VIVA
(NON QUELLA DI PRODINOTTI)
Di Paolo Gambi
(Da
Domani è la festa dei lavoratori. Sì, ma non solo di quelli comunisti. Bertinotti permettendo… Vale quindi la pena proporre una visione del lavoro che non è quella solita, comune, diffusa, che è dilagata nelle nostre convinzioni lungo gli ultimi decenni. Anche perché c’è un enorme bisogno di uno sguardo d’insieme sul reale, c’è necessità di fare cultura sui grandi temi, lavoro incluso, dato che guardandosi intorno si trovano sterminati deserti intellettuali. Con alle spalle, e in testa, le turbolenze ideologiche lasciate dal marxismo sul tema del lavoro, opinione diffusa è che il lavoro sia una amara necessità, che sia basato sullo sfruttamento, e che sia un diritto che spetta per legge a tutti. Eppure esiste una cultura (sia pure solo bimillenaria…) che non ha nel proprio sangue nessuna di queste tre convinzioni. La cultura cristiana. E infatti il primo maggio si festeggia nel mondo cattolico la festa di san Giuseppe artigiano, da taluni detta di san Giuseppe lavoratore, o san Giuseppe operaio. Al di là della disquisizione linguistica, questa festa, istituita nel 1955 da Pio XII che voleva ricordare che non erano solo i comunisti ad interessarsi del tema, riporta la nostra attenzione sul significato più profondo del lavoro. Lavoro come strumento di realizzazione dell’uomo, di santificazione della sua vita. Di qualunque lavoro si tratti. Se il lavoro, nel nostro substrato culturale più classico, significa fatica, sforzo – tale infatti il significato del termine latino ”labor” – è nella nostra radice cristiana che ne ritroviamo l’anima. Fu san Benedetto, nella sua immensa opera, ad associare al lavoro una valenza spirituale, nel binomio dell’“ora et labora” (prega e lavora) che ha fatto da colonna portante per tanti secoli all’intero Occidente. Ma l’onda lunga lasciata dalla sua impronta culturale si è infranta contro quei movimenti popolari otto-novecenteschi durante i quali molti lavoratori si sono ribellati alla propria condizione, creando sopra questa battaglia un florilegio di ideologie. Ottenendo molte conquiste concrete, ma creando così l’odio di classe, alimentando l’invidia, e soprattutto snaturando l’importanza umana e spirituale del lavoro. È infatti intorno al tema della santificazione del lavoro che si vedono impegnate tante risorse intellettuali della chiesa cattolica di oggi. Non si può non citare la straordinaria opera del Concilio Vaticano II in questo senso. Ma non si può neppure non citare san Josemarìa Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, che ha fatto proprio della santificazione del lavoro il carisma della realtà da lui fondata, in una sorta di declinazione contemporanea di quello spirito di amore per il lavoro che ha caratterizzato
Aiuta dunque oggi ritornare alla figura di san Giuseppe, un semplice artigiano, un operaio, o forse un piccolo imprenditore, che con la sua opera e il suo lavoro diede alla propria vita un senso che ancora oggi, a duemila anni di distanza, siamo in milioni ad ammirare. È a tutti i lavoratori che cercano un senso per la propria opera e per la propria vita che vanno i migliori auguri di un felice primo maggio.
Paolo Gambi



