giovedì, gennaio 31, 2008

E tra le miserie quotidiane riscopriamo la speranza 


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 3 dicembre 2006

 

 

 

Volevo dedicare il mio pezzo della domenica alla manifestazione di Roma, per cercare una risposta meditata alla domanda: è più immorale non pagare le tasse o imporle? Poi però, mentre cercavo fra le mie sinapsi la quadratura del cerchio, sono stato rapito da una musica celestiale. La passione secondo San Matteo di Bach. E mi è tornato in mente l’invito fattomi da un amico, Daniele Perini, pochi giorni fa ad una conferenza: “A volte quando scrivi i tuoi pezzi per la Voce sembra che tu li scriva per il Corriere della Sera. Sii meno distaccato, racconta in prima persona”. E allora, cogliendo il suo sprone, seguo questa musica celestiale che si diffonde per la stanza cantando, in bel tedesco, la Passione di Nostro Signore. Anche se è Natale. E mentre ho ancora aperte delle finestre di explorer piene di contumelie fra politici, impantanati nei loro giochi di potere, una voce femminile che canta “Oh Haupt voll Blutt und Wunden” mi prende per mano, facendomi vedere con chiarezza qualcosa che, immerso nei meandri di questo mondo, non riuscivo a vedere. Mi indica di volgere gli occhi in alto. Ci sono cieli sterminati sopra le nostre teste. E per vederli, basta alzare lo sguardo. Mentre noi ci affatichiamo, ci opprimiamo gli uni gli altri, carichiamo le nostre spalle di pesanti fardelli fatti di odio misto ad orgoglio, diventando sempre più chini verso terra, questi stupendi cieli continuano a stare sopra di noi. Poi, ogni tanto, qualcuno alza lo sguardo. E scrive una musica capace di penetrarti dentro alla parte più profonda del cuore. Capace di indicare con il dito verso il cielo. Come ha fatto Bach. Oppure scrive un libro che ti fa piangere. L’altra sera per esempio sono stato, come spesso accade, al Cinemacity di Ravenna con l’amico Simone Ortolani, a vedere “I figli degli uomini”, un film visionario e profetico ancora nelle sale. La storia narra di un futuro non troppo lontano in cui tutto il mondo è sconvolto dal caos. Solo l’Inghilterra riesce a mantenere una sorta di pace. Ma, fra eutanasie a portata di tutti e immigrati trattati da subumani, le donne non restano più incinta. Da 18 anni. Un futuro triste e cupo. Un futuro senza futuro. Poi una donna, un’immigrata di colore, resta incinta. E la speranza torna a regnare. Dentro a un campo profughi che ricorda molto Auschwitz, circondata da scene di guerra fra l’esercito e i ribelli, dà alla luce una bambina. E di fronte a quel neonato tutti si fermano: soldati e profughi. Il loro odio trova un ostacolo. La speranza. E lì ho capito. Ho capito il messaggio che l’autore, P.D. James (nonostante l’ideologizzazione politically correct del regista Cuaròn), voleva dare. O almeno quello che ha dato a me. L’Occidente senza Cristo muore. L’Occidente dei laicisti, delle ideologie neopagane – dal nazismo all’ambientalismo – si trova prima o poi a considerare l’uomo molto meno di quello che vale. E combina disastri epocali. Solo il Cristianesimo può salvare l’Occidente dalla sua peggiore deriva, e ridare a ciascuno di noi gioia e speranza. Anzi, mi correggo. Non il Cristianesimo. Non un’idea, una religione, un sistema di pensiero. Una persona. Quella di cui fra poco andremo a celebrare il compleanno. Quello di “nativity”, per restare nei recinti del cinema. Quel bambino, duemila anni fa, ha dato a ciascun singolo uomo, in un mondo che è sempre fatto di guerre, oppressione e disperazione, la coscienza di valere tanto. Anzi tantissimo. Abbastanza da essere tenuto in considerazione dal Creatore dell’Universo, e da lui amato personalmente. Non è forse questo il Cristianesimo? Ma quella rivoluzione dei cuori ha bisogno di tornare, ogni generazione che passa, per ogni persona che nasce. Poi ci sono i cinici. Quelli che leggendo questo articolo diranno: troppo sdolcinato, troppo religioso. Fanatico! Quelli che un legame tra l’infinito e il finito non l’hanno ancora trovato. Ma che soprattutto hanno un cuore abbastanza plastificato da non voler capire che qualcun altro può averlo trovato. Ma a noi i cinici non interessano. Noi ci godiamo la nascita di Gesù, la celebriamo con presepi e solenni celebrazioni religiose, loro invochino pure Babbo Natale. Noi ci accontentiamo di ascoltare Bach, e di farci aprire il cuore dalla sua musica. Ci accontentiamo di andare al cinema e di uscirne pieni di gioia perché esiste una speranza. Ci accontentiamo di considerare la vita il bene più prezioso che esista, e di godercela fino in fondo, in tutte le sue luci e le sue ombre. Ci sono cieli sterminati sopra le nostre teste. E per vederli, basta avere il coraggio di alzare lo sguardo.

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categoria:cultura, esistenzialismo
giovedì, gennaio 31, 2008

Anche la Chiesa sa ridere di se stessa 
 
 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 26 novembre 2006

 
Satira religiosa? Sì, ma sapendo, anche se si è atei, che per i credenti la sensibilità può essere molto forte. E poi, comunque, chi l’ha detto che la religione e l’animo satirico non possono conciliarsi? E chi l’ha detto che l’orizzonte della satira e dello scherzo siano estranei a quello di un Papa? Specialmente se si chiama Benedetto… Papa Benedetto XIV, il bolognese Prospero Lambertini, intercalava abitualmente nel suo pio frasario la parola Cazzo! oppure un velocissimo Cazzo cazzo cazzo! Ebbe a dire scherzando una volta: “La voglio santificare questa parola, accordando l’indulgenza plenaria dei peccati a chi la pronuncerà dieci volte al giorno!”. Lo stesso Papa andò un giorno in visita a Castel Sant’Angelo, che allora ospitava le prigioni pontificie. Chiese a un primo carcerato: “Tu perché sei qui? “. E il carcerato piangendo disse che era innocente. Andò da un secondo, gli fece la stessa domanda, e anche questo si proclamò innocente. Ne interrogò diversi, e tutti si dicevano innocenti. Arrivò allora da uno, a cui fece la stessa domanda. E questo rispose candidamente: “Santità, sono qui perché ho rubato”. Si narra che allora il Papa chiamò il capo delle guardie, a cui ordinò: “Questo lascialo libero, che sennò mi rovina gli altri”. Sempre lui, Benedetto XIV, quando era arcivescovo di Bologna, ad una festa si trovò davanti la prosperosa marchesa Gozzadini che aveva al collo una preziosa croce adagiata sui grandi seni. Al che qualcuno gli disse: “Ha visto eminenza che bella la croce della marchesa? “. E lui rispose prontamente: “Bella la croce, sì, ma bello anche il calvario”.

E che dire delle famose pasquinate? Ce ne furono per tutti i Papi durante lo Stato pontificio. Per esempio, per Sisto V: “Fra tutti quelli c'hanno avuto er posto/ De vicarj de Dio, nun z'e mai visto/ Un papa rugantino, un papa tosto,/ Un papa matto, uguale a Ppapa Sisto”. O il famoso “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”indirizzata a papa Urbano VIII Barberini e ai membri della sua famiglia per gli scempi edilizi di cui si resero responsabili. E ancora, Clemente VII de’ Medici morì dopo una lunga malattia; su Pasquino apparve un ritratto del suo medico, che forse era giudicato non esente da responsabilità circa l'esito delle sue stesse cure, ma tenuto conto delle qualità morali del suo paziente fu indicato come: ecce qui tollit peccata mundi (ecco colui che toglie i peccati del mondo).

Tutto questo per dire che la satira, anche in un rapporto non privo di spine (molti furono puniti per le pasquinate, ed una persona pure condannata alla forca durante lo Stato pontificio) è da sempre parte integrante della dialettica della cultura cristiana, e pure cattolica. Questo se fatto con garbo e rispetto. Perché sarà anche un uomo, che una volta, come succedeva un tempo, favorisce i suoi parenti, un’altra volta indice una crociata, un’altra volta, è pure capo dello Stato pontificio, ma il Papa resta sempre, per un miliardo di fedeli, il vicario di Cristo in terra. E poi oramai non ci sono più scuse. Lo Stato Pontificio non c’è più, il Papa parla con una profonda voce morale, ed avrà magari la sola colpa di parlare italiano con accento tedesco avendolo sua madre partorito in Germania. Eppure sembra una gran colpa per i detrattori della Chiesa e del cristianesimo. Colpa ancora maggiore se se associata al fatto che con quell’accento e quella voce parla ai cuori della gente dicendo senza troppi giri di parole la verità cristiana.

Detto tutto questo, serve un giusto equilibrio. La libertà è lo strumento sommo dell’uomo, ma se ne abusa finisce poi per costringere altri a togliergliela.

Fiorello per esempio non pare essere stato particolarmente offensivo, né sembrava voler ledere la figura di istituzioni cattoliche, e bene ha fatto a commentare: “Non andrò all’inferno per questo”. Farebbe altrettanto bene a proseguire nella sua imitazione del segretario del Papa, che effettivamente, a ben pensarci, a qualche scherzo si può anche prestare. Altra cosa è invece la satira che diventa strumento di lotta. Strumento usato da chi una religione non ce l’ha e vorrebbe non ce l’avesse nessuno. Come Crozza e il suo stizzoso, e codardo, accanirsi contro il Papa. Che guardacaso è stato benedetto dai guru della propaganda anticristiana, Dario Fo in testa. Dunque satira sì, ma… con rispetto. E ridiamoci su.

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categoria:cultura, chiesa
giovedì, gennaio 31, 2008

Il femminismo e la distruzione dei sessi 

 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 19 novembre 2006

 

Ho recentemente recensito, sulle pagine di questo giornale, il libro di Alessandra Nucci, “La donna a una dimensione”. Il libro parla di femminismo antagonista, anche nel suo rapporto di favore con l’ONU, e persino con le sette sataniche. Come era prevedibile, il pezzo ha fatto discutere, tanto che qualcuno mi ha suggerito di approfondire, chiedendomi la mia opinione. Ed eccola qua. Le battaglie delle donne, in un determinato periodo storico, sono state indispensabili perché l’identità femminile trovasse una sua collocazione nella contemporaneità. Le donne, in un certo senso, si sono declinate al presente, ed hanno scoperto una nuova dimensione resasi possibile e visibile in seguito al progresso umano. Ecco allora che hanno iniziato a studiare, a collocare a fianco al proprio ruolo familiare un lavoro, o attività che prima erano impensabilmente femminili. Volendo dare un giudizio di merito a queste conquiste, non può che essere altamente positivo, perché con esse in Occidente le donne avevano raggiunto una propria realizzazione identitaria. Avevano, al passato, perché oggi le cose sono cambiate, e si è andati troppo oltre. Sì, perché da questo movimento è poi nato un problema. Ed in questo il libro della Nucci è decisamente illuminante. Il movimento femminista, o quantomeno una parte di esso, da strumento di rivendicazione di uno spazio giusto e sacrosanto per le donne, diventa ideologia, grazie al supporto di potenti lobby ed organismi internazionali, come viene documentato. Una ideologia che, nonostante le donne abbiano già ottenuto tutto ciò che volevano, continua la sua lotta antagonista di odio contro l’uomo. Le donne oggi possono fare carriera? Sì, ma non basta, perché se diventano madri la carriera viene rallentata e perderebbero un’ipotetica gara contro i maschi. Ecco allora che le donne, secondo questa ideologia, dovrebbero superare la propria natura biologica, rifiutare il proprio ruolo di madri, e partecipare di quell’identità sessuale unisex che questa ideologia ha costruito. Le donne oggi possono fare politica, superando magari una propria tendenza che magari le porterebbe a fare altro? Sì, ma non basta, e anche in gara contro l’uomo, bisogna garantire che almeno metà della rappresentanza politica sia femmina, anche se questo significa forzare la volontà e la tendenza stessa delle donne.

Ecco, in questa denuncia, nell’analizzare ed accusare questa ideologia estremista di totalitarismo, il libro della Nucci mi ha particolarmente colpito, e mi ha illuminato sentieri di comprensione che mi erano oscuri. Ed ancora di più mi ha colpito perché mi ha dato consapevolezza che tutti noi, scrivente in primis, siamo portatori più o meno inconsapevoli di questa ideologia, nel momento in cui teorizziamo e  fomentiamo la guerra fra i sessi. Facendo questo, accettando di partecipare a questa guerra, ci costringiamo gli uni le altre ad avvicinarci sempre più a questa putrescente identità unisex, che va contro la natura più profonda dell’essere umano. L’uomo e la donna non bastano a se stessi, ed hanno entrambi bisogno dell’altro o dell’altra per cogliere appieno la propria identità sessuale, e scoprire la propria realizzazione. Se poi questa ideologia che porta allo scontro fra i sessi abbia anche addentellati nel satanismo non lo so. La Nucci riporta degli episodi concreti, come la presenza di streghe (del gruppo Wicca) che fanno i loro riti alle manifestazioni no global, o alcuni personaggi della cultura femminista che si rifanno al culto della dea madre, che generalmente nasconde un culto satanico. Questo ovviamente non fa delle femministe, anche le più pasionarie, delle sataniste, ma questa vicinanza che il libro documenta dovrebbe far riflettere. A me almeno ha fatto questo effetto. Chiarito questo, anche se può sembrare facile demagogia, non si può che concludere al grido di “viva le donne”. Sì, quelle vere.

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categoria:donne
mercoledì, gennaio 30, 2008

La distruttiva donna ad una dimensione       

 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 12 novembre 2006

  
Ci sono libri che interpretano lo spirito di un’era, denunciandone i mali più profondi ed i pericoli più acuti. È senza dubbio il caso di “La donna a una dimensione”, di Alessandra Nucci, appena edito da Marietti, e destinato a segnare una svolta italiana nella concezione del rapporto fra sessi. Un libro che tutti, uomini e donne, dovremmo leggere. E che fa giungere, finalmente, anche in Italia una voce femminile che svela trame ed intrighi sconosciuti al pubblico italiano, e che mette in mostra tutto l’odio di cui è intriso il pensiero unico femminista che tutti noi portiamo nelle nostre teste in maniera spesso inconsapevole. Sì, tutti noi. Perché leggendo il libro ci si scopre portatori più o meno involontari di un’ideologia totalitaria, quella femminista-antagonista, che sta portando il mondo in una direzione ben definita. La dissoluzione dell’essere umano come lo abbiamo conosciuto, ed apprezzato, da qualche millennio a questa parte. Chi di noi infatti non è mai stato indotto a pensare, anche nel retrogusto delle proprie opinioni, che la società “patriarcale”, ossia fondata sulla famiglia tradizionale, sfruttasse le donne e le condannasse ad un ruolo di subordinazione? Chi non ha il dubbio che in fondo è giusto che le donne si sforzino nella carriera, magari sacrificando il proprio ruolo materno, e che magari sono pure migliori degli uomini? Bene. Questi sono alcuni dei capisaldi di questo pensiero impostoci in modo subdolo dall’alto, da lobby potentissime e piene di danari. E questa cultura agisce su molti fronti. Il più immediato e superficiale, si scopre leggendo “La donna a una dimensione”, è quello politico. La rivendicazione dei diritti, specialmente laddove il vero controllo democratico non è presente, ossia nell’ambito dell’ONU e dell’Unione Europea, è diventato il pretesto per affermare una cultura abortista ed antifamiliare. Il tutto finanziato da potentissime lobby e fondazioni, prevalentemente americane, con nomi altisonanti come Hewlett Packard, o Rockfeller. Strettamente collegata a questo è la politica di controllo demografico, attuata su larga scala diffondendo la cultura degli anticoncezionali e dell’aborto. Le accuse di Alessandra Nucci, suffragate da studi prevalentemente americani, sono pesantissime, ed investono l’ONU, le sue agenzie, persino l’Unicef, l’Unione Europea e molte lobby di varia natura.

Ma se si scava sotto questa azione politica, si scopre un disegno culturale preciso e dettagliato. Quello della distruzione degli archetipi sociali occidentali come li abbiamo sin qui conosciuti. La famiglia, la donna madre, la religione. Tre nemici da distruggere. E questo avviene, ci spiega Alessandra Nucci, tramite l’evoluzione, appunto, del pensiero femminista. Partito da legittime rivendicazioni di una migliore condizione di vita per le donne, questo pensiero si è poi spinto a chiedere la parità di diritti, fino all’uguaglianza fra sessi. E si spinge ora a chiedere l’uniformizzazione, l’intercambiabilità di uomo e donna, come se le differenze, anche biologiche, non esistessero. La creazione dell’essere androgino, in definitiva. Ecco allora che la condizione di madre è una schiavitù della donna, e la famiglia una gabbia in cui l’uomo la vuole rinchiudere. Per affermare questo complesso di idee, l’arma è quella dell’antagonismo di genere. Mettere la donna contro l’uomo facendoglielo odiare. Alla donna si “rivela di essere stata da sempre e a tutti i livelli non compagna e complemento dell’uomo, ma sua vittima e suddita del patriarcato, si propone di scandagliare costantemente il passato, accumulare ovunque le prove delle ingiustizie subite, per poi farne i capisaldi di una <<cultura delle donne>> ”. Massima responsabile di questo, ovviamente, la cultura cristiana, rea di aver proposto un modello sociale patriarcale, e di aver emarginato la donna al ruolo di Maria, Madre di Dio, vista dalle femministe come il prototipo della schiavitù femminile. Ecco allora che il libro ci aiuta nel percorso di appropriazione di una consapevolezza sull’origine di molti dei pensieri sulle donne che affollano le nostre teste di occidentali. Consapevolezza necessaria anche perché, andando ancora più a fondo nella genesi del pensiero, l’origine non è del tutto limpida. L’accusa, pesantissima ma dettagliata ed argomentata, che fa Alessandra Nucci è quella di uno stretto legame tra un certo femminismo e i nuovi culti delle streghe. E il passo dalle streghe ai satanisti è molto breve. Siamo in definitiva tutti portatori di un pensiero che ha come unico scopo la dissoluzione dell’ordine occidentale, per l’instaurazione di un diverso ordine cosmico basato sul matriarcato, la Dea Madre e l’uguaglianza dei sessi. Un culto new age, con profonde radici nella teosofia satanica, che ricerca il principio femminino, e che dovrebbe instaurare la pace e dissolvere la aggregazioni sociali sin qui conosciute. Una nuova natura umana.

Il collegamento poi di tutto questo con i circoli ambientalisti non pare scontato, ma il libro vi dedica molte pagine. Lo stravolgimento della concezione antropologica occidentale passa anche da uno svilimento della natura umana, il cui valore va a dissolversi in una assolutizzazione dell’ambiente, visto proprio come “Gea”, la Dea Madre, ed idolatrato come essere vivente da salvare dal suo nemico più grande: l’uomo. Ecco dunque che l’essere umano diventa non punto di riferimento, ma oggetto dell’odio… di se stesso. E in tutto questo si agita la sessualità, le ideologie, Gorbaciov, Pocahontas e Barbablù. Oltre ad una serie interminabile di casi di cronaca e di pensatori d’Oltreoceano, che il libro contiene ordinati in perfetta logica.

Cosa sia il matriarcato e la donna al potere lo possiamo vedere in tutta la sua carica di incubo proprio ora sui grandi schermi, nel film “Il diavolo veste Prada”. Per tutto il resto, il libro di Alessandra Nucci illumina sentieri diversamente sconosciuti al panorama culturale italiano. Che culminano in un pensiero tanto semplice quanto disatteso: “la soluzione ai problemi della donna , oltre che della società, sta non nell’antagonismo fra uomo e donna ma nella loro collaborazione”.

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categoria:donne
mercoledì, gennaio 30, 2008

Un Paese cresciuto nell’invidia       


Di Paolo Gambi
da La Voce di Romagna, 5 novembre 2006

  
C’è uno strano demone che ha messo le grinfie sul Paese. Aleggia da decenni sopra le nostre teste, ed insinuandosi in ogni angolo buio ha finito con il tempo per conquistare le menti ed i cuori degli italiani. È un demone potente e cattivo, antico come l’uomo. È il demone dell’invidia. Quello del “se lui è ricco e io sono povero, anche lui deve diventare povero. Se lui ha avuto successo e io sono fallito, è giusto che fallisca anche lui”. Ragionamenti pericolosi. Come quello, occulto e strisciante, del “non mi importa del bene del Paese e della crescita della comunità, mi importa solo che lui non sia meglio di me”. O come quello che sta dietro al “dobbiamo essere tutti uguali”. L’odio declinato al gusto dell’invidia. Tanto è subdolo quanto dannoso, il ragionamento che questo demone ci inietta nei circuiti logici. Chi ha successo finisce poi per essere odiato. E se si è odiati, si finisce per aver paura di avere successo. Il che ha implicato una diffusa mancanza di ambizione. E così il demone dell’invidia ci sta trasformando in un paese di mediocri.

Ma questa volta il demone dell’invidia ha fatto una mossa falsa: si è manifestato, e si è prestato così alle critiche del caso. Un conato intellettuale di una regista italiana, Francesca Comencini, ha fatto spiaccicare questo demone italico direttamente sul maxi schermo del cinema. Con il suo ultimo film, “A casa nostra”, la regista e sceneggiatrice ha dichiarato al mondo la sua invidia. Sì, per chi ha fatto i soldi. E nella fattispecie per Gianpiero Fiorani. “Ogni riferimento a Ricucci e Fiorani (…), è puramente casuale”, fa sapere la regista. Un modo perfetto per far identificare inequivocabilmente allo spettatore il banchiere perfido e malefico intorno a cui ruota la scarna trama con il banchiere di Lodi. E allora cosa fa fare a questo suo Fiorani la regista? Gli fa avere un’algida amante, che forse fa poi abortire, gli fa usare un povero ragazzo come pedina, per poi rovinarlo, gli fa persino rubare un neonato ad una prostituta moribonda. Un perfetto Barbablù, il vero male incarnato. E per un perverso meccanismo psicologico, si esce dalla sala alla fine del film, sapendo che dunque quell’odioso personaggio, interpretato da Zingaretti, non era Fiorani, ma che insomma in fondo ci assomigliava e comunque qualcosa di male Fiorani avrà pur fatto. Un perfetto modo per tentare di distruggere l’immagine di una persona. Il demone dell’invidia guida impettito tutta la visione, gridando lo scandalo di un banchiere che fa la cosa peggiore del mondo: arricchirsi. Peraltro senza che si capisca bene in quale modo illecito, di certo abbastanza grave da meritare un intero plotone di finanzieri tutti dedicati a lui. E tutto l’astio che avvolge la trama si riassume in una domanda stizzita dell’improbabile capitano della Finanza, Valeria Golino, che fronteggia il tracotante Fiorani: “Pensate di poter fare quello che vi pare? In questo paese ci siamo anche noi“. Gli invidiosi, appunto. In un accostamento incestuoso con le musiche di Verdi, si canta dunque il fallimento e l’invidia, e si accusa con veemenza il successo professionale. Il tutto cordialmente offerto dal Ministero dei Beni Culturali. Tutto questo, a ben guardarci, è un perfetto specchio della nostra Italia. Che ha traboccato di invidia per il più grande dei peccati commesso da Fiorani, quello imperdonabile, la “ubris” più tracotante che un uomo potesse architettare. L’aver agito nel mondo bancario con successo. L’essere sfuggito all’anonimato professionale con una operazione di livello supereuropeo. Nascosto dietro ad un popolarissimo giustizialismo forcaiolo, il demone dell’invidia ha dunque finito per punire severamente il tracotante Fiorani. Spedendolo in galera, in quella galera a cui non sono condannati neppure ladri ed assassini. E condannandolo ora, molto più gravemente, anche ad un film della Comencini in suo onore.

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categoria:cultura, politica
mercoledì, gennaio 30, 2008

Halloween: festa pagana o cristiana?       

 

Di Paolo Gambi
da La Voce di Romagna, 29 ottobre 2006

 
Halloween. Festività cristiana o celebrazione neopagana? Dagli strali che vengono lanciati da una parte del mondo cattolico, si direbbe che sia decisamente un ritorno al paganesimo in salsa americana, importato in Europa per mere dinamiche di mercato. Ma in un bel libro, appena stampato (“Halloween, nei giorni che i  morti ritornano”, Einaudi), Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi ripropongono il cammino che ha portato questa festa a partire da una antichissima Europa celtica, nidificare negli Stati Uniti, e ritornare nella sua terra di origine. Peccato solo che in tutti questi passaggi si sia persa la consapevolezza di simbologie, ritualità ed idee che questa celebrazione porta con sé. Consapevolezza che gli stessi autori si ripropongono di aiutare a riconquistare. Halloween è dunque un intreccio incestuoso di paure pagane, riti celtici, e festività cristiane. Ma è forse su queste ultime che va puntata l’attenzione per capire il perché di questa polemica in corso da qualche anno. È sacrosanto che la matrice celtica eserciti un fascino non indifferente, e che sia radicata in ere lontane. Ma il cristianesimo, nel processo di inculturazione, aveva assimilato queste arcaiche festività pagane a cavallo fra ottobre e novembre, depurandole degli elementi più deteriori, e configurando la festa dei santi e dei morti. L’Occidente si era evoluto, non adorava più Giove e Diana, e così alcune forme di culto pagane si trasformarono in forme di culto cristiano. La “buona novella” cristiana aveva redento anche questi riti, facendoli trionfare in una celebrazione dei santi e dei morti, in una visione dell’aldilà che superava le paure dell’uomo precristiano. In fondo Halloween non è altro che questo, un assommarsi di forme pagane e sostanza cristiana. Ed in fondo è proprio per questo che ci affascina tanto. Poi c’è stato l’illuminismo, la scristianizzazione e tutto il resto. E così ci siamo dimenticati della festa dei santi, ed insieme ad essa delle ritualità antiche che portava con sé. Con questo ritorno in forma americana della festa di Halloween sono ritornate quelle forme antiche, ma della sostanza della festa dei santi pare non trovarsi traccia. Ed ecco perché la Chiesa cattolica si è scagliata contro questa festa, per il semplice motivo che ha perso la propria anima. Anzi, un’anima l’ha ritrovata. Ma è nera. Paolo Gulisano, autore del libro fresco di stampa “La notte delle zucche” (Editrice Ancora), denuncia l’appropriazione da parte di satanisti ed occultisti della festa di Ognissanti: “Il 31 ottobre è infatti diventata una data importante per l’esoterismo nei cui testi troviamo queste definizioni: “Torna il Gran Sabba per quattro volte all'anno... Halloween che è forse la festa più cara”; “Samhain è il giorno più "magico" di tutto l'anno, capodanno di tutto il mondo esoterico”. Il mondo dell’occulto così lo definisce: “è la festa più importante dell’anno per i seguaci di satana”. La data di una importante ricorrenza della cultura celtica prima e di quella cristiana dopo è entrata così a far parte del calendario dell’occultismo”.

D’altra parte bambini che si vestono da zombie, da diavoli o da streghe, in una profanazione del misterioso mondo della morte, o adolescenti che si buttano sudati in sabba discotecari con cubiste seminude coronate da corna diaboliche finte, non seguono esattamente un edificante cammino educativo, e diventano protagonisti di simbologie occulte di cui non sono neppure consapevoli.

Dunque Haloween è una festa che riflette con grande precisione le dinamiche occidentali, la sua crisi generale ed il suo smarrimento identitario. Ma perché l’Europa se ne riappropri e riacquisti la consapevolezza di sé, basta che torni alle origini. Halloween non significa altro che “All Hollows’ Eve”, ossia la vigilia di Ognissanti. E quindi solo riportando la festa alla sua vera anima, ossia facendola ridiventare una celebrazione positiva di coloro che hanno raggiunto la santità del paradiso si potranno dimenticare devianza deteriori fatte di macabro, horror, e insano gusto del male. Viva Halloween dunque. La vigilia di Ognissanti.

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categoria:cultura, chiesa
mercoledì, gennaio 30, 2008

Spazzate via storia, cultura e geografia 

 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 25 ottobre 2006

  
Oggi ho scoperto di scrivere per un giornale che si chiama “La Voce di”. Vi illudete, voi lettori, se pensate che a fianco segua imperioso il nome “Romagna”. Già, perché, come vedrete fra poco, quel nome non esiste. È il frutto di una illusione, un prolungato e reiterato errore umano che va contro la più moderna ed efficace perfezione legislativa. Domandiamoci, se la domanda è legittima: quali sono i confini della Romagna? Un tempo il popolo diceva che scendendo la via Emilia, e bussando nelle case a chiedere da bere, la Romagna iniziava quando invece dell’acqua veniva offerto il vino. Altri più acculturati, storici e geografi, hanno invece dedicato tempo ed energie ad identificare con perizia scientifica confini naturali e geografici di una terra che ha una memoria piantata ben lontana nella storia. Bene. Tutto dimenticato, archiviato, cancellato. I confini della Romagna semplicemente non esistono, perché altrettanto semplicemente non esiste la Romagna. Facciamocene una ragione. E non è solo questione di un trattino in più o in meno da aggiungere o togliere ad una mera espressione linguistica che unisce Emilia con Romagna. È che nella sostanza della legge la Romagna proprio non c’è. La politica l’ha cancellata, insieme a tutto il suo bagaglio di specificità storiche, culturali, artistiche, gastronomiche, economiche e pure caratteriali. Dura lex, sed lex. “Lex” regionale, ma sempre di lex si tratta. L’assemblea legislativa regionale infatti ieri, per l’ennesima volta, ha linearmente deciso di non votare il progetto di legge che delimitava i confini della Romagna. Grazie anche al tradimento da parte di alcuni consiglieri regionali eletti in Romagna. Che per coerenza al prossimo giro dovranno come minimo candidarsi a Piacenza. Ci si insinuerebbe in un vero e proprio ginepraio di polemiche a voler capire se questo sonante schiaffo alla Romagna sia stato regalato ai romagnoli più per imperizia della destra che presentava il progetto, o per una cinica volontà politica della sinistra. Fatto sta che bisogna farsene una ragione. La Romagna non esiste, ce lo dice la regione Emiliaromagna senza trattino, che a questo punto potrebbe anche cambiare nome e chiamarsi solo Emilia. Emy per gli amici. E se non esiste la Romagna, non esistono neanche i romagnoli. E visto che noi romagnoli abbiamo un profondo senso delle istituzioni, non possiamo che credere a ciò che Emy ci dice. Il fatto in sé ci manderebbe tutti in massa verso un limbo di non esistenza, insieme a personaggi danteschi e figure mitologiche degne della massima ammirazione. Purtroppo però anche il limbo forse non esiste, così almeno stanno dicendo recentemente alcuni teologi, per cui andando lì si rischierebbe lo sfratto in tempi troppo brevi. Dunque dobbiamo trovare altri spazi per la nostra non esistenza. In questo ci aiutano anche le nostre discoteche, dove almeno possiamo distrarci dal terribile dramma del nostro non-essere. Se poi per caso vi trovate a mangiare della piadina o dei cappelletti, o a bere del Sangiovese di Romagna, non fatevi troppo conquistare dall’illusione. In realtà sono frutti illusori di un popolo, quello romagnolo, che nella realtà non c’è, quindi anche il piacere gastronomico in realtà non esiste. E infatti perché mai aiutare i prodotti tipici dando loro un confine? Non esistono neanche loro, evidentemente. In tutto questo baratro di non esistenza c’è un’unica consolazione. È vero, i romagnoli non esistono. Dunque la regione non avrà nulla da dire se essi troveranno in questo attributo di nullità esistenziale la giustificazione morale per ignorare IRAP, ARISGAM, TCR, e tutti quei vari balzelli che la regione fa pagare ai suoi cittadini. E dato che tanto non esistono, nessuno potrà poi dire niente…
 

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categoria:romagna