Ad una ad una crollano le torri del bene
Vergogna. Un profondo senso di vergogna. Gli echi della mancata visita di Papa Benedetto XVI alla Sapienza stimolano la mente alla riflessione, e dalla riflessione sgorga un sentimento. Di vergogna appunto. Vergogna di appartenere a questo sistema. Vergogna di essere italiano e non poter fare nulla contro il collasso dello Stivale. Crollano le istituzioni, una ad una, come le torri di Minas Tirith, sotto l’attacco massiccio dei peggiori sentimenti. Precipita la politica, e barcolla la casa democratica costruita con il sangue, schiacciata dal dilagare dell’avidità, innestata su una saccente ignoranza. Il Parlamento si affolla di piccoli opportunisti senza la benché minima capacità di proiettarsi su di un bene comune, ma governati dalle più bieche passioni. Si allontana il potere del governo, quello che dovrebbe guidare un popolo, e che finisce invece per essere l’ufficio esterno di piccoli gruppuscoli di potere. A catena crollano tutte le altre istituzioni, lasciando gli italiani soli con il proprio rancore. Si spegne l’università, che nel massimo gesto di intolleranza e di rifiuto ha costretto il Papa a star fuori dalla Sapienza; il luogo della cultura ha così gettato nel fuoco più ardente l’ultimo briciolo di credibilità che aveva. Le istituzioni proiettate sulla formazione e sul futuro sono infatti in mano a degli sciagurati, eredi di ideologie, misere lobbies e baronie feudali oramai decadute. Che futuro possono costruire per il Paese? Che forgia possono essere per le nuove generazioni e per i nuovi italiani immigrati da lontano? Che maestri possono essere le schiere di professori divenuti tali per tessera, amicizia o prestazione sessuale? E intanto tutto il mondo ride. Ride guardando le assurdità di questa nazione. Ride e se ne guarda bene dal venire a portare i propri danari qui. Ride, e va in vacanza in Croazia. Ride, e si gode lo spettacolo di una commedia grottesca che racconta il disfacimento di un popolo. E quasi quasi godiamo a vederci sbeffeggiati, derisi, scherniti sulla stampa internazionale. Siamo talmente divisi e atomizzati che siamo felici se i media anglosassoni raccontano del ministro della giustizia indagato; siamo felici se la platea ride mentre sul palco indagano Berlusconi per aver raccomandato qualche vacua sciacquetta; siamo felici mentre tutti si riempiono di grasse risate guardando in faccia l’uomo a capo del governo del Paese. E ancora più sciagurate sono le forze che ogni giorno tentano di colpire le fondamenta della famiglia, unica istituzione che salva l’Italia dal baratro del totale fallimento. Ogni giorno italici mostri si svegliano e dedicano la propria giornata a mostrare agli italiani quanto sia nefasta la famiglia e quanto positivo sia il suo disfacimento. Divorziate! Abortite! Fate figli, ma non troppi, e lasciateli poi nel solco della vostra divisione! Case costruite sulla sabbia.
Impazzano nel paese le peggiori pulsioni umane. E non facciamo che alimentarle quotidianamente, riempiendo le televisioni di modelli ogni giorno più negativi e più pirateschi. I rapporti fra uomini e donne, in ogni ambiente e ad ogni grado, sono intrisi della più evidente lussuria. Gli uffici, le imprese, le scuole, tutti luoghi divenuti giorno dopo giorno bordelli a cielo aperto. Abbiamo riempito il cuore delle nuove generazioni di confusi desideri di celebrità, abbiamo messo sull’Olimpo perfetti imbecilli solo per aver pascolato qualche tempo nelle praterie televisive, abbiamo costruito un idolo da adorare, un punto di riferimento verso cui indirizzare le giovani vite di chi si affaccia ora sull’Italia: il desiderio di apparire. In una parola: la vanità. O la grande ambizione di poter vivere senza fare nulla, accidiosi Corona arricchiti da un passaggio in tv.
E se ancora sopravvive una maggioranza che lavora, se ancora le forze del bene pesano più delle bieche forze del male, non sembrano fare nulla per drizzare un paese che sta crollando. Non serviva forse la lagnanza di un improbabile Savonarola per saperlo. Ma stiamo affondando. Qualcuno ha in mente che fare?
paologambi@lavocediromagna.com
(da La Voce di Romagna, 20 gennaio 2008)



