martedì, marzo 28, 2006
LIBERA CONVERSIONE IN LIBERO STATO
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 28 marzo 2006
 

Abdul Rahman era un cittadino afgano, nato musulmano. Per via di alcune di quelle personalissime esperienze che cambiano la vita di ciascuno di noi, aveva liberamente scelto di divenire cristiano, abbandonando così la religione islamica. Questo suo atto di libertà, compiuto 16 anni fa in Germania, gli è valso l’avvio di un processo che lo avrebbe portato ad una condanna a morte nel suo paese natale. È dovuto intervenire il Papa, il governo italiano, quello tedesco, e solo Dio sa quali altri potenze per dare una chanche di interruzione a questo atto aberrante. Con il risultato che forse Abdul Rahman non morirà, ma verrà probabilmente dichiarato “malato di mente”, “pazzo”, “strano”, da un tribunale afgano. E mentre forse lui verrà salvato, in Pakistan, Sudan, Turchia, e in pressoché tutti i paesi in cui la presenza musulmana è rilevante, uomini liberi che liberamente scelgono di abbandonare l’Islam vengono uccisi, condannati a morte per aver aver risposto alla sete di libertà. Questa è la cultura giuridica che ci troviamo di fronte. Della propria vita non si può fare ciò che si vuole. La propria coscienza non ha la libertà di agire. La libertà del singolo viene totalmente soppressa per difendere un compatto collettivismo basato sull’appartenenza musulmana. E questo episodio ancora una volta ci mette di fronte a questa cruda realtà, che va accettata nella sua barbara esistenza per poter trovare un giusto tipo di rapporto con i portatori di questa cultura giuridica che troviamo anche nel nostro paese. Anche perché ciò che forse colpisce di più di questa vicenda di Abdul Rahman è il comportamento delle persone che gli erano vicine. Non è stata una sorta di “gestapo” fondamentalista a scovare l’”apostata”, il convertito al cristianesimo, ma i suoi familiari che lo hanno denunciato. Questo sta a testimonianza che questa voglia di sopprimere la libertà del singolo non fa tanto parte della dottrina dello Stato di qualche ulema, ma della coscienza collettiva del mondo musulmano. Di quello stesso mondo musulmano che oggi ci troviamo nel pianerottolo di casa, in azienda, per strada. Per poter ricomprendere questi nuovi italiani nella nostra civiltà è dunque necessaria un’operazione culturale che inietti i principi della libertà personale nella coscienza di queste persone. Sempre che sia possibile. Senza libertà non c’è Occidente. Senza libertà non ci sono persone compiute.

Inoltre tutta questa vicenda del neocristiano Abdul Rahman dimostra che non basta abbozzare un’assemblea elettiva e una costituzione per creare una democrazia funzionante. Non basta una forma simildemocratica per creare una cultura di libertà. Infatti mentre il portavoce della Presidenza della Repubblica aveva fatto sapere già venerdì che Rahman sarebbe potuto essere presto liberato, non pochi imam afgani, nelle loro prediche nelle moschee, hanno spinto per un processo e una condanna al patibolo. Dunque chi comanda? Comanda lo Stato democratico o la struttura organizzata della religione islamica? Bisogna continuare a sperare che la risposta sia la prima opzione. Ma guardando a quello che succede in un paese islamico formalmente democratico come la Turchia, la speranza si affievolisce. Quante conversioni dall’Islam ci sono state infatti negli anni di democrazia della Turchia? Poche, pochissime. Tutte osteggiate, bandite, punite. In un paese democratico invece lo Stato non dovrebbe fare altro che garantire la libertà anche di conversione. Come in Italia o in qualunque altro paese occidentale. Anche perché a cosa serve un presidente eletto, un parlamento e tutta la strutturazione di uno Stato, se un afgano ancora oggi non è libero di convertirsi liberamente al cristianesimo, al buddismo, o alla religione che la sua coscienza gli detta?

Paolo Gambi

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martedì, marzo 21, 2006

LA FRANCIA BRUCIA? È LA FELICITÀ DI STATO

Di Paolo Gambi

Da La Voce di Romagna, 21 marzo 2006

 

 

Di chi è la colpa degli scontri di Parigi di questi giorni? Di Chirac? No. Di quella mortale ideologia che ci fa credere che la felicità stia in un posto di lavoro fisso, e che questa felicità sia un diritto che lo Stato deve garantire.

In Francia masse di giovani stanno mettendo a ferro e fuoco il paese, per il semplice motivo che il governo ha introdotto una norma che introduce un periodo di due anni di prova ed il licenziamento senza motivo per i giovani con meno di 26 anni di età. Una semplice e pallida misura di flessibilità. Eppure contro questa norma si sono coagulati una quantità di odio e violenza che ricordano un po’ le frustrazioni della rivoluzione francese. Abbiamo compreso fino in fondo il perché? Per il semplice fatto che abbozzare il concetto di flessibilità toglie una briciola d’illusione all’ideologia dei francesi che sia lo Stato a dover garantire loro la felicità. Proprio come nelle banlieu pochi mesi fa, quando masse di giovani immigrati misero a ferro e fuoco interi quartieri, in uno slancio di frustrazione derivato dallo stesso concetto: se lo Stato deve garantire la felicità, perché non la garantisce anche a me e mi lascia povero disoccupato e pure nordafricano? I francesi coltivano l’ideologia da decenni, da secoli, e ora quindi non possono lamentarsi. Ma noi, in Italia, non possiamo metterci sulla stessa lunghezza d’onda. Non possiamo lasciar passare il concetto che il lavoro sia un diritto, ed in quanto tale debba essere garantito dallo Stato. Un po’ perché lo Stato in Italia semplicemente non funziona, un po’ perchè i processi economici non lo consentono più, ma soprattutto perché gli italiani hanno ancora un po’ di buon senso. Perché andando al cuore del problema, non possiamo accettare la perversa idea che la felicità sia una merendina preconfezionata dallo Stato che viene data uguale a tutti. Esattamente come insegnava la dottrina comunista. La felicità è quanto di più soggettivo e personale possa esistere, e comporta una ricerca che assorbe tutta la vita di ciascuna singola persona. Questa ricerca della felicità va insegnata con forza alle nuove generazioni, perché non si rischi davvero di costruire un futuro senza uomini con la schiena dritta sempre alla ricerca di qualcun altro che li faccia felici.

Una ricerca, quella della felicità, che deve lasciarsi alle spalle tutto quel guazzabuglio di nichilismo, edonismo, pensiero debole, relativismo e affini che oggi ci propinano già quando poppiamo il latte. Una ricerca insomma che è incompatibile con l’idea di libertà come assenza di legami, con la convinzione che tutto in fondo sia  uguale, che nulla in fondo abbia valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Perché la ricerca della felicità non è altro che la ricerca della Verità. E tutte le volte che qualcuno vuole venderne una preconfezionata, crea disastri epocali. Servono maestri, per questa ricerca, serve la buona volontà di tutti a trasmettere alle nuove generazioni la capacità di trovare la propria personale felicità. Anche perché se un ragazzo o una ragazza non viene aiutato ed educato dai propri maestri a trovare dentro di sé le risposte alla sua insopprimibile domanda di felicità, inizia a cercarla fuori. E succedono gli sfaceli che abbiamo visto. Niente illusioni di diventare esseri umani compiuti solo una volta messo il sedere sulla poltrona di un posto fisso. Nessun vagheggiamento del fatto che si sarà realizzati una volta entrati nella casa del Grande Fratello, diventati veline, calciatori o personaggi della televisione. La felicità alberga altrove. Alberga dentro ciascun cuore, nel quale ognuno di noi deve intraprendere la propria ricerca.

E l’unica cosa che deve garantire lo Stato in questa ricerca, è che se ne starà ben lontano dalle scatole.

Paolo Gambi

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martedì, marzo 14, 2006

SENZA LA CROCE NON C’È   L’OCCIDENTE

Di Paolo Gambi

Da La Voce di Romagna, 14 marzo 2006

 

L’Occidente cristiano morto e sepolto? Chi scrive questo, anche dalle illustri pagine di questo giornale, scrive una stupidaggine, e neppure troppo sonora. È vero che c’è un cardinal Martino che propone di insegnare l’Islam agli islamici nelle scuole. Ma è anche vero che Talleyrand la diplomazia l’aveva imparata dalla Chiesa. Che un diplomatico vaticano quindi si cimenti nella raffinata arte degli equilibri non deve meravigliare. Deve meravigliare piuttosto che non ci sia ancora la piena coscienza fra noi stessi che se siamo come siamo fatti, se il nostro occidente è un mirabile intreccio di libertà e singolarità, peccato e redenzione, coscienza e autocoscienza; se in una parola l’occidente è l’agitarsi più compiuto dell’umanità nella sua complicata concretezza, beh, tutto questo lo dobbiamo in massima parte al cristianesimo, alla fede che centinaia di nostri antenati hanno avuto, ed alla cultura che si è sviluppata dai concetti fondamentali di questa religione.

Insegnare “storia delle religioni” nelle scuole, come propone qualcuno? Molto interessante, e culturalmente stimolante. Ma non è certo un’alternativa all’insegnamento di cosa sia la religione cristiana. Studiare la storia delle religioni, capire cosa sia il Buddhismo o l’Islam, ha un’importante valenza nozionistica e ci aiuta a comprendere ad esempio le civiltà orientali. Ma studiare il cristianesimo oltre che nella sua storia anche nella sua dottrina significa studiare noi stessi. Significa andare a fondo nelle categorie mentali che tutti noi abbiamo in testa, significa assaporare la nostra identità nel suo cuore più profondo. Sia per i credenti che per i non credenti. Ed è una grande sciocchezza pensare che non debba essere anche la scuola, oltre alla famiglia e alla chiesa, a fare questo. Perché la scuola, che ha il compito di dare un’educazione ai ragazzi, non può avere la pretesa di insegnare loro qualcosa di qualunque materia – dalla fisica alla letteratura anglosassone – ma ignorare il fatto religioso, in particolare quello occidentale e cristiano. Fare questo significa lasciare nella mente dei ragazzi l’idea che in realtà Dio, la trascendenza, il mondo metafisico e la religione siano disgiunti dalla cultura e dalla civiltà dei popoli. Fatto quantomai falso. Non esiste nessuna civiltà che non professi una religione, che sia il cristianesimo, l’induismo o il comunismo. E quando smette di professarla, smette di essere una civiltà, e si disgrega, si decompone come un cadavere. Come sta succedendo oggi in una buona fetta di Europa. Dunque ogni civiltà si basa su una cultura religiosa, che le dà vita e forma, e le fornisce idee, principi, valori. Alla nostra civiltà è stata data la forma dal cristianesimo, in una gloriosa storia che dura da due millenni. Ignorare questo fatto – o addirittura negarlo – e non volerlo spiegare ai ragazzi nelle scuole significa voler distruggere il nostro futuro, creare una generazione di occidentali che non hanno coscienza della propria civiltà. Che poi questa autodistruzione avvenga in nome di una apparente “laicità” è un fatto ancora più antipatico. “Laico” è un termine mutuato dal linguaggio ecclesiastico che indica il fedele che non appartiene al clero. Purtroppo nel linguaggio comune, per colpa della mala fede principalmente di radicali di varia fatta, ma anche di altri, si dice “laico” ma si intende nei fatti “ateo”. La cultura “laica” sarebbe quella che si oppone a quella cristiana. Tutti liberi in un mondo libero. Ma in un mondo libero non si toglie alle persone la capacità di giudizio. Ed usando quest’ultima è facile capire che oggi chi si dice laico in realtà occulta un ateismo militante. Ed è altrettanto facile capire che questo ateismo militante che vorrebbe cancellare tutto ciò che il cristianesimo nel suo complesso ha lasciato impresso nella nostra società, non è altro che un’assenza di buon senso mischiata a pura malafede politico-elettorale.

Paolo Gambi

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mercoledì, marzo 08, 2006

SE IL COMUNE CELEBRA LA VIOLENZA IDEOLOGICA
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 8 marzo 2006


Dedichiamo una piazza alla “Settimana Rossa”! Questo è quanto ha deciso di fare, senza farsi troppi scrupoli e senza consultare troppe persone, il Comune di Ravenna a Mezzano, una località vicina alla città. Per chi non se lo ricordasse, la settimana rossa è stata una settimana del 1914 piena di violenze e scontri pararivoluzionari che colpirono chiese, case e circoli contrari alle ideologie dominanti, ma che si ricorda per il particolare odio contro i cattolici. L’episodio è a dir poco gravissimo. Viene infatti da chiedersi se questo voler celebrare le violenze contro i cattolici, e non solo, sia un gesto di strafottente provocazione, o se invece sia in buona fede una castroneria frutto di cecità ideologica. Tertium non datur. Dedicare una piazza ad un evento o ad un personaggio significa infatti celebrarlo. E celebrare giornate di violenza è un vero e proprio affronto a chi le violenze le ha subite. In questo caso, è un affronto al mondo cattolico. “Abbasso i preti, viva la repubblica popolare! ”, si gridava in quei giorni. A Faenza i rivoltosi tentarono d'incendiare la porta del duomo; a Forlì ci riuscirono con quella di San Mercuriale, mentre la folla impedì a lungo ai pompieri di intervenire. Fatti analoghi successero a Cesena, dove vennero prese di mira diverse chiese. A Rimini non riuscì il tentativo di bruciare la cappella di Sant’Antonio, ma esplose una bomba di fronte al seminario mentre un oratore esortava i compagni a chiudere le chiese, “case di prostituzione”. Si ricordano ancora, tra l’altro, le polpette fatte con le ostie consacrate rubate dai tabernacoli. Voler dedicare una piazza alla settimana rossa proprio a Mezzano è un affronto ancora peggiore, se si pensa che il curato del paese, secondo quanto si racconta, venne obbligato con umiliazioni a togliersi la veste, mentre 800 rivoluzionari saccheggiavano la canonica e bruciavano la chiesa irrompendo proprio durante la processione del Corpus Domini.

Invece di chiedere scusa oggi per il passato, la sinistra, con la sua giunta ravennate, celebra i propri errori. Invece di dire “per arrivare sin qui abbiamo commesso un sacco di sbagli, abbiamo operato con la violenza e abbiamo appoggiato regimi sanguinari, ne chiediamo scusa e rigettiamo quelle radici”, si vanta di Lenin, a cui hanno dedicato una via a Bologna, così come una via è dedicata, sempre nel capoluogo felsineo, a Stalin(grado). Molti dirigenti di quel PCI che prendeva i soldi sporchi di sangue dell’URSS sono ancora sulla loro poltrona come se non avessero fatto niente di male. E ora ci si vanta pure di aver picchiato i cattolici ad inizio secolo. È vergognoso che una sinistra che si dice moderna ed aperta al mondo nella sua complessa contemporaneità continui a sguazzare nel sangue che le ideologie le hanno fatto versare nei decenni passati, senza riuscire a farne una seria autocritica ed a riconoscere i propri errori per cambiare di conseguenza. E come può poi il centro-sinistra venire a chiedere il voto a noi cattolici, mentre nei suoi atti di governo umilia la nostra identità? Per essere di sinistra in Romagna, insomma, bisogna davvero pensare che le violenze della settimana rossa siano giuste, tanto da dedicar loro una piazza? La Chiesa cattolica, con Giovanni Paolo II, ha riconosciuto errori commessi nel passato, e ne ha pure chiesto scusa pubblicamente al mondo intero. Non si capisce cosa aspettino gli eredi dell’ex PCI e dell’ideologia in esso contenuta a fare altrettanto, per diventare finalmente una vera sinistra europea e lasciare alle proprie spalle le amare scorie del comunismo. Insomma, riusciremo prima o poi in Italia ad avere una sinistra liberale, non ideologica, e non catapultata nel presente come relitto di ideologie fallite, oppure continueranno a pullulare piazze dedicate ad episodi sanguinari e a dittatori della peggior specie?

Paolo Gambi

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venerdì, marzo 03, 2006

MIRACOLO: FINALMENTE UN BEL FILM ITALIANO

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 28 febbraio 2006)

Vi è mai capitato di andare al cinema senza avere troppe aspettative, e di uscire con dentro un qualcosa che vi rimarrà nel retrogusto della memoria per qualche giorno? Se non vi è mai capitato, andate a vedere “Notte prima degli esami”, un film italiano, di Fausto Brizzi, con, tra gli altri, Cristiana Capotondi, Sarah Maestri e Giorgio Faletti. Il film è molto semplice: un gruppo di ragazzi, l’estate del 1989, e un sofferto esame di maturità alle porte. Tutto inserito in quella dimensione del ricordo che rende ovattato e gradevole anche il più piccolo gesto o la più insignificante memoria. Chi ha vissuto gli anni ottanta ci si ritufferà dentro con tutto se stesso, riempiendosi di sentimenti contrastanti, ma rivivendoli davvero come terreno della mitologia, in cui ogni personaggio diventa un eroe e ogni elemento fluttua nel mare del ricordo. Ci erano riusciti i Vanzina quando alla fine degli anni ottantaavevano messo sul piedistallo gli anni sessanta con “Sapore di Mare”. Ed oggi, un ventennio più tardi, ci è riuscito Brizzi, trasformando gli anni ottanta nel campo di battaglia in cui si fronteggiano la spensieratezza tipica di quel periodo, la malinconia del sapere che quegli anni sono passati e non tornano più, e magari il rimpianto per non aver fatto allora tutto ciò che si poteva fare. È tutto l’universo di quegli anni che viene cantato in questo film. Dalla colonna sonora, azzeccatissima, che parte dai Duran Duran e arriva a Venditti (alla cui canzone si deve il titolo del film) passando per gli Spandau Ballet e i Queen. Ma anche riferimenti ai fumetti e ai telefilm americani in voga allora. Geniale ad esempio la citazione del ragazzo titubante chiuso in un armadio con la ragazza di cui si è innamorato: “Lo so, al posto mio Fonzie l’avrebbe baciata subito, ma purtroppo io non ero Fonzie, ero Richie Cunningham”.

Non è un caso che anche Mereghetti, che è per il cinema ciò che era Ratzinger per la Chiesa cattolica, abbia scritto: “Un film semplice, lineare, anche furbo, ma indubbiamente riuscito, che racconta l’attesa della maturità di un gruppo di studenti alla fine degli anni Ottanta, senza le facili strizzatine d’occhio alla nostalgia cinefila e neppure senza quell’eccesso di gag e battute che vorrebbero sottolineare il confronto con l'oggi (…)”.

Ma “Notte prima degli esami” non è semplicemente un’opera cinematografica. Basta farsi una navigata su internet per capire che intorno a questo film ci sono tutti i presupposti perché divenga un cult come la saga di “Vacanze di Natale”, e diventi il punto di aggregazione dei tanti, tantissimi che gli anni ottanta non li avrebbero mai voluti abbandonare (a tal proposito c’è il sito www.notteprimadegliesami.com). Ma se vale davvero la pena di dedicare la prima pagina a questo film, è perché è sorprendente. Sorprende uno degli attori: Giorgio Faletti. Negli anni ottanta ci faceva ridere al Drive In, quando era un comico. Si è fatto gradire poi come cantante. Ci ha terrorizzati come scrittore di thriller. Ed ora sostiene il ruolo di attore in maniera impeccabile. Qualunque cosa faccia, eccelle. Una sorta di Re Mida dello spettacolo, quello che tocca diviene oro. Ma ancora di più sorprende molto positivamente il fatto che ad essere così riuscito sia un film italiano. Senza afflati politici, senza i clichet satirici mutuati dalla propaganda, senza le divinità del politically correct. Senza zapateri, senza scuole piene di squatter, senza gli immancabili riferimenti critici all’Italia berlusconiana. Solo una storia raccontata bene, con attori bravi ed un’atmosfera realisticamente piacevole. Era ora.

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

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categoria:cultura