domenica, aprile 30, 2006

VIVA LA FESTA DEL LAVORO

(NON QUELLA DI PRODINOTTI)

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 30 aprile 2006)

 

Domani è la festa dei lavoratori. Sì, ma non solo di quelli comunisti. Bertinotti permettendo… Vale quindi la pena proporre una visione del lavoro che non è quella solita, comune, diffusa, che è dilagata nelle nostre convinzioni lungo gli ultimi decenni. Anche perché c’è un enorme bisogno di uno sguardo d’insieme sul reale, c’è necessità di fare cultura sui grandi temi, lavoro incluso, dato che guardandosi intorno si trovano sterminati deserti intellettuali. Con alle spalle, e in testa, le turbolenze ideologiche lasciate dal marxismo sul tema del lavoro, opinione diffusa è che il lavoro sia una amara necessità, che sia basato sullo sfruttamento, e che sia un diritto che spetta per legge a tutti. Eppure esiste una cultura (sia pure solo bimillenaria…) che non ha nel proprio sangue nessuna di queste tre convinzioni. La cultura cristiana. E infatti il primo maggio si festeggia nel mondo cattolico la festa di san Giuseppe artigiano, da taluni detta di san Giuseppe lavoratore, o san Giuseppe operaio. Al di là della disquisizione linguistica, questa festa, istituita nel 1955 da Pio XII che voleva ricordare che non erano solo i comunisti ad interessarsi del tema, riporta la nostra attenzione sul significato più profondo del lavoro. Lavoro come strumento di realizzazione dell’uomo, di santificazione della sua vita. Di qualunque lavoro si tratti. Se il lavoro, nel nostro substrato culturale più classico, significa fatica, sforzo – tale infatti il significato del termine latino ”labor” – è nella nostra radice cristiana che ne ritroviamo l’anima. Fu san Benedetto, nella sua immensa opera, ad associare al lavoro una valenza spirituale, nel binomio dell’“ora et labora” (prega e lavora) che ha fatto da colonna portante per tanti secoli all’intero Occidente. Ma l’onda lunga lasciata dalla sua impronta culturale si è infranta contro quei movimenti popolari otto-novecenteschi durante i quali molti lavoratori si sono ribellati alla propria condizione, creando sopra questa battaglia un florilegio di ideologie. Ottenendo molte conquiste concrete, ma creando così l’odio di classe, alimentando l’invidia, e soprattutto snaturando l’importanza umana e spirituale del lavoro. È infatti intorno al tema della santificazione del lavoro che si vedono impegnate tante risorse intellettuali della chiesa cattolica di oggi. Non si può non citare la straordinaria opera del Concilio Vaticano II in questo senso. Ma non si può neppure non citare san Josemarìa Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, che ha fatto proprio della santificazione del lavoro il carisma della realtà da lui fondata, in una sorta di declinazione contemporanea di quello spirito di amore per il lavoro che ha caratterizzato la Chiesa sin dai suoi primi vagiti. Dunque il lavoro può non essere vissuto come una semplice amara necessità, in cui si deve sopportare lo sfruttamento delle proprie energie da parte di qualcuno, ma in esso si possono trovare le indicazioni che conducono al senso della vita. Il lavoro può non essere visto come un riempitivo obbligatorio ed imposto del nostro tempo, ma come una sua realizzazione ed una sua messa a frutto. Il lavoro può non essere interpretato come un diritto, ma come una grandiosa conquista personale, che dà alla nostra vita, a ciascuno di noi, la possibilità rendere utili e fruttuose le nostre capacità.

Aiuta dunque oggi ritornare alla figura di san Giuseppe, un semplice artigiano, un operaio, o forse un piccolo imprenditore, che con la sua opera e il suo lavoro diede alla propria vita un senso che ancora oggi, a duemila anni di distanza, siamo in milioni ad ammirare. È a tutti i lavoratori che cercano un senso per la propria opera e per la propria vita che vanno i migliori auguri di un felice primo maggio.

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

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giovedì, aprile 13, 2006

IL PROBLEMA COMUNISTA E IL BISOGNO DI DIALOGO

Di Paolo Gambi

Da La Voce di Romagna, 12 aprile 2006

 

Che il paese sia spaccato, dolorosamente diviso in due tronconi carichi di odio l’uno per l’altro lo hanno già scritto e ammesso tutti. Tutti tranne Prodi. Chiunque governi nel prossimo futuro creerà lacerazioni e fratture che richiederanno anni per essere risanate. E c’è un’unica soluzione a questa situazione di stallo: smettere di odiarsi. Una proposta tanto naif quanto reale. Quale che sia l’ultimo atto di questa sanguinolenta battaglia politica, chiunque sia il capo del governo e chiunque sia il capo dello stato, e lo vedremo a breve, questo paese va riappacificato sin dalle sue fondamenta.

Ma per riappacificarlo nell’antinomico dualismo in cui siamo tutti intrappolati, bisogna partire dai dati di realtà. E soprattutto dalle anomalie. Si parla sempre di una di queste anomalie, quella televisiva, del Berlusconi proprietario delle tre reti di mediaset. Proviamo ad indicarne qui un’altra, di queste anomalie italiane, quella che ha più mi ha colpito personalmente in quest’ultimo scontro elettorale. Tre milioni, novecentoquarantunmila, ottocento e cinquanta abitanti di questo paese, nel 2006, in una democrazia occidentale ricca e pure troppo sazia, hanno votato al Senato per partiti che si rifanno esplicitamente alla tradizione comunista e che ostentano gloriosamente una falce e un martello. Bisogna ricordare bene questa cifra: 3.941.850. Ciascuna di queste persone ha scelto liberamente un simbolo e una tradizione grondante di sangue e di inumanità, mandando in parlamento, nascosti dietro al volto dialogante e pieno di apparente buon senso del loro leader Fausto Bertinotti, personaggi come Francesco Caruso, il violento leader delle lotte quasi armate di vari gruppi no-global, o Vladimiro Guadagno, autoproclamatosi “Vladimir Luxurya”, che ha fatto della propria ambiguità sessuale la propria unica bandiera. Come si può pensare ad un punto di unità con una tale realtà? Non ci si può girare intorno, qui si ha di fronte un enorme problema culturale. Basterebbe aver approfondito minimamente cosa ha significato e cosa significa quel simbolo per spostare la matita su un qualunque altro partito. Serve dunque una grande operazione nel campo della cultura e dell’informazione per far progredire questo paese. Dove pensiamo di andare nel mercato globale del terzo millennio sventolando bandiere con la falce e il martello? Ma questa operazione culturale può avvenire solo a sinistra, e partendo dal centro-sinistra. È insomma questo il momento (non è mai troppo tardi…) di trasformare veramente il concetto di sinistra italiana da realtà post-comunista a realtà riformatrice. È infatti attorno alle idee che deve ruotare ora tutto il dibattito. Che Italia vogliamo? Che Italia sogniamo per il futuro? Bisogna sedersi intorno ad un tavolo, mettendo insieme tutto lo spettro colorato del prisma ideologico italico, e cercare di dialogare senza avere come presupposto l’odio per il diverso pensiero. Ma per condividere un sogno anche con chi non la pensa come noi, serve sì flessibilità, ma anche buon senso, e limiti certi. E a meno di non voler trasformare il sogno in un incubo, quella falce e quel martello devono prima o poi scomparire, in tutta la loro carica di odio. E devono sparire per una maturazione culturale del paese. Dunque il paese va unificato. E va unificato sin da ora. Eliminando gli estremismi. Cercando il dialogo fra le forze democratiche. Va unificato intorno ad una soluzione concreta al problema di un’economia che ha subito un brusco arresto. Va unificato intorno ad un’idea comune di una morale oltre la quale non ci si può permettere di andare, nella ricerca come nel progresso. E serve un’unificazione intorno a qualche valore condiviso. E questo sarà particolarmente difficile, divisi come siamo fra propositori della vecchia “giustizia sociale” e ricercatori della libertà dei singoli. Unità. Questa serve ora. E chi riuscirà a perseguirla?

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

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