mercoledì, giugno 18, 2008
Ci serve l’orgoglio della diversità per non diventare tutti ermafroditi
Mimose, sorrisi di cortesia, feste di sole donne con spogliarellisti maschi dotati di panna montata, eccetera, eccetera. La festa della donna si è proiettata giallastra per ventiquattro ore o poco più nelle nostre quotidianità. E ora, a bocce ferme, l’animo in pena del maschio contemporaneo può sfogare le proprie frustrate insoddisfazioni. Abbiamo festeggiato la donna. Sì, ma quale donna? Ma più ancora, quale donna per quale uomo? Sembra che ancora qualcuno non si sia reso conto che un’era geologica è terminata. L’era geologica della stabile roccia patriarcale, quella su cui gira il programma della famiglia, fatta di uomo, donna, e figli. L’era patriarcale su cui si sono fondate regni e democrazie, istituzioni e filosofie, che vanno dall’Odissea a Napoleone, da Darwin a von Clausewitz. Finisce un’era sì. Ma cosa comincia? Le scommesse sono aperte. Qualcuno vorrebbe che quest’era lasciasse il posto all’era della femmina, all’era dell’abbattimento di una ragione per lasciare spazio al sentimento, o dell’ordine che lascia spazio alla fantasia. Abbasso i maschi viva le femmine insomma. E la cosa più strana è che non solo i maschi non si oppongono a questa idea, ma alcuni persino la sostengono e la supportano. Bastava accendere la radio in questi giorni della mimosa per sentire continuamente idee del genere che si diffondevano via etere. Qualcun altro ha un’idea diversa. E pare siano i più. Dall’era del maschio si dovrebbe passare all’era dell’ermafrodito. Ad un’era in cui le differenze di sesso e di genere si stemperano, facendo largo a un’idea radicale di uguaglianza che non solo abbatte le convenzioni sociali su cui si sono basati alcuni millenni di storia, ma che vuole addirittura superare nel suo ideologismo persino il limite posto dalla natura. In quest’era non ci sono più persone che nascono maschi e persone che nascono femmine, ma esseri umani che indipendentemente dal sesso che si trovano fra le gambe dovrebbero poter scegliere se essere uomini o donne. Alcune correnti filosofiche legate ai gruppi omosessuali ed altre incardinate nei movimenti femministi sostengono teorie del genere. Queste sono alcune delle proposte in campo per il futuro. Come maschio insoddisfatto dello stampo di fabbrica con cui vengono forgiate le nuove generazioni di uomini e di donne, avrei una proposta. Finita l’era patriarcale, e transitati per i mari burrascosi del femminismo, dell’egalitarismo, dell’omosessualismo, facciamo sorgere l’alba dell’era di un pacifico orgoglio della diversità. Un’era in cui uomini e donne siano messi nelle condizioni culturali e sociali per essere orgogliosi della propria identità sessuale, quella che la natura ha loro donato. Un’era in cui le persone sappiano accettarsi per come sono, ciascuna diversa dall’altra, senza dover per forza sentire la necessità di fughe verso identità diverse. Un’era in cui gli uomini e le donne non stanno le une contro gli altri sfogando tutte le proprie repressioni, frustrazioni, invidie ed insoddisfazioni in una guerra fra sessi che porta solo alla distruzione dell’umanità. Un’era in cui le donne non desiderano a tutti i costi scimmiottare gli uomini con i loro giochini più tradizionali della vecchia era patriarcale – la politica, il potere, la carriera, le guerre – e in cui gli uomini non vogliano essere donne, “mammi” intenti a portare a spasso i neonati o massai impegnati a cucinare la cena per il “moglio” o la “marita” che dir si voglia. Nasciamo maschi e femmine, e siamo diversi. La natura ci fa così, possiamo arrovellarci per una intera vita per capire il perché, ma se non lo accettiamo, entrambi, finiamo nelle paludi delle nevrosi di questa era di mezzo, di questo interstizio fra due ere geologiche in cui si decidono le sorti del futuro. Bisogna riflettere sul futuro che ci aspetta. E non sarebbe male farlo esclamando convinti: evviva la diversità!
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 9 marzo 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Di fronte all’attuale politica asfittica un giovane si sente di dire viva Craxi
Non sono mai stato socialista. Quantomeno per un motivo meramente anagrafico: quando il PSI ha terminato la sua avventura sciogliendosi nel 1994, avevo quindici anni. Ma anche perché le mie radici culturali sono altrove. Ecco perché ho accettato con particolare curiosità l’invito fattomi dall’amico Sergio Pizzolante, coordinatore nazionale dell'Associazione “Giovane Italia”, a partecipare alla visione del filmato – diretto da suo figlio Paolo e prodotto dalla fondazione Craxi – sulla figura e la politica di Bettino Craxi proiettato al cinema Fulgor a Rimini venerdì sera. Alla significativa presenza, peraltro, della figlia di Bettino, Stefania. E confesso che tutta quanta l’operazione mi ha davvero colpito molto, per almeno due ordini di motivi. Il primo è che si è trattato di una vera e propria proposta culturale intorno a cui si sono riunite un po’ tutte le anime del “popolo della libertà”. E non solo. È vero che c’è la campagna elettorale e il clima che si respira è particolarmente partecipativo da parte dei candidati o presunti tali, ma la presenza di molti esponenti di tradizioni culturali diverse da quella socialista non è passato inosservato. E questo non è affar di poco conto. Quando si costruisce un progetto politico che voglia avere un respiro è necessario un substrato culturale fatto anche di una memoria condivisa. Quando si deve per forza di cose effettuare un’operazione di sintesi di sensibilità politiche diverse – come nel progetto del popolo della libertà – ciascuna componente e chiamata a proporsi alle altre. E Bettino Craxi, nella sua figura di socialista nell’animo, liberista nell’azione economica, anticomunista nell’azione politica e statista attento al mondo cattolico può essere una figura catalizzatrice delle attenzioni culturali dell’intero centro-destra. Anche di quello che non ha le radici piantate nella tradizione socialista. E in realtà dovrebbe esserlo dell’intero Paese, visto il ruolo che ha ricoperto. Ma l’Italia, oramai si sa, una memoria condivisa non riesce trovarla neppure sulla vittoria ai mondiali di calcio.
Il secondo ordine di motivi per cui quella serata dedicata a Bettino Craxi mi ha colpito è lo stridore che si percepisce nel confrontare quella politica che il filmato racconta con quella che ci troviamo sotto gli occhi oggi. Con ventotto anni sulle spalle di Craxi ho un ricordo lontano, non vissuto in prima persona da cittadino, filtrato dai media e da racconti successivi. Eppure soffermandomi a riflettere su quella figura umana e politica che il filmato della fondazione Craxi ha proposto, non ho potuto fare a meno di rimanerne affascinato. In primo luogo per la carica profetica di molti suoi discorsi, anche molto lontani nel tempo. Ma anche per una impressionante attualità. Anche se Craxi non l’ho conosciuto e non ho vissuto la sua era politica, da cittadino che vive con disagio la situazione contemporanea, nell’azione politica di Craxi ho trovato una speranza. La speranza che in realtà l’Italia se vuole ce la fa, ha le forze, ha la grinta, ha la spregiudicatezza necessaria per correre più veloce di quanto non stia facendo negli ultimi anni. E c’è un particolare sentimento di rabbia se si confronta Craxi con la fauna politica contemporanea. Nel corso degli anni “80 si è confrontato con problemi come i rapporti con l’Unione Sovietica, la revisione del Concordato, i rapporti con gli Stati Uniti di Reagan e la Gran Bretagna della Thatcher, la gestione di una crescita economica che ha portato l’Italia ai vertici dei paesi industrializzati, per citare solo alcuni dei temi raccontati dal filmato. E trovando per ciascuno una soluzione originale ed efficace. Oggi siamo abituati a confrontarci con una politica che naviga a vista, che gioca al ribasso, che fatica a concepire operazioni di vasto respiro. Non c’è da meravigliarsi della meraviglia dunque. Neppure se un ventottenne di cultura cattolica, e senza nessuna velleità di volersi dire socialista, nel 2008 si sente di dire: viva Craxi.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 2 marzo 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Femmine al potere, maschi suicidi
Donne al potere. E gli uomini che fanno? In principio fu Sirimavo Bandaranaike, la prima donna al mondo ad essere eletta primo ministro, nel 1960. Poi c’è stato il “68, e da allora di donne che si sono dedicate al gioco del potere ce ne sono state sempre di più. A volte anche con un successo largamente riconosciuto: basti pensare a Golda Meir, o a Margareth Thatcher. Oggi abbiamo Michela Vittoria Brambilla, o Angela Finocchiaro, in Italia, Hillary Clinton negli Stati Uniti, Angela Merkel in Germania, e tante altre. Donne al potere. Nelle liste elettorali vengono inserite sempre più donne, spesso in virtù di “quote rosa”; nelle istituzioni sempre più spesso ci sono politici femmine, il potere delle donne si accresce ogni giorno. Modelli di donna che vengono teorizzati, costruiti, affermati e divulgati. Modelli di donna che si fanno spazio nelle menti delle ragazze giovani, e che sulla base di quei modelli diventeranno le donne del futuro. Vale allora forse la pena porsi una domanda: è veramente bene che così tante donne dedichino la propria vita alla gestione del potere pubblico, che tradizionalmente – ossia nei millenni di vita del genere umano salvo rarissime parentesi – è stato di spettanza dei maschi? Alcune donne diranno di sì, perché è giusto, nel loro pensiero, che possano “realizzarsi” facendo carriera, e faranno cadere dal mazzo la carta dell’uguaglianza fra sessi. Altre, rarissime, diranno di no, perché buttandosi nella morsa del potere snaturano la loro vocazione alla maternità. Qualcuna parlerà di equilibrio fra le due cose. Molte altre diranno magari che è giusto che ci sia la possibilità di scelta tra maternità e carriera. O meglio, tra maternità e potere. Maternità o potere? Perché non è difficile capire che se ci si dedica tutto il giorno alla pressante gestione del potere, non si può dedicare il proprio tempo ai figli, né tantomeno al marito.
E di fronte a questo rimescolarsi dell’identità femminile, gli uomini che dicono? Gli uomini sono talmente addormentati ed intontiti che non dicono nulla. Una vera riflessione maschile su ciò che sta succedendo nell’orizzonte femminile, su quale futuro stiamo costruendo, ed una conseguente azione, non c’è. Gli uomini delle donne guardano le tette e con quello sono già contenti. Ma non si sono resi conto che tramite quelle piccole o grandi armi si sono fatti conquistare da un torpore intellettivo, ed hanno lasciato carta bianca a quelle donne che volevano rivoluzionare l’identità femminile, uccidendo la madre e più ancora la moglie per affermare un principio matriarcale nella società. Non si rendono in definitiva conto, gli uomini, che quanto più si afferma il modello di donna al potere, tanto più quell’identità maschile costruita nei millenni si stempera. Che futuro dipinge per gli uomini e per la società l’affermarsi del modello di donna al potere? Qualcosa di verosimile è sotto gli occhi di tutti: per ogni donna che va al potere, ci sarà una mamma in meno. O se anche questa donna si dedicherà a generare figli, il ruolo di madre in senso sostanziale verrà appaltato al “compagno”, visto che lei è troppo impegnata a fare altro. Perché le donne potranno anche illudersi di poter prendere il posto degli uomini nella società, ma di certo non che gli uomini possano prendere il loro all’interno della famiglia: i “mammi” sono i mostri più orrendi mai partoriti da mente umana. Invece per ogni donna che si dedica al potere, un uomo sarà costretto a fare da mamma; o, se non accetta questa condizione, sarà costretto a rinunciare ad avere una moglie. Almeno concettualmente. Le donne fanno gli uomini. Gli uomini fanno le donne. Ruoli invertiti. E ai maschi questo va così bene? Veramente il genere maschile prospetta per il proprio futuro – senza porsi nessun problema – questa castrazione della sua vocazione più naturale? Veramente vogliamo delle donne così? Esistono uomini che riflettono su questo scombussolamento della società? Che è un po’ come chiedersi: ma gli uomini finiranno per votare le candidate donne, segnando con le proprie mani e le proprie schede il proprio destino?
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 24 febbraio 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Maledetto “68. Ma dov’è il nostro Sarkozy?
Quand’ero un ragazzino – e grazie a Dio questa condizione risale a non troppo tempo fa – negli ambienti conservatori sentivo sempre dire: “Tutta colpa del “68”. La scuola ogni anno scade di livello qualitativo e umano? “Tutta colpa del “68”. La famiglia ogni giorno che passa va disgregandosi per lasciare spazio alle donne femministizzate e alle coppie gay? “Tutta colpa del “68”. La cultura è improntata su ideologismi ambientalisti, femministi, derive post-marxiste? “Tutta colpa del “68”. Nessuno riconosce più l’autorità delle istituzioni? “Tutta colpa del “68”. Sono passati quarant’anni. Quaranta esatti. Eppure non sembra che in Italia ci sia un particolare interesse ad approfittare dell’anniversario per porsi qualche domanda su quegli anni. Magari anche in senso autocritico. Magari anche lasciando da parte orgogli e ideologie. Sarà che c’è da pensare ad altro. Sarà che ci sono le elezioni di mezzo. Eppure qualcun altro aveva approfittato proprio delle elezioni per far piombare come una mannaia una serie di accuse precise al “68: "Da allora non si può più parlare di morale in politica, ci ha imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno imposto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori". Sarkozy durante la campagna elettorale, quasi un anno fa. E questo suo andare al cuore del problema, questo suo attaccare la cultura della sinistra nel cuore del suo tempio santo, dove lo ha portato? Non solo fra le braccia di Carla Bruni. Ma anche all’Eliseo. Sarkozy, con toni tipici da campagna elettorale, così dipingeva la sinistra francese, custode dell’ideologia sessantottina: “difende i trasporti pubblici ma non li prende mai, ama la scuola pubblica e non ci manda i suoi figli, adora le banlieues ma non ci vive, parla di interesse generale ma si barrica nel clientelismo e nel corporativismo, firma petizioni quando si espellono gli squatters ma non ne ospiterebbe mai uno a casa sua”.
Dunque se il “68 si affaccia sul presente italiano come sintesi di un relativismo estremo, in una critica non costruttiva a tutte le istituzioni ed al principio di autorità in generale, in uno scollamento fra Paese pensato a Paese vissuto, mi pare non serva un luminare della medicina per dire che abbiamo diagnosticato la malattia per cui agonizza l’Italia, e pure la sua origine. Non è insomma molto difficile dire che è veramente “tutta colpa del “68”. Se non crediamo più nelle istituzioni è perché un “68 che è sopravvissuto nella cultura ce le ha distrutte tutte, una ad una. E senza istituzioni pubbliche permeate di una condivisione etica non ci si può meravigliare di niente di ciò che accade nei recinti della politica. Se la famiglia è in crisi profonda è perché è da quarant’anni al centro del mirino, bersaglio privilegiato dei guastatori sessantottini sopravvissuti al “68. Se la scuola non insegna più, è perché sopravvivono gli spettri di quegli anni nelle aule, nei corridoi, e persino nelle sale insegnanti. Tutte queste però – lo so – hanno il sapore di illazioni, di pensieri astratti. Sì, perché io nel “68 non c’ero. E me ne scuso, ma i miei genitori hanno aspettato altri undici anni prima di farmi esistere. Non ho quindi respirato personalmente quel clima, non ho vissuto le aspettative che i ragazzi avevano allora. Però, molto chiaramente, i frutti di quelle battaglie parlano una lingua comprensibile a tutti. E tutto è partito da lì, dal 1968.
E allora viene da chiedersi: in Italia, dove sono gli intellettuali disposti a parlare apertamente e senza reticenze dei guai del “68? E dove i politici capaci a tradurre questa critica in azione di governo? Ora, non dico che debba per forza chiamarsi Nicola Sarcosio ed avere un flirt con Claudia Schiffer, ma siamo proprio condannati a non avere neanche uno straccio di Sarkozy italiano?
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 17 febbraio 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Scoprire il passato per il futuro
È morto il Principe Gran Maestro dell’Ordine di Malta. Sua Altezza Eminentissima Fra’ Andrew Willoughby Ninian Bertie. E nel buio della sua morte un raggio si posa ad illuminare un’istituzione antica quanto l’Occidente. L’Ordine di Malta. O meglio, il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta. Sì, perché le cose che hanno una storia complicata proiettano nel presente la propria complicazione in nomi, simboli e bizantinismi di altro genere. L’Ordine di Malta è un’organizzazione di cavalieri che ha oramai più di mille anni. Sovrano, perché la sua storia ha preservato per lui il rango di uno Stato, in virtù della lunga sovranità esercitata dai cavalieri a Rodi e poi a Malta, da cui anche la complicata dicitura. Complicata almeno quanto i titoli del Gran Maestro, che è Altezza in quanto principe, per nomina imperiale, ed eminentissimo, per un rango cardinalizio concessogli da un qualche Papa. E nella sua complicazione l’Ordine rappresenta l’Occidente. Pieno di storie, di glorie e di intrighi, che si sforzano di trovare un significato anche nel presente. Non sempre accade. Spesso siamo costretti a lasciare nell’oblio molto di noi stessi per non soccombere. E spesso ci sono forze che fanno di tutto per farci dimenticare noi stessi. Che ne è della consapevolezza delle nostre antiche identità locali? L’Unità d’Italia concettualmente doveva cancellare tutto ciò che c’era prima, in una sorta di rivoluzione francese all’italiana? E ancora: che ne è delle tradizioni antiche e radicate che scompaiono di fronte all’invadenza della televisione, che ogni giorno ci rende tutti più uguali, tutti più livellati, tutti più mediocremente schiavi di modelli che puntano al ribasso? Ecco perché vale la pena ogni tanto sbirciare all’interno dei recinti di una istituzione come l’Ordine di Malta, che dall’anno 1099 partecipa, in vario modo nelle diverse epoche, al grande ribollire dell’Occidente, e più in generale della Cristianità. Ecco perché guardando in quel passato che l’Ordine ancora si porta nel presente, il nostro cervello è stimolato a riflettere sulle nostre identità, su quanto stiamo o non stiamo portando dalla generazione che ci ha preceduto a quella che ci seguirà.
Voglio allora riservare questo piccolo spazio che mi è concesso per ricordare il Gran Maestro che se ne è andato. Fra’ Andrew Willoughby Ninian Bertie è stato il primo britannico eletto Gran Maestro nel corso dei 900 anni di storia dell’Ordine. Nato il 15 maggio 1929, ha compiuto i suoi studi alla scuola Benedettina Ampleforth College nello Yorkshire, e si è laureato in Storia Moderna alla Christ Church di Oxford. Ha inoltre frequentato la Scuola di Studi Africani e Orientali alla London University. Dopo aver prestato servizio militare presso la Guardia Scozzese, ha lavorato come giornalista in campo finanziario nella City a Londra, per poi dedicarsi all’insegnamento di lingue moderne (francese e spagnolo) presso la Worth School nel Sussex. Accolto nell'Ordine nel 1956, ha poi preso i voti perpetui nel 1981. Sì, perché i più alti ranghi dell’Ordine di Malta fanno ancora voto di povertà, castità ed obbedienza, proprio come gli antichi cavalieri medievali, prendendo il titolo di Fra’. Diventare cavaliere professo – così si chiamano – è dunque una cosa seria. Fra’ Andrew ha poi fatto parte del Sovrano Consiglio (il governo dell'Ordine) per i successivi sette anni prima di essere eletto Gran Maestro l’8 aprile 1988. Vogliamo allora ricordarlo, e portare la sua figura, e con essa l’Ordine nel suo complesso, nei canali di informazione. Così che sempre più persone, aiutate dall’esperienza e dalla storia di questa istituzione, possano scoprire che nel proprio passato sta anche il proprio futuro.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 10 febbraio 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Scherzando con Dio alla fine lo trovi
"Dio è morto, Marx è morto e anch'io non mi sento molto bene!". Con le parole di Woody Allen il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, da buon giocoso salesiano, ha iniziato la sua omelia per i 40 anni della comunità di Sant’Egidio. Forse per seguire il consiglio di Kahail Gibran: “Se vuoi essere più vicino a Dio, stai più vicino alla gente”. Ammesso che la gente guardi i film di Woody Allen. Il quale comunque è un’anima alla ricerca di Dio. Così viene da pensare sentendogli dire: “Se solo Dio volesse darmi un segno che esiste… Ad esempio depositando una grossa somma di denaro sul mio conto in banca”. Ma il rapporto di Woody Allen - archetipo dell’uomo moderno - con l’Altissimo è molto più profondo. Quando una donna gli ha detto “Baci da Dio! “. Lui ha risposto: “Beh, sì... Lui ha preso tante cose da me”. E quando un’altra persona gli ha detto: “Tu mi dai fastidio perché ti credi tanto un Dio” lui non ha avuto dubbi: “Beh, dovrò pur prendere qualcuno a modello a cui ispirarmi, no? ”. Woody ha dei momenti di scoramento. Forse in uno di quelli gli è scappato di dire: “Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa”. Che ricorda un po’ l’idea di Oscar Wilde: “Io penso che Dio nel creare l'uomo sovrastimò alquanto la sua abilità”. Ma la consapevolezza di Woody Allen di essere un ebreo si staglia chiara nel suo pensiero teologico: “Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto”. Ecco allora che spuntano alcuni famosi graffiti a tentar di risolvere il problema della presunta morte di Dio: “Dio è vivo. Solo che non vuole essere coinvolto”. O anche “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso”. Yeats ha poi dato una soluzione da terza via: “C’è chi dice che Dio esiste e chi è convinto che non esista. La verità, come sempre, sarà nel mezzo”. Questa voglia di eliminare Dio dal mondo rende interessante la frase di Carlo Dossi: “Anticamente migliaia di dei parevano pochi, oggi uno è di troppo”. Paolo Villaggio ha invece una certezza contraria: “Lo penso davvero: il Papa è una persona troppo intelligente per credere in Dio”. Viene però da chiedersi: se Dio è morto, chi salverà la Regina? Di Dio comunque ne parlano un po’ tutti. Non so se Walter Fontana si riferiva a Berlusconi o a Sgarbi:“Era un bambino saccente e presuntuoso: un giorno gli chiesero: "Ma te credi in Dio?” "Beh, credere è una parola grossa, diciamo che lo stimo”. Che ricorda un po’ Luigi XIV quando si chiese: “Dio ha dunque dimenticato quello che ho fatto per lui? “. Con qualche vena darwinista anche Mark Twain ha detto la sua: “Dio ha inventato l'uomo perché era deluso della scimmia”. Con analoga saggezza Oliver Cromwell chiarì: “Riponi la tua fiducia in Dio, e tieni asciutta la polvere da sparo”. Tutto ciò potrebbe lasciare molto perplessi coloro che la pensano come chi disse “Se Dio avesse voluto che credessimo in lui sarebbe esistito“. Eppure è così bello parlare di Dio. Anche – e soprattutto – piantandolo nel nostro linguaggio. Magari allora l’assistente ecclesiastico di una qualche organizzazione femminile potrebbe citare alle sue assistite Paul Valery: “Dio creò l'uomo e, trovando che non era abbastanza solo, gli diede una compagna perché sentisse più acutamente la sua solitudine”. O magari l’8 marzo la preghiera di colletta potrebbe essere tratta dal libro dell’Ecclesiaste: “Una donna silenziosa é un dono di Dio”. Donna che, secondo Friedrich Nietzsche ,“è stata il secondo errore di Dio”. D’altra parte non ha forse tutti i torti Sacha Guitry: “Se la donna fosse una buona cosa, Dio ne avrebbe una”. Per cercare di spiegare le radici del monoteismo, si potrebbe suggerire di tirar fuori la frase di Arthur Hugh Clough: “Avrai un solo Dio. Chi mai se ne potrebbe permettere due? “. Ma, scherzando o no, è bello pensare a Dio con una frase di Kahalil Gibran: “Se volete conoscere Dio, non siate per questo dei solutori di enigmi. Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini”.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 3 febbraio 2008