FORSE HANNO RAGIONE I VECCHI MONARCHICI
Di Paolo Gambi
(Da
Vedendo i giochi biechi ed infidi, imbevuti di una politica rancida e putrefatta, che si stanno alternando fra le righe del poema che canta l’elezione del Presidente della Repubblica, una suggestione strana ed un po’ pazza mi viene alla mente, in un dormiveglia un po’ surreale: ma non è che alla fin fine hanno ragione i monarchici? Nel nostro sangue romagnolo non scorrono molti globuli di simpatia per i Savoia, ma il principio per cui non si può lasciare che sia la politica a scegliere il Capo dello Stato mi pare si incontri bene con un’altra componente globulare dello stesso sangue, ossia il buon senso anarchico. Per cui, salga al cielo un grido: abbasso la politica, e Dio salvi il Re!
Il Paese è spaccato tragicamente in due: quello che resta del blocco comunista, e quello che resta della cultura cattolica. È evidente che l’albero che sorge dall’universo comunista e social-democratico vuole imporre un proprio candidato di matrice comunista, compiendo quell’occupazione del potere in cui spicca per abilità, mentre l’alberello di matrice liberale e cattolica tenta flebilmente una mediazione per ottenere un candidato quanto più vicino possibile alla propria area. Non c’è quindi soluzione senza spaccatura del Paese. E verosimilmente ci sarà: se verrà eletto un candidato comunista, metà del Paese non potrà riconoscerlo né tantomeno apprezzarlo, anche se si trattasse di una persona umanamente stimabile come Napolitano. Se invece per ventura venisse eletto un candidato berlusconiano, quella rumorosa metà del paese che gravita intorno al sol dell’avvenire insorgerebbe clamorosamente riempiendo strade e piazze.
Ma in questo spazio onirico ci sia consentito proporre una soluzione che tanto non si avvererà mai, e che quindi rimarrà dubbiosamente incastrata nelle pieghe dei cervelli dei miei 5 lettori: rispolveriamo quella figura maestosa che ci viene dal nostro passato più remoto, che in altre situazioni tanto è riuscita ad adattarsi bene alla modernità: il Re. Il Re di certo non sarebbe il frutto marcio di un albero malato, quale la nostra politica oggi è. Il Re rappresenterebbe l’unità della nazione stando al di sopra delle schermaglie che ci dividono oggi peggio che ai tempi dei guelfi e dei ghibellini. Il Re, e la sua famiglia, sarebbero simbolicamente un punto fermo che non cambia al cambiare degli umori politici del popolo. Una figura di vera rappresentanza. Ma una domanda molto brutale subito si guadagna l’attenzione in questa agrodolce arringa monarchica: esiste una famiglia reale che rappresenti davvero l’Italia nella sua complessità geografica, storica ed ideologica; esiste davvero un candidato al trono italiano che porti su di sé l’intricato intreccio di differenze regionali, e comunali dello stivale? Fra i regnanti preunitari, non si trovano grandi soluzioni. I Savoia, si sa, rappresentano quel risorgimento anticattolico che non tutta Italia ha ben digerito. I Borboni verrebbero difficilmente accettati dalle industrie del nord. Il granduca di Toscana sarebbe simbolicamente debole. Il Papa non accetterebbe mai. Fra gli eredi dei tanti altri ducati e signorie che hanno fatto l’Italia non si trova un candidato con una forza sufficiente. Diventa quindi necessario trovare una famiglia ed un candidato che esca da questi schemi. Ed ecco che il sogno si tramuta in incubo allo scattare della logica italiana: la sinistra proporrebbe subito di mettere sul trono una cooperativa (iscritta a Legacoop), mentre, neanche a dirlo, l’altra campana suonerebbe per far sedere sul trono la famiglia Berlusconi. Ed ecco che, uscendo dallo spazio onirico che mi è stato concesso, l’amaro ritorno alla realtà non consola: l’unità dell’Italia è ancora tutta da fare…
Paolo Gambi

categoria:politica, satira



