ANCHE CON IL CALCIO OSTACOLI ALL’AUTONOMIA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 17 ottobre 2005)
Romagna divisa anche nel calcio. “Romagna tua non è, e non fu mai,/sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni”, scriveva Dante 700 anni fa. Ma lo potremmo scrivere ancora oggi. I romagnoli sono divisi a livello amministrativo, e piuttosto che mettersi d’accordo hanno preferito farsi stemperare in una improbabile Emilia-Romagna. Fra i due litiganti il terzo gode. E infatti comanda Bologna. Non solo però i romagnoli non riescono a trovare un’unità politico-amministrativa, ma non ci si riesce a mettere d’accordo neppure in ambito calcistico. A lanciare l’idea di unificare le squadre romagnole in un “Romagna calcio” ci ha provato recentemente Werther Casalboni, l’imprenditore cervese da poco vicepresidente del Ravenna, sulla scia di un’idea che era stata sia di Raul Gardini sia di Dino Manuzzi. Al di là di quelle che sono state le diverse reazioni dei presidenti delle singole squadre, ciò che colpisce sono le opinioni dei capi delle tifoserie, che riflettono meglio il comune sentire della gente. E i tifosi hanno detto no. No, essenzialmente, perché il tifo si basa su rivalità e campanilismi. Chiaro, evidente. Ciò che è meno evidente è perché questo campanilismo debba far leva sulle identità comunali, e non su quella regionale. Non sarebbe molto più stimolante una partita fra il Romagna e il Bologna, magari in serie A, magari pure in lotta per lo scudetto, piuttosto che il piccolo cabotaggio di piccole squadre che superano a fatica la B, quando va bene? Non sarebbe molto più stimolante portare in tutta Italia la nostra comune identità romagnola, superando divisioni di piccolo campanile che oggi non hanno più ragion d’essere? È tutta questione di mentalità. E di ambizione. Oggi la Romagna, con le infrastrutture che ha e i tempi di percorrenza, è di fatto un unico sistema metropolitano che va da Ravenna a Rimini passando per Forlì e Cesena. Ma quella maledetta mentalità microcefalica, di cui tutti siamo imbevuti, che fa guardare con sospetto il proprio vicino – con la bocca però piena di paroloni come “integrazione”, “globalizzazione” e cose del genere – impedisce qualunque idea di sviluppo. Compreso quello calcistico. Quanti scudetti hanno vinto, complessivamente, le tante squadre di calcio che abbiamo in Romagna? In tutto l’arco della storia calcistica, mi dicono gli esperti, nessuno. Quanti scudetti avrebbe potuto vincere il “Romagna calcio”, la squadra cioè che avesse assommato tutte le competenze e i danari delle singole squadre romagnole? La storia non si fa ad ipotesi, ma conoscendo la tenacia dei romagnoli ne avrebbe vinto più di uno. E lo stesso vale per qualunque altro settore, compreso quello politico-amministrativo. Con a fianco il colosso bolognese, con tutti i suoi snodi di potere, come possiamo pensare di competere se ci presentiamo sempre divisi? Come possiamo sperare di avere delle concessioni dal potere bolognese – perché più che qualche concessione non si può sperare -, se non riusciamo a metterci d’accordo su cosa chiedere tutti insieme? Lo sport ci mostra quale sia il difetto più profondo dei romagnoli: un egoismo declinato in modo campanilistico. Che vissuto con questa intransigenza non fa bene a nessuno. C’è invece un senso di romagnolità, un’identità comune che va riscoperta tutti insieme. La storia, la geografia, il buon senso, ci mostrano come la Romagna e i romagnoli siano un qualcosa di peculiare che si distingue, con varie tonalità, da tutto ciò che la circonda. C’è un orgoglio che alberga fiero nel cuore dei romagnoli, al di là del borgo a cui appartengono. Si tratta solo di riscoprirlo, questo orgoglio dimenticato. E poi, scusate, quando gioca l’Italia, non si riconciliano tutte le tifoserie, da quella del Napoli a quella del Verona? Perché non si può immaginare che succeda lo stesso fra Cesena e Ravenna, in nome della Romagna? Anche perché a seguire la mentalità campanilistica, a livello politico i romagnoli non hanno trovato un’unità, e sono rimasti intrappolati nel sistema emilianoromagnolo, dove a comandare sono altri, sulle nostre teste. Finirà allora che anche a livello calcistico qualcuno volerà sopra le nostre divisioni e farà una squadra “Emilia-Romagna” con lo stadio a Bologna?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com



