mercoledì, febbraio 27, 2008
Il Natale l’ho scoperto in una pieve di campagna


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 28 dicembre 2007

 

Quest’anno credo di aver capito il senso più profondo del Natale. Quell’insieme di semplice umanità e discreta divinità con cui è impastato l’uomo. E l’ho capito la notte di Natale, in un paesino che, neanche a farlo apposta, ha un nome un po’ vizioso e godereccio: Godo, appunto. Per uno di quei casi della vita per cui un amico ad una festa di Natale ti invita a sentire un po’ di musica gospel. A Godo. In un piccolo paese placido e tranquillo, piantato in un qualche angolo della campagna romagnola. E lì, la notte di Natale, è nato Gesù. Si è incarnato il Verbo. Maria e Giuseppe in viaggio devono aver trovato riparo nell’antica pieve, dove si erano radunate tante persone per fare festa. Tutto infatti è iniziato così, con un senso festoso di attesa. Un coro gospel. Un vero coro gospel. Un coro gospel di neri americani. Suonavano e cantavano così forte che persino le mura della pieve sembravano ballare a ritmo. Cantavano in inglese. Le parole forse le hanno capite in pochi, magari non le anziane signore attirate più dalla curiosità della novità che da una passione per il gospel. Ma le emozioni non hanno bisogno di tante parole per essere veicolate da un appassionato cantante ad una folla curiosa. Con tante emozioni dentro, dunque, si è andati avanti. Dopo il coro è stato infatti il momento della Messa di Natale, a mezzanotte. A dispetto di ciò che si poteva pensare, chi era al concerto è rimasto anche alla Messa. Celebrata dal parroco del paese, don Silvio Ferrante, vera anima ed artefice di tutto l’evento. Il quale con una sensibilità commovente ha celebrato, con l’ausilio di un coro molto semplice ma dignitoso, fino all’omelia. E lì c’è stata un’altra sorpresa. Una sorpresa semplice, come deve essere il Natale. Al posto della predica, ha lasciato parlare i bambini. Una recita. Di una scuola elementare. Di quelle rimaste nella memoria dai tempi dell’infanzia, di quelle che credevo non esistessero più. Tre bambini con tre candele davanti a tre microfoni. Le candele rappresentavano le cose belle della vita: la fede, la pace, e la terza era così bella che non mi si è depositata nella memoria, me ne scuso con il bambino interessato. Ma ad una ad una, queste candele si spegnevano. Finché non arriva la candela della speranza, l’unica che se rimasta accesa può riaccendere tutte le altre. Dopo questa prima scena, un’altra in cui i bambini leggevano un alfabeto di cose belle. Ed infine un momento di canto, sempre dei bimbi. Si vedeva e si sentiva che in tutto questo c’era tanto lavoro dietro. Si vedeva che c’era un pensiero ed un impegno su ciascun momento dell’evento. Si vedeva che c’era tanto amore. La Messa è poi continuata e finita in modo liturgicamente semplice e dignitoso. E il coro dei gospel ha poi cantato qualche altra canzone, nell’attesa che fuori preparassero il vin brulè. Tutto all’apparenza molto ordinario, poco sofisticato, poco postmoderno. Ma uscito da quella Chiesa mi sono sentito cambiato. Arricchito, illuminato. Perché nella semplicità di quell’evento, nell’amore di quella comunità, ho scorto una testolina piccola piccola che faceva capolino. Era la testa di un bambino che portava su di sé l’infinità dell’assoluto. Perché un bambino può scegliere solo le cose semplici e genuine, voltandosi spaventato per quelle troppo complicate o disinteressato a quelle troppo sofisticate. A questo forse dovrebbe servire il Natale. A riscoprire che in fondo Dio ha scelto per relazionarsi con noi un orizzonte di semplicità. Ed è per questo che voglio personalmente ringraziare il parroco di Godo, don Silvio Ferrante, per aver squarciato il velo di futilità e di superfluo che appanna il Natale, ed averci regalato una notte di Natale semplice e vera. Proprio come piace a Gesù.
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categoria:chiesa
mercoledì, febbraio 27, 2008
La verità è un bene prezioso che non viene trasmesso in tv


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 23 dicembre 2007

 

Berlusconi è un bieco raccomandatore di modelle, veline, attrici, paperette, e starlette varie, come sembrano svelarci i media in questi giorni? Contando che da decenni possiede tre tv, non è un pensiero particolarmente acuto. Eppure è appena passato alle cronache come lo scandalo degli scandali. Emanuele Filiberto va alle feste, magari alza il gomito e fa il simpatico con qualche modella discinta, come ci racconta un video che negli ultimi giorni gira con particolare veemenza su internet? Considerando che è un reale abituato ad un certo tipo di vita, neppure questo pensiero pare sostanzialmente rivoluzionario. Eppure è stato usato un vecchio filmato per attaccare la sua immagine. Un generale della Finanza usa un aereo pubblico per fini privati. Neanche questo sembra un così grande scoop, nell’Italia di oggi fatta di filibustieri, bucanieri, pirati e corsari. Eppure questi tre pensieri, innocui finché adagiati nel nostro cervello in una generica consapevolezza della loro esistenza, diventano scandali contro cui scuotere la testa se iniettati nell’opinione pubblica tramite una massiccia iniezione mediatica. Le cose insomma non sono semplici come appaiono ad un primo sguardo. L’uomo è ciò che mangia? Macchè, l’uomo è che mostra. Oggi come non mai. Anzi, a dirla tutta, l’uomo è ciò che di lui viene mostrato. Dalla televisione. Ciò che appare ai telespettatori, semplicemente è. Ciò che non appare semplicemente non è. Nella nostra considerazione in questo momento Berlusconi è un disonesto perché la televisione e i media ci hanno raccontato che ha raccomandato tre attrici a Saccà. Non ci viene da pensare ora che magari un qualche altro politico è ancora più disonesto perché oltre a raccomandarle le attrici se le spupazza pure. Questo ora non lo vediamo in tv, vallettopoli sembra finita. E se non lo vediamo, semplicemente non esiste.
Eppure Emanuele Filiberto non è più ubriacone di qualche altro reale solo perché è stato colto con le mani nel sacco da una telecamera, e gli altri sono stati invece abbastanza furbi da non farsi riprendere. Berlusconi non è più raccomandatizio di tutti gli altri solo perché pubblicano le intercettazioni che lo riguardano, e non vengono magari pubblicate altre intercettazioni. Il generale Speciale non è più furbo di tutti gli altri solo perché la sua storia dell’aereo è emersa nelle cronache, mentre qualche suo collega continua magari ad andare in giro a spese dello Stato nell’ombra del segreto mediatico. Eppure nella società dei media funziona così. Quod non est in televisione non est in mundo. Non abbiamo ancora imparato a grattare la crosta mediatica, quella che ricopre oramai tutto ciò che ci circonda. Non abbiamo ancora imparato a superare i muri dell’apparenza che ci tengono nascosta una realtà che crediamo di possedere. Noi crediamo a ciò che ci racconta la televisione, nel modo in cui essa ce lo racconta. È un potere immenso, stratosferico quello di chi ha in mano questi strumenti. Ed è una faccenda che investe uno dei beni più alti: la verità. La verità è quella che ci viene raccontata. La verità è quella che passa in televisione. Ecco perché bisogna stare attenti. Ecco perché bisogna sempre diffidare da coloro che proclamano di avere la verità, e a tutti i costi vogliono raccontarla agli altri. Generalmente o hanno tanto fumo da vendere, o usano porzioni di realtà per dimostrare una qualche tesi strumentale. La verità è un bene tanto prezioso quanto nascosto, che si sottrae al nostro sguardo per darci di sé solo barlumi di sé. Ma che soprattutto non passa in tv. Però, tutto sommato, bisogna mantenersi fiduciosi ed avere speranze. Quantomeno per il detto evangelico. “Non enim est occultum quod non manifestetur nec absconditum quod non cognoscatur et in palam veniat”. Alla fine, dunque, anche le realtà più occulte e nascoste verrano svelate. Alla fine. Cioè non ora. Per ora bisogna accontentarsi di ricercare con il buon senso ciò che della verità ci sfiora. Anche quando riguarda un principe ubriaco o una valletta sospinta da Silvio.
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categoria:cultura
mercoledì, febbraio 27, 2008
Gli ottusi picconatori del presepe


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 16 dicembre 2007

 

Vogliamo educare i nostri figli ad essere tolleranti ed aperti alla diversità, o vogliamo fare del loro futuro un baratro di grigia neutralità, un limbo di assenza di identità? Il nodo viene al pettine ora, a Natale, quando si affaccia a noi l’incarnazione di Dio.
Come ogni anno, un’adolescente incinta e un falegname ebreo bussano alle porte delle case che sono sulla loro strada, in cerca di un riparo per la notte, perché la ragazza deve partorire ma non ha un posto in cui andare. Ma i cuori delle persone sono chiusi, e si guardano bene dall’accogliere quella famiglia che chiede di essere ospitata in un momento di bisogno. “Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo”. Duemila anni fa come oggi. Come ogni anno la Sacra Famiglia si presenta a noi, e bussa con discrezione alle nostre porte. E nonostante, a ben pensarci, quei personaggi della tradizione che chiusero le porte in faccia a Maria e Giuseppe sono nell’immaginario collettivo abiette, brutte, egoiste, antipatiche e cattive, continuiamo ad incarnare con leggerezza il loro ruolo. Ogni anno che passa aumenta il numero dei “picconatori del Natale”, di quelle persone cioè che per non offendere la sensibilità religiosa degli immigrati e degli appartenenti alla altre religioni stanno smantellando l’apparato simbolico e concettuale del Natale, trasformandolo dalla celebrazione della nascita di Gesù Cristo ad una anonima “festività” in cui i bambini stanno a casa da scuola, ma non devono sapere il perché. Bussa alla loro porta Maria incinta, ma gliela chiudono in faccia, perché potrebbe esserci una qualche altra donna incinta in giro, e accogliere lei e non accogliere le eventuali altre sarebbe offensivo per le altre. Ed ecco che seguendo questa nevrosi ideologica scompaiono i presepi nelle scuole. Perché ci sono bambini musulmani, hindu o buddisti, e mostrare loro il più alto simbolo dell’Occidente nel quale si trovano a vivere li offenderebbe. Irrazionale, stupido, ottuso, insensato. Ma anche autodistruttivo e ideologico. Forse questi sono gli aggettivi più soft per un percorso concettuale del genere. Eppure va così. I bambini vengono educati sin dall’asilo al grigiore della neutralità, al vuoto dell’impostazione atea della società. Ai bambini non viene insegnato chi sono, qual è la loro identità, quali i valori ed i simboli su cui poggia la società in cui vivranno da adulti. E questo solo perché ci sono altre culture. Ma la cosa più stupida, è che questo principio di autodistruzione, questa finta sensibilità nei confronti del “diverso”, è tutta nelle nostre teste di occidentali decadenti e dispersi. Basterebbe infatti chiedere ad alcuni mussulmani, come ho provato a fare io in un minisondaggio con qualche amico di religione mussulmana, per scoprire che non sono affatto offesi dalla celebrazione della nascita di un Uomo che loro venerano come profeta. Anzi. Due mussulmani su tre mi hanno pure detto che sono affascinati dal presepe. Allora forse il problema non sta nei mussulmani che sono in Italia, né negli hindù, nei buddhisti o nei mormoni. Forse il problema sta nel fatto che siamo noi a non essere più affascinati dal cuore della nostra identità. Siamo noi italiani ad aver perso la strada, e non vedere più la bellezza dell’essere ciò che siamo. La nostra essenza, quella che in tutti i modi proviamo a nascondere, occultare, persino a distruggere. È un pensiero sottile, che si insinua nelle nostre menti, che si fa strada in ciascuno di noi, e cova sotto, in un qualche angolo del nostro cervello. È l’odio per se stessi, per il proprio popolo, per la propria storia e la propria identità. Chissà, forse la sfida di questo Natale sta proprio in questo. Nel riuscire a trovare questo verme che ci divora le viscere, e liberarcene. E allora, forse, saremo capaci di riacquistare un po’ di consapevolezza su quanto è bello e quanto siamo fortunati a vivere qui. In Italia. In Occidente. Nel cuore dell’umanità.
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categoria:chiesa
lunedì, febbraio 25, 2008
Se ci fosse una partita di calcio saprei subito da che parte stare


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 9 dicembre 2007

 

C’è stato un gran parlare del rapporto Chiesa-massoneria nelle ultime settimane, dopo la mia critica al libro “i papi e la massoneria” di Angela Pellicciari. Per esprimere una mia posizione richiesta da un lettore – e per farlo, spero, senza annoiare troppo – mi addentro in un terreno a me estraneo, quello del calcio.

Se ci fosse una partita di calcio fra cattolici e massoni – ammesso che competano nello stesso sport – non avrei dubbi su quale sarebbe la squadra per cui tiferei. Divisa nera, tanti bottoncini dal collo ai piedi, colletto bianco. Allenatore in bianco, con zucchetto, anello e croce pettorale. Gli avversari, giacca e cravatta, grembiule e spada. Se esistesse questa partita, tiferei con tutto me stesso per la squadra dei neri imbottonati, anche se in realtà saprei anche quale sarebbe l’esito sul campo da gioco. Lo saprei con una discreta certezza, perché seguo con attenzione il calcio-mercato e le politiche della squadra da un po’ di tempo. E credo di poter dire che se ci fosse questa partita, i cattolici perderebbero sonoramente. Perché mentre gli avversari, che pure hanno meno scuola e un minor numero di scudetti vinti, con un proprio metodo empirico hanno capito che per vincere si dovevano comprare buoni giocatori, allenarli secondo le esigenze del campionato, e creare una giusta tifoseria, la mia squadra ha molti giocatori che non fanno mai quello che dice l’allenatore, neppure mettono la divisa, sono poco e male formati, e spesso di bassa qualità atletica. Anzi, alcuni sono talmente fuori dalle logiche del campo di gioco, che pensano di poter imporre loro stessi le regole, convinti che gli altri le rispetterebbero. Quando invece le regole del campo di gioco sono il risultato di mediazioni fra tutte le squadre. Questi miei giocatori hanno un’identità così labile che oscillano dal voler mettere le regole di gioco, al tifare sottilmente per altre squadre. In più non ammettono di aver bisogno di allenamenti e di una buona campagna di calcio mercato. Ed ecco che noi che stiamo sugli spalti vorremmo scendere in campo, ma non possiamo, vorremmo che i nostri giocatori imparassero qualcosa dalle altre squadre, ma loro neppure morti. Vorremmo insomma che la nostra gloriosa squadra tornasse a vincere sul campo di gioco, ma i giocatori sembrano voler far di tutto per perdere. Alcuni giocatori addirittura dicono che è meglio così, è meglio perdere, perché la chiesa deve essere povera e debole. E intanto in questo modo perdono tifosi e prendono goal. Poi saltano fuori tifosi che di fronte alle sonore sconfitte incolpano semplicemente gli avversari per aver vinto, e sostengono sottilmente che era meglio quando si giocava con le palle di stracci, e anzi ripropone di tornare a farlo.

Ora, fuori dalla metafora, quello che sostengo io è che è evidente che la Chiesa e la massoneria sono due squadre diverse, perché operando nel campo di gioco del mondo come gruppi distinti si trovano per forza a competere in molti settori e situazioni. Mi rimane il dubbio, appunto, se giochino allo stesso sport o no. Che la mia squadra non voglia bene all’altra lo dicono i papi nella storia, anche se nessuno mi ha mai convinto dell’esistenza di un perché teologico che stia alla base di questo scontro e che vada al di là del semplice atteggiamento filo pontificio del libro della Pellicciari, o di logiche di mera politica di scontro fra diversi gruppi di potere. Quello che però dico da tifoso è che non comprendo il perché di questo muro che è stato innalzato. Vanno bene i cori da stadio, dalla curva cattolica partono coretti che danno del satanista all’avversario, dall’altra curva partono grida di oscurantismo, tutto ciò sta nella logica del tifo. Ma le tecniche di gioco avversarie, se sono vincenti, si possono e si devono emulare. Quelle dei massoni funzionavano benissimo nell’epoca moderna, e la mia squadra, invece di cercare di capirne la novità e la dirompenza, ha chiuso gli occhi condannandole e continuando a giocare con formazioni post-tridentine sfilacciate. Quando poi la dirigenza della mia squadra si è riunita con il Vaticano II e si è accorta che il mondo era cambiato ed era entrato nella modernità – di cui nel frattempo la cultura massonica si era impadronita, incarnandone l’essenza – la stessa modernità volgeva al termine, lasciando spazio a questa indefinibile postmodernità. Allora la domanda che si pone è: qual è la tattica di gioco migliore in questa nuova era? Probabilmente entrambe, sia quella post-tridentina sia quella della massoneria, sono inadeguate se riproposte così come sono. Ma proprio perché di tattiche di gioco si parla, e non di altro, perché invece di innalzare sempre più questo muro fra Chiesa e mondo, non si cerca di capire le ragioni della vittoria degli avversari, per poter così tornare a vincere nel nuovo campo di gioco?
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categoria:cultura, chiesa
lunedì, febbraio 25, 2008
Lo scontro Chiesa-Massoneria. Un lessico per cercare di capire


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 2 dicembre 2007

 

Cesaropapismo, teocrazia, stato laico, modernità, massoneria e Chiesa cattolica. Questi sono alcuni dei concetti e delle parole che si stagliano da protagonisti nell’orizzonte contemporaneo. E nel dibattito di quest’ultima settimana. Vale allora forse la pena chiarire sommariamente gli estremi della questione. Cesaropapismo. Con tale termine generalmente si intende la tendenza del “Cesare”, cioè del potere civile, a diventare anche “Papa”, ad impadronirsi cioè del potere spirituale. È una vocazione primaria di ogni forma di potere politico, che tende per natura a trasformarsi in assoluto. Gli esempi più clamorosi di questo fenomeno sono da ricercarsi nell’antico impero bizantino, ma anche nell’Inghilterra anglicana, dove il sovrano, re o imperatore che fosse, di fatto comandava anche per questioni di carattere spirituale sul clero e l’episcopato. Ma pressoché ovunque sono presenti tentativi dello Stato di diventare assoluto impadronendosi della sfera religiosa, dalla Francia monarchica (e ancora di più da quella repubblicana) all’Impero austro-ungarico. Per teocrazia si intende piuttosto la situazione opposta, ossia la tendenza del potere religioso e spirituale ad impadronirsi di quello secolare. È un’esperienza tendenzialmente estranea all’orizzonte cristiano, basato piuttosto su un equilibrio fra i poteri teorizzato a più riprese in espressioni come “potestas indirecta Ecclesiae in temporalibus” (potere indiretto della Chiesa negli affari terreni), o “potestas mediata Ecclesiae in temporalibus” (potere mediato della Chiesa negli affari terreni. L’unico Papa che si avvicinò a teorizzare una potestas “directa” della Chiesa sugli affari terreni, ossia una vera e propria teocrazia, fu Bonifacio VIII, senza però riuscire nell’intento. Con il dualismo Cesare e Dio, è Gesù stesso ad aver posto le basi per quella concezione tipicamente e genuinamente occidentale di distinzione tra cittadino e credente, tra Stato e Chiesa, tra orizzonte umano ed orizzonte soprannaturale. La teocrazia è piuttosto un sapore gradito ad altre latitudini, nei paesi di matrice islamica, dove la norma divina, ossia quella del Corano, diviene direttamente norma del potere secolare. Lo Stato laico, per come è giunto ad essere concepito oggi, è essenzialmente una conformazione statuale non basata su una unica trascendenza religiosa, ideologica o religiosa, uno Stato concepito come contenitore tendenzialmente imparziale per diverse idee e fedi, che dovrebbero incontrarsi e scontrarsi liberamente all’interno di confini certi sanciti dallo Stato con la legge. La concezione dello Stato laico è in estrema sintesi il riflesso di questa concezione cristiana dualistica sugli apparati pubblici, e frutto politico della cultura cristiana, da cui ha avuto origine. Il rapporto fra sfera religiosa e sfera civile è sempre stato presente nei dibattiti e negli spazi del pensiero, specialmente nella storia cristiana, ma la laicità dello Stato per come viene generalmente concepita oggi è divenuta protagonista tendenzialmente nella modernità, quando si sono affacciati sulla storia concetti e concezioni statuali nuove. Da una parte la crescita di centralità da parte dello Stato-nazione, che ha creato una sorta di smarrimento per il singolo cittadino, lentamente privato dei punti di riferimento più immediati e vicini come la famiglia, la comunità locale, i corpi intermedi. Dall’altro l’affermarsi deciso di una nuova razionalità in pressoché tutti gli ambiti della vita sociale. In questo contesto può inserirsi lo scontro fra Chiesa e massoneria, l’una in difesa in primo luogo delle istituzioni naturali – prima fra tutte la famiglia – ma anche del patrimonio intellettuale pre-moderno con cui si era caratterizzata, l’altra in attacco nell’affermazione dei nuovi principi della modernità. E in guerra, si sa, tutto può accadere. Da un lato la Chiesa ufficiale, che da secoli tenta una conciliazione con i principi della modernità, dall’altro, all’interno del gigantesco contenitore ecclesiale, parti di Chiesa che vogliono dialogare, parti che vogliono tornare indietro nella storia. Ed ecco un’interpretazione del perdurante scontro con la massoneria, che di questa modernità è simbolo. Lo stesso vale anche per la libera muratoria: da un lato parti di essa che vogliono un dialogo con la Chiesa cattolica riconoscendone ruolo e meriti, dall’altro larghe fasce, radicate oramai nei secoli, che nella Chiesa vedono solo un residuo di tempi passati. In questa interpretazione sta il motivo del desiderio espresso di vedere il dialogo fra queste due realtà, per chiarire le rispettive posizioni e non basare il giudizio per i cattolici su leggende nere mai dimostrate, per i massoni su pregiudizi anticattolici. Dialogo. Forse è quello che massoneria e Chiesa cattolica dovrebbero trovare. L’una per riconciliarsi con un passato che credeva di avere sconfitto, e che invece è e sarà sempre presente. L’altra per fare i conti con una modernità che ancora non ha digerito, nonostante si sia già passati alla successiva epoca postmoderna. Dialogo. È l’unica cosa che si può auspicare…
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categoria:cultura, chiesa
lunedì, febbraio 25, 2008
Ma si può essere cattolici e non rimpiangere lo Stato pontificio?



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 25 novembre 2007

 

Si può essere cattolici e credere nella democrazia, nel principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, nel libero mercato, nel progresso, nella scienza? Si può essere cattolici e vivere senza conflitti quell’apparato di valori, idee, strumenti e condizioni che sono stati gradatamente conquistati in Occidente, in varie fasi, negli ultimi secoli sulla base di una storia ultramillenaria? Si può, insomma, essere cattolici e vivere a viso aperto e con orgoglio l’appartenenza ad un era che non è più quella del Papa-Re? A leggere il libro di Angela Pellicciari appena edito dall’Ares “I papi e la massoneria”, la risposta sembra un secco “no”. Il libro si limita a raccogliere e commentare alcune censure pontificie contro la massoneria. La quale viene prima presa a simbolo di quel complesso di valori che hanno costruito le moderne società liberali, poi associata a socialismo e comunismo in un grande calderone che, sotto sotto, rimanderebbe tutto insieme alle trame di satana. Questo è quello che più o meno si capisce arrivando in fondo al libro facendo lo slalom fra scomuniche e commenti vari. Dunque la massoneria viene scomunicata dalla Chiesa cattolica, in questa discutibile interpretazione, perché ha abbattuto lo Stato pontificio ed i vari regni dell’ancien régime, ed ha creato un nuovo ordine politico, quello democratico e liberale in cui l’Occidente vive ora. Invece di cercare di storicizzare e capire il perché di queste vetuste scomuniche - e soprattutto di renderne attuale il messaggio - l’autrice sembra volersi mettere dalla parte dello Stato pontificio e del vecchio regime. Come dire che, sembra capire leggendo l’interpretazione che la Pellicciari dà a questo percorso di diritto penale canonico, per essere buoni cattolici bisogna stare dalla parte dello Stato pontificio, dell’unione fra trono ed altare, in una parola, della teocrazia. E questo, da cattolici, non si può proprio accettarlo. Anche perché, sia permesso ricordarlo, c’è stato il concilio Vaticano II, preceduto da una lunga serie di encicliche e vari atti pontifici, a gridare al mondo che Gesù è venuto per scandalizzare anche gli uomini del tempo contemporaneo, quelli che di tutte le cogitazioni su trono ed altare non sanno che farsene, che vivono nelle libertà civili, politiche e sociali che l’Occidente ha elaborato, e che non possono certo credere che Dio si sia incarnato per mettere in piedi una teocrazia. Nella storia della Chiesa ci sono tanti momenti e tante fasi, e certo tutte hanno una logica in quel cammino che ha portato questa istituzione a sopravvivere a tante ere ed a tante rivoluzioni umane. Se non ci fosse stato lo Stato pontificio probabilmente la Chiesa si sarebbe trovata in breve sottomessa a questa o a quella autorità statale, e non sarebbe potuta rimanere indipendente nei secoli con una posizione autonoma nell’annunciare il messaggio evangelico. Ma detto questo, ciò non significa che dello Stato pontificio e del governo del clero si debba poi andare così fieri, e si debbano andare a rispolverare e riproporre teorie giustificazioniste che si adattavano ad un mondo che oramai è decisamente lontano, ma che oggi fanno ridere. Se per parlare di Cristo in questo postmoderno liquido ancora si vanno a rispolverare con orgoglio il Papa-Re e la teocrazia, significa che c’è ancora in qualche anfratto della Chiesa un residuo di clericalismo concettuale, che non porta proprio da nessuna parte. E nel frattempo, persi fra baci alla sacra pantofola ed altri orpelli, ci si dimentica di conquistare il cuore dell’uomo contemporaneo.

In definitiva, viene da dire dopo questa lettura, se la massoneria è stata scomunicata perché ha fatto cadere lo Stato pontificio, ogni cattolico dovrebbe ringraziarla, per aver liberato il proprio Pastore dal fardello del potere temporale, ed aver lasciato così le sue mani più libere di occuparsi della cura delle anime. Proprio come intuì Papa Paolo VI, ancora da arcivescovo nel 1962. Se la massoneria è invece stata scomunicata perché è simbolo ed incarnazione dei valori della modernità, come pare capire da queste pagine, verrebbe da dire che nessun cattolico può vivere con pienezza l’era in cui Dio l’ha fatto nascere. Se invece vi sono altre ragioni di questa perdurante censura ecclesiastica nei confronti della libera muratoria, e di certo ci sono, vale la pena cercare di capirle, con mente libera e spirito critico. E questo libro non è certo la lettura adatta per farlo.
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categoria:cultura, chiesa
domenica, febbraio 24, 2008
Un film da vedere per capire come l’Italia resti sempre il Paese dei Vicerè


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 18 novembre 2007

 

I Vicerè. Un film che ogni italiano dovrebbe vedere, rivedere, e poi vedere di nuovo. Non perché il libro fosse meno interessante, ma perché l’incoronazione cinematografica fa raggiungere molte teste in più, ed in meno tempo. La storia, per chi non avesse letto l’originale letterario, è decisamente semplice: nella Sicilia pre-unitaria un’antica famiglia nobile vive il contrasto tra un passato che si fa pesante nel presente, ed un futuro che inizia a stento ad intravedersi. Sono passati cento e cinquant’anni dall’unità d’Italia, eppure, guardando ora questo film e riflettendoci sopra, pare che da allora quasi nulla sia cambiato. L’Italia in fondo è ancora un Paese di vicerè, di abitudini e mentalità che chissà da quale meandro della storia arrivano, e che sopravvivono a tutte le idee che la modernità e la postmodernità hanno portato. Stato moderno, libero mercato, democrazia, persino diritti civili e valori costituzionali. Tutto è sempre e comunque subordinato ad una logica sotterranea, fatta di utilità personali ed istinti di sopravvivenza. Ecco perché questo film viene ad incarnare una sorta di Volkgeist, l’essenza di un popolo. La qual cosa non è particolarmente rincuorante.

Detto questo, tutto sommato non ci si può lamentare di come vanno le cose, perché ogni popolo ha la classe dirigente che merita, come disse “qualcuno”. Chissà, magari è vero. E chissà, magari lo è particolarmente per l’Italia. Gli italiani sono un popolo eccezionale. Ma l’italiano preso da solo è ancora più eccezionale. Tutta la sua metafisica parte dalla lamentela. Si lamenta perché vorrebbe che gli italiani pagassero le tasse. Gli altri però. Lui intanto appena può, evade. Si lamenta perché l’economia va a rotoli, perché non ci sono più imprese, e intanto lui fa l’impiegato in Comune. Si lamenta del sistema politico corrotto ed inefficiente, ingiusto ed inefficace, ma l’ultima rivoluzione che ha fatto capolino in questo Paese risale al 1848. Si lamenta perché il Paese è pieno di ingiustizie sociali, di squilibrio fra ricchi e poveri. Però intanto va a giocare al superenalotto nella speranza di avere anche lui la sua parte di ingiustizia. L’italiano di destra e quello di sinistra concordano nel dire che il Paese è spaccato in due. Per l’italiano di sinistra metà Italia è di bieca destra, e l’altra metà di gente per bene che paga le tasse. Per l’italiano di destra, metà Italia è di odiosa sinistra, ma lui non si interessa di politica, al massimo è un “moderato”. Poi ci si meraviglia se le espressioni politiche di questi due gruppi si scannano in Parlamento cercando sempre e comunque di distruggersi a vicenda. E la beffa più grande avviene quando, all’interno di questa guerra, c’è la battaglia per l’elezione del presidente della repubblica. Una battaglia come tutte le altre, in cui due gruppi si scontrano per prevalere l’uno sull’altro. Ma appena uno dei due prevale ed elegge il proprio presidente, scatta la voglia di illudersi che quella persona rappresenterà l’unità d’Italia. Sono gruppi contrapposti, quelli che si scontrano alla dirigenza dell’Italia. Tante famiglie di vicerè, ieri fedeli ai Borboni, al Papa o al Granduca, e oggi fedeli alla repubblica, che recitano in questo teatrino solo per rubare all’impresario tutte le paghe degli attori. Fazioni che combattono ciascuno per il proprio interesse. L’idea di bene comune è assente. L’idea di unità ancora di più. Sono passati cento e cinquanta anni, e questi gruppi continuano a scannarsi, in una corsa al ribasso che rende ogni giorno che passa l’Italia più lontana dal mondo contemporaneo. A detrimento di tutti. “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Sarebbe forse stato meglio dire “Fotti l’Italia, e fotti pure tutti gli italiani”. Almeno così la profezia si sarebbe avverata.
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categoria:cultura, politica