martedì, maggio 23, 2006

Perché il Montenegro sì e la Romagna no?

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 23 maggio 2006)

 

È immaginabile che l’Emilia-Romagna e il suo intricato sistema di potere postcomunista sia più spietato ed oppressivo di quello serbo? È possibile che quella Serbia che fu di Milosevic, che è da sempre terra di combattenti e di massacri efferati, che è nell’immaginario collettivo una terra votata alla guerra, sia più democratica di quel “modello emiliano trattino romagnolo” che i nostri politicanti tanto si sono divertiti e si divertono a cantare come esempio di democrazia compiuta? La risposta a queste due domande è molto secca: sì. Domenica infatti nello Stato di Serbia e Montenegro si è pacificamente svolto un referendum, a cui hanno partecipato solo i montenegrini, che ha sancito la divisione delle due regioni, consentendo la nascita dello Stato di Montenegro. I montenegrini non volevano più sottostare alla volontà dei propri vicini di casa, per questo democraticamente hanno scelto con una consultazione popolare il futuro dei propri destini. In Romagna invece no. Quel tanto democratico sistema che noi tutti foraggiamo dei nostri voti, ancora oggi usa tutto il proprio potere per mantenere in scacco la voglia di autonomia dei romagnoli, e fa di tutto perché a decidere non sia il popolo, ma le stanze del potere. Qui da noi insomma non c’è stata una convergenza democratica. Ci sono i favorevoli alla creazione della regione, ci sono i contrari. Democrazia vorrebbe che a questo punto si facesse ciò che prevede la Costituzione: che i Comuni chiedessero l’indizione di un referendum, e che in tale agone ci si confrontasse tutti. Invece in questa strana bi-regione il principio democratico è questo: noi che deteniamo il potere siamo contrari e pensiamo sia sbagliato dividersi. Quindi zitti e mosca. E chi ha a cuore l’autonomia della Romagna ha dovuto fare battaglie costituzionali perché si potesse andare al referendum senza passare dai Comuni (cosa che è prevista nella riforma costituzionale che presto saremo chiamati a votare). E non ci si può meravigliare se chi invece si occupa della vicenda si senta piccato. Non ci si può meravigliare se chi ha a cuore l’identità e l’amministrazione della Romagna si incancrenisca nella propria posizione, e si arrabbi con chi si comporta in maniera così antidemocratica. Sì, perché diciamoci la verità, chi non vuole che ci sia un referendum per far decidere ai romagnoli se creare o meno una regione Romagna, ha un nome e un cognome. Ed è la classe dirigente dei DS. Svariati iscritti e militanti diessini mi hanno ripetutamente fatto presente di scrivere “la classe dirigente” dei DS e non i DS, perché fra coloro che votano questo partito ci sono molti che vorrebbero staccarsi dal cordone ombelicale bolognese. Sarà anche solo una classe dirigente, ma è abbastanza potente da imporre a tutti la propria volontà, giusta o sbagliata che sia. E la cosa, a chi non fa politica attiva, ma vive in questa terra e ne osserva i pregi ed i difetti, come tenta di fare il sottoscritto, appare ingiustificabile, incomprensibile, e soprattutto profondamente ingiusta.

Tantopiù che qui non si tratta di creare un nuovo Stato, ma semplicemente una regione. Emilia e Romagna. Due realtà distinte da sempre, messe insieme per un capriccio della storia nell’Italia unita. Due regioni che sono cacofoniche persino nell’accostamento letterale. Due regioni che non c’entrano nulla l’una con l’altra. Eppure fa comodo, questa unità, ai trespoli su cui comodi stanno appollaiati i potenti, lontani da qualsivoglia possibilità di controllo od opposizione. Ma è democrazia questa?

Paolo Gambi

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sabato, maggio 20, 2006
IL CODICE DA VINCI NON CONVINCE
di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 20 maggio 2006)
 
Può un film diretto da Ricky Cunningham minare la fede dei cristiani nella resurrezione di Gesù Cristo? Dopo averlo visto, questo stramaledetto Codice da Vinci, l’impressione è che possa al massimo creare qualche crepa nella fede che Pozzie e Ralph Malph avevano per Fonzie. Un amico sacerdote ha commentato tutta la vicenda legata al libro di Dan Brown: “È vero che Gesù ha detto: <<Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia>>. Però, ragazzi, che due maroni”. E questo è più o meno il commento all’uscita dal cinema. Il film è lento. Noioso. Il livello di credibilità delle bufale storiche che racconta simpaticamente Ian McKellen è, se possibile, ancora minore di quella del libro. Solo un vero e proprio ignorante può credere anche ad un solo assunto di quello che Gandalf (tradito il suo ruolo splendente) racconta ad una bellissima Audrey Tautou, e ad un Tom Hanks tornato artisticamente ai suoi film dell’adolescenza. Solo un vero e proprio minus habens può uscire dal cinema credendo che i vangeli li ha riscritti Costantino, e che Gesù non è risorto ma ha fatto una figlia con Maria Maddalena. Solo un cretino, in definitiva, può credere a quello che è stato chiamato “il vangelo secondo la sony”. Nella sala comunque, perlomeno alla visione a cui ho preso parte (e la sala era quasi vuota), non sembra esserci un grande trasporto. Anche perché, eccezion fatta per una scena in cui la telecamera si sofferma amabilmente sul grottesco personaggio che si mette e si cava il cilicio nella gamba, e che si diverte a rovinarsi la schiena di frustate, nel film non ci sono emozioni forti. È piatto emozionalmente almeno quanto lo è intellettualmente. Sulle tesi proposte non vale neanche la pena tornare: si è rovistato abbastanza nella spazzatura con l’uscita del libro, chi vuole documentarsi può facilmente farlo. Si dica solo che veramente impietoso è il trattamento cinematografico riservato all’Opus Dei. Dei tre personaggi che vi appartengono, il prelato ha la faccia dell’attore forse più antipatico del cinema francese, il poliziotto ha l’arroganza rozza ed insopportabile di Jean Reno, e il terzo, il monaco (sic!) albino, è l’inquietante e grottesco spettro di “A Beautiful Mind”. Ha ragione Franco Cardini quando dice: “È necessario dimostrare fino a che punto il re sia nudo: fino a che punto questi grandi successi poggino e puntino sull’ignoranza”. L’ignoranza è decisamente una brutta bestia. Ma è ancora più brutta quando viene proiettata nei maxi schermi. Dunque da un lato ancora una volta le grandi case di produzione ci propongono la loro visione del mondo, piatta, vuota, triste. Con un obiettivo oramai divenuto comune al pensiero radical chic di Hollywood: la Chiesa cattolica, l’unico contenitore rimasto in Occidente di un pensiero forte, di un sistema di spiegazione coerente e complessivo della realtà. Persino in Mission Impossibile III viene lanciato un messaggio contro la Chiesa, ambientando lo scambio dei trafficanti d’armi proprio in Vaticano. È diventata una mania. Da un lato dunque la realtà e la storia dipinta dalle Wanna Marchi internazionali, i Dan Brown del momento e il potere di Hollywood. Dall’altro il mondo reale, la storia, la conoscenza dei fatti. Buon divertimento a chi si vorrà cimentare nella conoscenza di quest’ultima. Che non può iniziare da questo patetico film…
Paolo Gambi
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sabato, maggio 20, 2006

Dal Codice da Vinci a Wanna Marchi

Di Paolo Gambi

Da La Voce di Romagna, 16 maggio 2006)

 

Un gruppo di veline intelligentissime che venerano una divinità incarnata in un barile di melassa scopre nella carta di un ovino kinder un passaggio interplanetario che le porta in un pianeta che si chiama beatitonia dove vivono felici e contente per mille anni a venire in castità e purezza, ma vengono poi tradite dalla sorpresa dello stesso ovino kinder che le riporta sulla terra trasformate in ravanelli. Una storia del genere sarebbe senza dubbio molto più verosimile e probabile della trama del Codice da Vinci di Dan Brown, e soprattutto sarebbe scientificamente più plausibile delle tesi in esso contenute. Eppure non solo tutti abbiamo letto il suo libro e di certo andremo a vedere il film, ma siamo abbastanza ignoranti in materia religiosa da aver pure lasciato che ci depositasse nel retro del cervello il dubbio che in realtà qualcosa di vero nella sua storia strampalata ci sia. E ancora più dubbiosi saremo quando ci saremo fatti sparare negli occhi le immagini del maxischermo all’uscita del film, da cui usciremo con forti sensazioni e molti pensieri. Il Codice da Vinci infatti racconta, in maniera romanzata, una bella somma di sacrosante menzogne. I vangeli sarebbero stati riscritti da Costantino, Maria Maddalena sarebbe stata la compagna di Gesù e da lui avrebbe avuto un figlio, la Chiesa cattolica sarebbe in realtà un’associazione a delinquere che ci vuole tenere tutti nell’ignoranza. L’Opus Dei sarebbe invece un’organizzazione di monaci intenti a portare avanti omicidi ed autotorture. Poco importa che ciascuna di queste tesi sia elementarmente smentibile con fatti concreti e tangibili. Sono stati scritti libri su libri per confutare le menzogne di Brown, corredati di fonti storiche, riferimenti scientifici ed evidenze di ogni tipo. Poco importa che la storia abbia delle fonti precise che ci gridano dal passato “Dan Brown è un ciarlatano! “. Nonostante ciò alla fine un po’ tutti noi rimaniamo infangati in questa melma, e ci teniamo come retrogusto una bella dose di dubbio. Aveva ragione il cardinale Biffi: non siamo più un popolo di credenti, ma di creduloni. E soprattutto di ignoranti. E questo è il punto. Abbiamo una cultura religiosa meno che elementare, e basta che qualcuno ci racconti che Gesù era cinese che ci troviamo senza strumenti per elaborare una risposta. Basta che qualcuno ci dica che un vangelo gnostico racconta dell’unione fra Gesù e Maria Maddalena che ci crediamo ciecamente. Perché non conosciamo le cose. Invece bisognerebbe documentarsi, studiare. C’è una ricchezza culturale infinita che può essere scoperta seguendo l’interesse per le materie religiose, anche approfittando delle curiosità che ci mette il Codice da Vinci. Anche perché quella di capire l’assoluto è una delle pulsioni primordiali dell’uomo, e per questo attraversa tutta la sua storia. In particolare, è l’evento cristiano ad attraversare la nostra storia, quella dell’Occidente. Ed anche per questo dobbiamo conoscere almeno i fondamenti del cristianesimo. Dobbiamo sapere con precisione ciò che si sa di Gesù, della sua predicazione e della sua vita. Dobbiamo sapere almeno a grandi linee cosa ha fatto la Chiesa, e come si è articolata nei secoli. Dobbiamo conoscerne la dottrina, che è parte fondante della nostr cultura. Dobbiamo sapere, studiare, documentarci, visto che la scuola “laica” ci lascia ignoranti su ciò che dovrebbero insegnarci in parrocchia. Altrimenti basta veramente che un Dan Brown qualunque domani ci racconti una qualche altra castroneria, purchè condita di forti emozioni, per farci aderire in massa ad una qualche improbabile religione orientale. O magari per farci andare ancora una volta dietro al mago do Nascimiento.

Paolo Gambi

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mercoledì, maggio 10, 2006

FORSE HANNO RAGIONE I VECCHI MONARCHICI

Di Paolo Gambi

(Da La Voce di Romagna, 9 maggio 2006)

Vedendo i giochi biechi ed infidi, imbevuti di una politica rancida e putrefatta, che si stanno alternando fra le righe del poema che canta l’elezione del Presidente della Repubblica, una suggestione strana ed un po’ pazza mi viene alla mente, in un dormiveglia un po’ surreale: ma non è che alla fin fine hanno ragione i monarchici? Nel nostro sangue romagnolo non scorrono molti globuli di simpatia per i Savoia, ma il principio per cui non si può lasciare che sia la politica a scegliere il Capo dello Stato mi pare si incontri bene con un’altra componente globulare dello stesso sangue, ossia il buon senso anarchico. Per cui, salga al cielo un grido: abbasso la politica, e Dio salvi il Re!

Il Paese è spaccato tragicamente in due: quello che resta del blocco comunista, e quello che resta della cultura cattolica. È evidente che l’albero che sorge dall’universo comunista e social-democratico vuole imporre un proprio candidato di matrice comunista, compiendo quell’occupazione del potere in cui spicca per abilità, mentre l’alberello di matrice liberale e cattolica tenta flebilmente una mediazione per ottenere un candidato quanto più vicino possibile alla propria area. Non c’è quindi soluzione senza spaccatura del Paese. E verosimilmente ci sarà: se verrà eletto un candidato comunista, metà del Paese non potrà riconoscerlo né tantomeno apprezzarlo, anche se si trattasse di una persona umanamente stimabile come Napolitano. Se invece per ventura venisse eletto un candidato berlusconiano, quella rumorosa metà del paese che gravita intorno al sol dell’avvenire insorgerebbe clamorosamente riempiendo strade e piazze.

Ma in questo spazio onirico ci sia consentito proporre una soluzione che tanto non si avvererà mai, e che quindi rimarrà dubbiosamente incastrata nelle pieghe dei cervelli dei miei 5 lettori: rispolveriamo quella figura maestosa che ci viene dal nostro passato più remoto, che in altre situazioni tanto è riuscita ad adattarsi bene alla modernità: il Re. Il Re di certo non sarebbe il frutto marcio di un albero malato, quale la nostra politica oggi è. Il Re rappresenterebbe l’unità della nazione stando al di sopra delle schermaglie che ci dividono oggi peggio che ai tempi dei guelfi e dei ghibellini. Il Re, e la sua famiglia, sarebbero simbolicamente un punto fermo che non cambia al cambiare degli umori politici del popolo. Una figura di vera rappresentanza. Ma una domanda molto brutale subito si guadagna l’attenzione in questa agrodolce arringa monarchica: esiste una famiglia reale che rappresenti davvero l’Italia nella sua complessità geografica, storica ed ideologica; esiste davvero un candidato al trono italiano che porti su di sé l’intricato intreccio di differenze regionali, e comunali dello stivale? Fra i regnanti preunitari, non si trovano grandi soluzioni. I Savoia, si sa, rappresentano quel risorgimento anticattolico che non tutta Italia ha ben digerito. I Borboni verrebbero difficilmente accettati dalle industrie del nord. Il granduca di Toscana sarebbe simbolicamente debole. Il Papa non accetterebbe mai. Fra gli eredi dei tanti altri ducati e signorie che hanno fatto l’Italia non si trova un candidato con una forza sufficiente. Diventa quindi necessario trovare una famiglia ed un candidato che esca da questi schemi. Ed ecco che il sogno si tramuta in incubo allo scattare della logica italiana: la sinistra proporrebbe subito di mettere sul trono una cooperativa (iscritta a Legacoop), mentre, neanche a dirlo, l’altra campana suonerebbe per far sedere sul trono la famiglia Berlusconi. Ed ecco che, uscendo dallo spazio onirico che mi è stato concesso, l’amaro ritorno alla realtà non consola: l’unità dell’Italia è ancora tutta da fare…

Paolo Gambi

paologambi@lavocediromagna.com

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categoria:politica, satira