lunedì, marzo 31, 2008

Ad una ad una crollano le torri del bene

 

Vergogna. Un profondo senso di vergogna. Gli echi della mancata visita di Papa Benedetto XVI alla Sapienza stimolano la mente alla riflessione, e dalla riflessione sgorga un sentimento. Di vergogna appunto. Vergogna di appartenere a questo sistema. Vergogna di essere italiano e non poter fare nulla contro il collasso dello Stivale. Crollano le istituzioni, una ad una, come le torri di Minas Tirith, sotto l’attacco massiccio dei peggiori sentimenti. Precipita la politica, e barcolla la casa democratica costruita con il sangue, schiacciata dal dilagare dell’avidità, innestata su una saccente ignoranza. Il Parlamento si affolla di piccoli opportunisti senza la benché minima capacità di proiettarsi su di un bene comune, ma governati dalle più bieche passioni. Si allontana il potere del governo, quello che dovrebbe guidare un popolo, e che finisce invece per essere l’ufficio esterno di piccoli gruppuscoli di potere. A catena crollano tutte le altre istituzioni, lasciando gli italiani soli con il proprio rancore. Si spegne l’università, che nel massimo gesto di intolleranza e di rifiuto ha costretto il Papa a star fuori dalla Sapienza; il luogo della cultura ha così gettato nel fuoco più ardente l’ultimo briciolo di credibilità che aveva. Le istituzioni proiettate sulla formazione e sul futuro sono infatti in mano a degli sciagurati, eredi di ideologie, misere lobbies e baronie feudali oramai decadute. Che futuro possono costruire per il Paese? Che forgia possono essere per le nuove generazioni e per i nuovi italiani immigrati da lontano? Che maestri possono essere le schiere di professori divenuti tali per tessera, amicizia o prestazione sessuale? E intanto tutto il mondo ride. Ride guardando le assurdità di questa nazione. Ride e se ne guarda bene dal venire a portare i propri danari qui. Ride, e va in vacanza in Croazia. Ride, e si gode lo spettacolo di una commedia grottesca che racconta il disfacimento di un popolo. E quasi quasi godiamo a vederci sbeffeggiati, derisi, scherniti sulla stampa internazionale. Siamo talmente divisi e atomizzati che siamo felici se i media anglosassoni raccontano del ministro della giustizia indagato; siamo felici se la platea ride mentre sul palco indagano Berlusconi per aver raccomandato qualche vacua sciacquetta; siamo felici mentre tutti si riempiono di grasse risate guardando in faccia l’uomo a capo del governo del Paese. E ancora più sciagurate sono le forze che ogni giorno tentano di colpire le fondamenta della famiglia, unica istituzione che salva l’Italia dal baratro del totale fallimento. Ogni giorno italici mostri si svegliano e dedicano la propria giornata a mostrare agli italiani quanto sia nefasta la famiglia e quanto positivo sia il suo disfacimento. Divorziate! Abortite! Fate figli, ma non troppi, e lasciateli poi nel solco della vostra divisione! Case costruite sulla sabbia.

Impazzano nel paese le peggiori pulsioni umane. E non facciamo che alimentarle quotidianamente, riempiendo le televisioni di modelli ogni giorno più negativi e più pirateschi. I rapporti fra uomini e donne, in ogni ambiente e ad ogni grado, sono intrisi della più evidente lussuria. Gli uffici, le imprese, le scuole, tutti luoghi divenuti giorno dopo giorno bordelli a cielo aperto. Abbiamo riempito il cuore delle nuove generazioni di confusi desideri di celebrità, abbiamo messo sull’Olimpo perfetti imbecilli solo per aver pascolato qualche tempo nelle praterie televisive, abbiamo costruito un idolo da adorare, un punto di riferimento verso cui indirizzare le giovani vite di chi si affaccia ora sull’Italia: il desiderio di apparire. In una parola: la vanità. O la grande ambizione di poter vivere senza fare nulla, accidiosi Corona arricchiti da un passaggio in tv.

E se ancora sopravvive una maggioranza che lavora, se ancora le forze del bene pesano più delle bieche forze del male, non sembrano fare nulla per drizzare un paese che sta crollando. Non serviva forse la lagnanza di un improbabile Savonarola per saperlo. Ma stiamo affondando. Qualcuno ha in mente che fare?

paologambi@lavocediromagna.com

(da La Voce di Romagna, 20 gennaio 2008)

postato da: PaoloGambi alle ore 00:30 | Permalink | commenti (5)
categoria:cultura, chiesa
lunedì, marzo 31, 2008

E l’odio è anche a casa nostra.

 

“Cristianofobia”. Un termine sconosciuto ai dizionari di dieci anni fa. Sconosciuto al linguaggio dei media. Sconosciuto alla coscienza comune. Ci sono volute recrudescenze nelle persecuzioni in Africa ed in Asia perché questa parola venisse ad avere un significato condiviso. Ci sono voluti cristiani ammazzati in Indonesia, in Pakistan, in Medio Oriente, carneficine in Sudan, sgozzamenti in vari paesi arabi; è stato insomma necessario il bagno nel sangue dei martiri perché questa parola prendesse una forma. Ma oramai si può apertamente parlare di cristianofobia. Anche in Occidente. In quell’Occidente che si diceva cristiano. E non è un caso che proprio con una consapevolezza matura il “ministro degli esteri” del Papa – l’Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati – ne abbia parlato in un suo discorso ufficiale, definendola "un insieme di comportamenti riconducibili alla mancanza di educazione o alla cattiva informazione, all'intolleranza e alla persecuzione". E non è un caso lo abbia fatto parlando di libertà religiosa, che significherebbe appunto “combattere la cristianofobia, l'islamofobia e l'antisemitismo”. La chiave sta nella libertà. Ancora una volta strumento di risoluzione dei problemi umani. La libertà religiosa. Dove c’è libertà religiosa, dove si può apertamente proclamare la propria fede e viverla senza essere perseguitati, non ci può essere antisemitismo o cristianofobia.

Cristianofobia, islamofobia, antisemitismo. Tre termini che vengono accostati, e quindi messi sullo stesso piano. L’antisemitismo ha una radice profonda e dolorosa, forgiata dallo sterminio dell’Olocausto tanto quanto da secoli di ghettizzazione. L’islamofobia è un’espressione che sa più di politicamente corretto, considerando che l’Islam è frequentemente nella posizione di carnefice piuttosto che di vittima. La cristianofobia ha anch’essa una radice lontana, in quegli stermini che il potere romano fece trucidando migliaia e migliaia di cristiani per il solo fatto di essere tali. Eppure il nostro Occidente aveva dimenticato questo sentimento lontano nel tempo, nascosto sotto strati di oblio fatti di Stato pontificio, di roghi e di inquisizioni. Eppure oggi il sentimento contro i cristiani in quanto tali c’è, è tornato. Ma non solo nelle jungle indonesiane, o nei deserti dell’Africa sub sahariana, dove farsi un segno di croce può significare auto condannarsi a morte. Il sentimento di disprezzo e di odio contro i cristiani è riconoscibile anche in Europa. Persino nell’Italia del Papa. Qui ovviamente i cristiani non vengono fatti a pezzi con un machete o sgozzati in pubblica piazza. Fatti salvi i satanisti che ammazzano le suore per poi uscire di prigione dopo pochi anni. È un fatto che le conquiste della nostra civiltà ci separano dalle pratiche persecutorie che si possono trovare in Asia o in Africa. Eppure si trova lo stesso sentimento. Un po’ è colpa dei preti, che a volte sembrano fare apposta ad attirare su di sé, e quindi sulla Chiesa, tutte le possibili antipatie del mondo laico, persino di quello più vicino al complesso dei valori cristiani. È un problema di linguaggio. Però, colpe o non colpe dei preti, tutte le volte che in Italia un qualche esponente della Chiesa parla, si fanno levate di scudi in difesa della “laicità dello Stato”, con l’evidente obiettivo di ridurre i cristiani al silenzio, o di assoggettarli a principi con cui non potrebbero mai concordare. Come quello dell’aborto libero, tanto per fare un esempio ritornato protagonista in questi giorni. Che ci sia qualcuno che odia la Chiesa e quindi i cristiani in Europa è chiaro a chiunque segua anche solo vagamente l’Unione Europea e le attività dei suoi molteplici uffici. Che ci sia qualcuno che odia la Chiesa e quindi i cristiani anche in Italia è altrettanto chiaro. Basta ascoltare un qualunque discorso del Cecchi Paone di turno, o leggere un qualche scritto dell’Oddifreddi del momento, per scovare fra quelle parole odio e rancore. Ecco perché fa bene la Santa Sede a far circolare questa consapevolezza. Che cioè esista e sia diffusa una cristianofobia. Perché i cristiani se ne rendano conto. E magari anche perché si organizzino per contrastarla.

paologambi@lavocediromagna.com

(da La Voce di Romagna, 13 gennaio 2008)

postato da: PaoloGambi alle ore 00:29 | Permalink | commenti
categoria:chiesa