genere umano ed alla ricerca di questa improbabile “libertà” grazie al cielo lo hanno fatto in pochi. Ma la libertà, quella vera, qualcuno alla fine l’ha riportata, rispedendo nella fogna quelle idee basate sull’odio e sull’invidia che stavano alla base di tutto il costrutto ideologico di quel bel sistema che a Bocca pare piacere tanto.

Se questi sono i presupposti con cui comincia la campagna elettorale, iniziamo bene. Un esponente ascoltato della cultura radical-chic che invece di guardarsi intorno per trovare nuovi modelli per una sinistra moderna e liberale che sappia concretamente risolvere i nuovi problemi, guarda nella parte più fonda e oscura della storia e ripesca l’anima più nera che la storia ci abbia vomitato addosso. Forse l’unico uomo che nel secolo scorso è riuscito ad essere più spietato di quell’Hitler da cui ci avrebbe secondo Bocca salvato. Perché Gianfranco Fini si sente in dovere di dire che il fascismo era il male assoluto e a sinistra non solo nessuno si prende la briga di fare altrettanto con i propri spettri, ma addirittura questi maitre a pensar con grande disinvoltura possono difendere quello che a maggior ragione potrebbe essere definito male assoluto? Ma in che paese viviamo? Se la campagna elettorale si trasformerà in un “voi c’avete Hitler, noi c’avemo Stalin”, non andremo da nessuna parte. Dove stanno le proposte concrete per la risoluzione delle grandi sfide economiche in cui l’Italia sta giocando il proprio stesso benessere? Nella riproposizione di Stalin e dello stalinismo come modello da applicare?

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

 

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martedì, gennaio 03, 2006
PERCHÉ VALE LA PENA ANDARE ALLA MESSA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 3 gennaio 2006)

Una mitra, un altare riccamente adornato, una chiesa barocca, un vescovo d’oro vestito, due sacerdoti concelebranti, un diacono, quattro o cinque ministranti in candide albe. A feste non ancora trascorse molti di noi saranno andati alla Messa di Natale piuttosto che a qualche altra celebrazione religiosa. E magari qualcuno avrà anche scorto, fra l’incenso che saliva al cielo insieme al latino dei canti solenni, impressionanti lampi di bellezza. E non parliamo di quella bellezza immediata e superficiale di una qualche ragazza appariscente che, non abituata a frequentare le chiese, si era presentata con una carnosa scollatura che coronava magari una minigonna inguinale, bensì di quella bellezza profonda e misteriosa che emana l’infinitezza dell’assoluto. Per i cristiani c’è poco da dire: la Messa è la celebrazione di quel sacrificio che ci dà ogni volta una dimensione divina e che ci apre alla vita eterna, per cui i credenti vedono con naturalità la bellezza insita nella liturgia. La vedono perché è con la Messa, con ogni Messa, che si ripete la dinamica del sacrificio di Cristo – l’agnello di Dio, la carne e il sangue, il memoriale – con il quale Dio ha siglato con noi un’alleanza imperitura. Se non la vedono e magari pure si annoiano ad andare in chiesa, farebbero forse bene ad approfondire la fede che dicono di avere.
Ma anche chi non crede, anche l’ateo più convinto di Romagna, se fa lavorare gli occhi del cuore scorgerà qualche addentellato concreto e materiale di questa infinita dimensione trascendente. Si scende dall’eternità, e si vede la storia. E la storia dell’uomo si accavalla armoniosamente nei segni visibili che la liturgia offre. Senza farsi distrarre dagli splendori artistici delle chiese – o dalla seducente ragazza sopra citata – si potrà facilmente notare che ogni liturgia è un insieme di segni, simboli e gesti che non sono lasciati al caso. Il vescovo porta il pastorale, ossia il bastone da pastore, simbolo del suo ruolo di guida, ed è abbastanza immediato il richiamo ad una cultura antica come quella agricola che affonda le proprie radici nella notte dei tempi. Ma se la storia antica si affaccia sul presente con la simbologia del pastorale, è ancora più misteriosa e remota quella richiamata dalla mitra, il copricapo di dubbia origine che il vescovo (e un tempo anche altri prelati) indossa con solennità in momenti specifici della Messa. C’è la cultura romana – con le sue basiliche, le sue casule e pianete – quella orientale – con i suoi turiboli – e fors’anche quella germanico-barbarica ad affollare di simboli insieme misteriosi e riconoscibili il rito della Messa. La liturgia, nella sua dimensione più trascendente, fa da ponte tra la finitezza dell’uomo e l’infinito di Dio, e facendo questo porta su di sé, nella dimensione più immediata, la storia dell’uomo, riportando anche il presente in rapporto con il passato.
E tutto questo, che avviene a pochi metri dalle nostre case, nelle chiese che affollano le nostre città, vale ancora di più in una società che ha smarrito i propri riferimenti al passato e la consapevolezza di appartenere ad una storia che non si azzera di generazione in generazione, ma che disegna un filo continuo che parte dalla nascita dell’uomo e, per chi crede, anche da molto prima.
Con un po’ di consapevolezza in più, vale dunque la pena andare alla Messa. Nonostante magari qualche prete che la celebra con disinvoltura dimenticando il suo ruolo sacrale, nonostante i canti moderni che spesso sono terribili, nonostante omelie che talvolta sembrano scritte dai fratelli Grimm. Ma oltre quel velo di umanità c’è l’assoluto, c’è la quella storia di salvezza che non inizia con il tempo né con esso finisce, ma che segue la strada senza fine dell’eternità. Che non valga la pena metterci il naso ogni tanto?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com

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categoria:cultura, chiesa, esistenzialismo