mercoledì, giugno 18, 2008
Scoprire il passato per il futuro
È morto il Principe Gran Maestro dell’Ordine di Malta. Sua Altezza Eminentissima Fra’ Andrew Willoughby Ninian Bertie. E nel buio della sua morte un raggio si posa ad illuminare un’istituzione antica quanto l’Occidente. L’Ordine di Malta. O meglio, il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta. Sì, perché le cose che hanno una storia complicata proiettano nel presente la propria complicazione in nomi, simboli e bizantinismi di altro genere. L’Ordine di Malta è un’organizzazione di cavalieri che ha oramai più di mille anni. Sovrano, perché la sua storia ha preservato per lui il rango di uno Stato, in virtù della lunga sovranità esercitata dai cavalieri a Rodi e poi a Malta, da cui anche la complicata dicitura. Complicata almeno quanto i titoli del Gran Maestro, che è Altezza in quanto principe, per nomina imperiale, ed eminentissimo, per un rango cardinalizio concessogli da un qualche Papa. E nella sua complicazione l’Ordine rappresenta l’Occidente. Pieno di storie, di glorie e di intrighi, che si sforzano di trovare un significato anche nel presente. Non sempre accade. Spesso siamo costretti a lasciare nell’oblio molto di noi stessi per non soccombere. E spesso ci sono forze che fanno di tutto per farci dimenticare noi stessi. Che ne è della consapevolezza delle nostre antiche identità locali? L’Unità d’Italia concettualmente doveva cancellare tutto ciò che c’era prima, in una sorta di rivoluzione francese all’italiana? E ancora: che ne è delle tradizioni antiche e radicate che scompaiono di fronte all’invadenza della televisione, che ogni giorno ci rende tutti più uguali, tutti più livellati, tutti più mediocremente schiavi di modelli che puntano al ribasso? Ecco perché vale la pena ogni tanto sbirciare all’interno dei recinti di una istituzione come l’Ordine di Malta, che dall’anno 1099 partecipa, in vario modo nelle diverse epoche, al grande ribollire dell’Occidente, e più in generale della Cristianità. Ecco perché guardando in quel passato che l’Ordine ancora si porta nel presente, il nostro cervello è stimolato a riflettere sulle nostre identità, su quanto stiamo o non stiamo portando dalla generazione che ci ha preceduto a quella che ci seguirà.
Voglio allora riservare questo piccolo spazio che mi è concesso per ricordare il Gran Maestro che se ne è andato. Fra’ Andrew Willoughby Ninian Bertie è stato il primo britannico eletto Gran Maestro nel corso dei 900 anni di storia dell’Ordine. Nato il 15 maggio 1929, ha compiuto i suoi studi alla scuola Benedettina Ampleforth College nello Yorkshire, e si è laureato in Storia Moderna alla Christ Church di Oxford. Ha inoltre frequentato la Scuola di Studi Africani e Orientali alla London University. Dopo aver prestato servizio militare presso la Guardia Scozzese, ha lavorato come giornalista in campo finanziario nella City a Londra, per poi dedicarsi all’insegnamento di lingue moderne (francese e spagnolo) presso la Worth School nel Sussex. Accolto nell'Ordine nel 1956, ha poi preso i voti perpetui nel 1981. Sì, perché i più alti ranghi dell’Ordine di Malta fanno ancora voto di povertà, castità ed obbedienza, proprio come gli antichi cavalieri medievali, prendendo il titolo di Fra’. Diventare cavaliere professo – così si chiamano – è dunque una cosa seria. Fra’ Andrew ha poi fatto parte del Sovrano Consiglio (il governo dell'Ordine) per i successivi sette anni prima di essere eletto Gran Maestro l’8 aprile 1988. Vogliamo allora ricordarlo, e portare la sua figura, e con essa l’Ordine nel suo complesso, nei canali di informazione. Così che sempre più persone, aiutate dall’esperienza e dalla storia di questa istituzione, possano scoprire che nel proprio passato sta anche il proprio futuro.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 10 febbraio 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Scherzando con Dio alla fine lo trovi
"Dio è morto, Marx è morto e anch'io non mi sento molto bene!". Con le parole di Woody Allen il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, da buon giocoso salesiano, ha iniziato la sua omelia per i 40 anni della comunità di Sant’Egidio. Forse per seguire il consiglio di Kahail Gibran: “Se vuoi essere più vicino a Dio, stai più vicino alla gente”. Ammesso che la gente guardi i film di Woody Allen. Il quale comunque è un’anima alla ricerca di Dio. Così viene da pensare sentendogli dire: “Se solo Dio volesse darmi un segno che esiste… Ad esempio depositando una grossa somma di denaro sul mio conto in banca”. Ma il rapporto di Woody Allen - archetipo dell’uomo moderno - con l’Altissimo è molto più profondo. Quando una donna gli ha detto “Baci da Dio! “. Lui ha risposto: “Beh, sì... Lui ha preso tante cose da me”. E quando un’altra persona gli ha detto: “Tu mi dai fastidio perché ti credi tanto un Dio” lui non ha avuto dubbi: “Beh, dovrò pur prendere qualcuno a modello a cui ispirarmi, no? ”. Woody ha dei momenti di scoramento. Forse in uno di quelli gli è scappato di dire: “Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa”. Che ricorda un po’ l’idea di Oscar Wilde: “Io penso che Dio nel creare l'uomo sovrastimò alquanto la sua abilità”. Ma la consapevolezza di Woody Allen di essere un ebreo si staglia chiara nel suo pensiero teologico: “Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto”. Ecco allora che spuntano alcuni famosi graffiti a tentar di risolvere il problema della presunta morte di Dio: “Dio è vivo. Solo che non vuole essere coinvolto”. O anche “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso”. Yeats ha poi dato una soluzione da terza via: “C’è chi dice che Dio esiste e chi è convinto che non esista. La verità, come sempre, sarà nel mezzo”. Questa voglia di eliminare Dio dal mondo rende interessante la frase di Carlo Dossi: “Anticamente migliaia di dei parevano pochi, oggi uno è di troppo”. Paolo Villaggio ha invece una certezza contraria: “Lo penso davvero: il Papa è una persona troppo intelligente per credere in Dio”. Viene però da chiedersi: se Dio è morto, chi salverà la Regina? Di Dio comunque ne parlano un po’ tutti. Non so se Walter Fontana si riferiva a Berlusconi o a Sgarbi:“Era un bambino saccente e presuntuoso: un giorno gli chiesero: "Ma te credi in Dio?” "Beh, credere è una parola grossa, diciamo che lo stimo”. Che ricorda un po’ Luigi XIV quando si chiese: “Dio ha dunque dimenticato quello che ho fatto per lui? “. Con qualche vena darwinista anche Mark Twain ha detto la sua: “Dio ha inventato l'uomo perché era deluso della scimmia”. Con analoga saggezza Oliver Cromwell chiarì: “Riponi la tua fiducia in Dio, e tieni asciutta la polvere da sparo”. Tutto ciò potrebbe lasciare molto perplessi coloro che la pensano come chi disse “Se Dio avesse voluto che credessimo in lui sarebbe esistito“. Eppure è così bello parlare di Dio. Anche – e soprattutto – piantandolo nel nostro linguaggio. Magari allora l’assistente ecclesiastico di una qualche organizzazione femminile potrebbe citare alle sue assistite Paul Valery: “Dio creò l'uomo e, trovando che non era abbastanza solo, gli diede una compagna perché sentisse più acutamente la sua solitudine”. O magari l’8 marzo la preghiera di colletta potrebbe essere tratta dal libro dell’Ecclesiaste: “Una donna silenziosa é un dono di Dio”. Donna che, secondo Friedrich Nietzsche ,“è stata il secondo errore di Dio”. D’altra parte non ha forse tutti i torti Sacha Guitry: “Se la donna fosse una buona cosa, Dio ne avrebbe una”. Per cercare di spiegare le radici del monoteismo, si potrebbe suggerire di tirar fuori la frase di Arthur Hugh Clough: “Avrai un solo Dio. Chi mai se ne potrebbe permettere due? “. Ma, scherzando o no, è bello pensare a Dio con una frase di Kahalil Gibran: “Se volete conoscere Dio, non siate per questo dei solutori di enigmi. Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini”.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 3 febbraio 2008
lunedì, marzo 31, 2008
Ad una ad una crollano le torri del bene
Vergogna. Un profondo senso di vergogna. Gli echi della mancata visita di Papa Benedetto XVI alla Sapienza stimolano la mente alla riflessione, e dalla riflessione sgorga un sentimento. Di vergogna appunto. Vergogna di appartenere a questo sistema. Vergogna di essere italiano e non poter fare nulla contro il collasso dello Stivale. Crollano le istituzioni, una ad una, come le torri di Minas Tirith, sotto l’attacco massiccio dei peggiori sentimenti. Precipita la politica, e barcolla la casa democratica costruita con il sangue, schiacciata dal dilagare dell’avidità, innestata su una saccente ignoranza. Il Parlamento si affolla di piccoli opportunisti senza la benché minima capacità di proiettarsi su di un bene comune, ma governati dalle più bieche passioni. Si allontana il potere del governo, quello che dovrebbe guidare un popolo, e che finisce invece per essere l’ufficio esterno di piccoli gruppuscoli di potere. A catena crollano tutte le altre istituzioni, lasciando gli italiani soli con il proprio rancore. Si spegne l’università, che nel massimo gesto di intolleranza e di rifiuto ha costretto il Papa a star fuori dalla Sapienza; il luogo della cultura ha così gettato nel fuoco più ardente l’ultimo briciolo di credibilità che aveva. Le istituzioni proiettate sulla formazione e sul futuro sono infatti in mano a degli sciagurati, eredi di ideologie, misere lobbies e baronie feudali oramai decadute. Che futuro possono costruire per il Paese? Che forgia possono essere per le nuove generazioni e per i nuovi italiani immigrati da lontano? Che maestri possono essere le schiere di professori divenuti tali per tessera, amicizia o prestazione sessuale? E intanto tutto il mondo ride. Ride guardando le assurdità di questa nazione. Ride e se ne guarda bene dal venire a portare i propri danari qui. Ride, e va in vacanza in Croazia. Ride, e si gode lo spettacolo di una commedia grottesca che racconta il disfacimento di un popolo. E quasi quasi godiamo a vederci sbeffeggiati, derisi, scherniti sulla stampa internazionale. Siamo talmente divisi e atomizzati che siamo felici se i media anglosassoni raccontano del ministro della giustizia indagato; siamo felici se la platea ride mentre sul palco indagano Berlusconi per aver raccomandato qualche vacua sciacquetta; siamo felici mentre tutti si riempiono di grasse risate guardando in faccia l’uomo a capo del governo del Paese. E ancora più sciagurate sono le forze che ogni giorno tentano di colpire le fondamenta della famiglia, unica istituzione che salva l’Italia dal baratro del totale fallimento. Ogni giorno italici mostri si svegliano e dedicano la propria giornata a mostrare agli italiani quanto sia nefasta la famiglia e quanto positivo sia il suo disfacimento. Divorziate! Abortite! Fate figli, ma non troppi, e lasciateli poi nel solco della vostra divisione! Case costruite sulla sabbia.
Impazzano nel paese le peggiori pulsioni umane. E non facciamo che alimentarle quotidianamente, riempiendo le televisioni di modelli ogni giorno più negativi e più pirateschi. I rapporti fra uomini e donne, in ogni ambiente e ad ogni grado, sono intrisi della più evidente lussuria. Gli uffici, le imprese, le scuole, tutti luoghi divenuti giorno dopo giorno bordelli a cielo aperto. Abbiamo riempito il cuore delle nuove generazioni di confusi desideri di celebrità, abbiamo messo sull’Olimpo perfetti imbecilli solo per aver pascolato qualche tempo nelle praterie televisive, abbiamo costruito un idolo da adorare, un punto di riferimento verso cui indirizzare le giovani vite di chi si affaccia ora sull’Italia: il desiderio di apparire. In una parola: la vanità. O la grande ambizione di poter vivere senza fare nulla, accidiosi Corona arricchiti da un passaggio in tv.
E se ancora sopravvive una maggioranza che lavora, se ancora le forze del bene pesano più delle bieche forze del male, non sembrano fare nulla per drizzare un paese che sta crollando. Non serviva forse la lagnanza di un improbabile Savonarola per saperlo. Ma stiamo affondando. Qualcuno ha in mente che fare?
paologambi@lavocediromagna.com
(da La Voce di Romagna, 20 gennaio 2008)
lunedì, marzo 31, 2008
E l’odio è anche a casa nostra.
“Cristianofobia”. Un termine sconosciuto ai dizionari di dieci anni fa. Sconosciuto al linguaggio dei media. Sconosciuto alla coscienza comune. Ci sono volute recrudescenze nelle persecuzioni in Africa ed in Asia perché questa parola venisse ad avere un significato condiviso. Ci sono voluti cristiani ammazzati in Indonesia, in Pakistan, in Medio Oriente, carneficine in Sudan, sgozzamenti in vari paesi arabi; è stato insomma necessario il bagno nel sangue dei martiri perché questa parola prendesse una forma. Ma oramai si può apertamente parlare di cristianofobia. Anche in Occidente. In quell’Occidente che si diceva cristiano. E non è un caso che proprio con una consapevolezza matura il “ministro degli esteri” del Papa – l’Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati – ne abbia parlato in un suo discorso ufficiale, definendola "un insieme di comportamenti riconducibili alla mancanza di educazione o alla cattiva informazione, all'intolleranza e alla persecuzione". E non è un caso lo abbia fatto parlando di libertà religiosa, che significherebbe appunto “combattere la cristianofobia, l'islamofobia e l'antisemitismo”. La chiave sta nella libertà. Ancora una volta strumento di risoluzione dei problemi umani. La libertà religiosa. Dove c’è libertà religiosa, dove si può apertamente proclamare la propria fede e viverla senza essere perseguitati, non ci può essere antisemitismo o cristianofobia.
Cristianofobia, islamofobia, antisemitismo. Tre termini che vengono accostati, e quindi messi sullo stesso piano. L’antisemitismo ha una radice profonda e dolorosa, forgiata dallo sterminio dell’Olocausto tanto quanto da secoli di ghettizzazione. L’islamofobia è un’espressione che sa più di politicamente corretto, considerando che l’Islam è frequentemente nella posizione di carnefice piuttosto che di vittima. La cristianofobia ha anch’essa una radice lontana, in quegli stermini che il potere romano fece trucidando migliaia e migliaia di cristiani per il solo fatto di essere tali. Eppure il nostro Occidente aveva dimenticato questo sentimento lontano nel tempo, nascosto sotto strati di oblio fatti di Stato pontificio, di roghi e di inquisizioni. Eppure oggi il sentimento contro i cristiani in quanto tali c’è, è tornato. Ma non solo nelle jungle indonesiane, o nei deserti dell’Africa sub sahariana, dove farsi un segno di croce può significare auto condannarsi a morte. Il sentimento di disprezzo e di odio contro i cristiani è riconoscibile anche in Europa. Persino nell’Italia del Papa. Qui ovviamente i cristiani non vengono fatti a pezzi con un machete o sgozzati in pubblica piazza. Fatti salvi i satanisti che ammazzano le suore per poi uscire di prigione dopo pochi anni. È un fatto che le conquiste della nostra civiltà ci separano dalle pratiche persecutorie che si possono trovare in Asia o in Africa. Eppure si trova lo stesso sentimento. Un po’ è colpa dei preti, che a volte sembrano fare apposta ad attirare su di sé, e quindi sulla Chiesa, tutte le possibili antipatie del mondo laico, persino di quello più vicino al complesso dei valori cristiani. È un problema di linguaggio. Però, colpe o non colpe dei preti, tutte le volte che in Italia un qualche esponente della Chiesa parla, si fanno levate di scudi in difesa della “laicità dello Stato”, con l’evidente obiettivo di ridurre i cristiani al silenzio, o di assoggettarli a principi con cui non potrebbero mai concordare. Come quello dell’aborto libero, tanto per fare un esempio ritornato protagonista in questi giorni. Che ci sia qualcuno che odia la Chiesa e quindi i cristiani in Europa è chiaro a chiunque segua anche solo vagamente l’Unione Europea e le attività dei suoi molteplici uffici. Che ci sia qualcuno che odia la Chiesa e quindi i cristiani anche in Italia è altrettanto chiaro. Basta ascoltare un qualunque discorso del Cecchi Paone di turno, o leggere un qualche scritto dell’Oddifreddi del momento, per scovare fra quelle parole odio e rancore. Ecco perché fa bene la Santa Sede a far circolare questa consapevolezza. Che cioè esista e sia diffusa una cristianofobia. Perché i cristiani se ne rendano conto. E magari anche perché si organizzino per contrastarla.
paologambi@lavocediromagna.com
(da La Voce di Romagna, 13 gennaio 2008)
mercoledì, febbraio 27, 2008
Il Natale l’ho scoperto in una pieve di campagna
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 28 dicembre 2007
Quest’anno credo di aver capito il senso più profondo del Natale. Quell’insieme di semplice umanità e discreta divinità con cui è impastato l’uomo. E l’ho capito la notte di Natale, in un paesino che, neanche a farlo apposta, ha un nome un po’ vizioso e godereccio: Godo, appunto. Per uno di quei casi della vita per cui un amico ad una festa di Natale ti invita a sentire un po’ di musica gospel. A Godo. In un piccolo paese placido e tranquillo, piantato in un qualche angolo della campagna romagnola. E lì, la notte di Natale, è nato Gesù. Si è incarnato il Verbo. Maria e Giuseppe in viaggio devono aver trovato riparo nell’antica pieve, dove si erano radunate tante persone per fare festa. Tutto infatti è iniziato così, con un senso festoso di attesa. Un coro gospel. Un vero coro gospel. Un coro gospel di neri americani. Suonavano e cantavano così forte che persino le mura della pieve sembravano ballare a ritmo. Cantavano in inglese. Le parole forse le hanno capite in pochi, magari non le anziane signore attirate più dalla curiosità della novità che da una passione per il gospel. Ma le emozioni non hanno bisogno di tante parole per essere veicolate da un appassionato cantante ad una folla curiosa. Con tante emozioni dentro, dunque, si è andati avanti. Dopo il coro è stato infatti il momento della Messa di Natale, a mezzanotte. A dispetto di ciò che si poteva pensare, chi era al concerto è rimasto anche alla Messa. Celebrata dal parroco del paese, don Silvio Ferrante, vera anima ed artefice di tutto l’evento. Il quale con una sensibilità commovente ha celebrato, con l’ausilio di un coro molto semplice ma dignitoso, fino all’omelia. E lì c’è stata un’altra sorpresa. Una sorpresa semplice, come deve essere il Natale. Al posto della predica, ha lasciato parlare i bambini. Una recita. Di una scuola elementare. Di quelle rimaste nella memoria dai tempi dell’infanzia, di quelle che credevo non esistessero più. Tre bambini con tre candele davanti a tre microfoni. Le candele rappresentavano le cose belle della vita: la fede, la pace, e la terza era così bella che non mi si è depositata nella memoria, me ne scuso con il bambino interessato. Ma ad una ad una, queste candele si spegnevano. Finché non arriva la candela della speranza, l’unica che se rimasta accesa può riaccendere tutte le altre. Dopo questa prima scena, un’altra in cui i bambini leggevano un alfabeto di cose belle. Ed infine un momento di canto, sempre dei bimbi. Si vedeva e si sentiva che in tutto questo c’era tanto lavoro dietro. Si vedeva che c’era un pensiero ed un impegno su ciascun momento dell’evento. Si vedeva che c’era tanto amore. La Messa è poi continuata e finita in modo liturgicamente semplice e dignitoso. E il coro dei gospel ha poi cantato qualche altra canzone, nell’attesa che fuori preparassero il vin brulè. Tutto all’apparenza molto ordinario, poco sofisticato, poco postmoderno. Ma uscito da quella Chiesa mi sono sentito cambiato. Arricchito, illuminato. Perché nella semplicità di quell’evento, nell’amore di quella comunità, ho scorto una testolina piccola piccola che faceva capolino. Era la testa di un bambino che portava su di sé l’infinità dell’assoluto. Perché un bambino può scegliere solo le cose semplici e genuine, voltandosi spaventato per quelle troppo complicate o disinteressato a quelle troppo sofisticate. A questo forse dovrebbe servire il Natale. A riscoprire che in fondo Dio ha scelto per relazionarsi con noi un orizzonte di semplicità. Ed è per questo che voglio personalmente ringraziare il parroco di Godo, don Silvio Ferrante, per aver squarciato il velo di futilità e di superfluo che appanna il Natale, ed averci regalato una notte di Natale semplice e vera. Proprio come piace a Gesù.
mercoledì, febbraio 27, 2008
Gli ottusi picconatori del presepe
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 16 dicembre 2007
Vogliamo educare i nostri figli ad essere tolleranti ed aperti alla diversità, o vogliamo fare del loro futuro un baratro di grigia neutralità, un limbo di assenza di identità? Il nodo viene al pettine ora, a Natale, quando si affaccia a noi l’incarnazione di Dio.
Come ogni anno, un’adolescente incinta e un falegname ebreo bussano alle porte delle case che sono sulla loro strada, in cerca di un riparo per la notte, perché la ragazza deve partorire ma non ha un posto in cui andare. Ma i cuori delle persone sono chiusi, e si guardano bene dall’accogliere quella famiglia che chiede di essere ospitata in un momento di bisogno. “Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo”. Duemila anni fa come oggi. Come ogni anno la Sacra Famiglia si presenta a noi, e bussa con discrezione alle nostre porte. E nonostante, a ben pensarci, quei personaggi della tradizione che chiusero le porte in faccia a Maria e Giuseppe sono nell’immaginario collettivo abiette, brutte, egoiste, antipatiche e cattive, continuiamo ad incarnare con leggerezza il loro ruolo. Ogni anno che passa aumenta il numero dei “picconatori del Natale”, di quelle persone cioè che per non offendere la sensibilità religiosa degli immigrati e degli appartenenti alla altre religioni stanno smantellando l’apparato simbolico e concettuale del Natale, trasformandolo dalla celebrazione della nascita di Gesù Cristo ad una anonima “festività” in cui i bambini stanno a casa da scuola, ma non devono sapere il perché. Bussa alla loro porta Maria incinta, ma gliela chiudono in faccia, perché potrebbe esserci una qualche altra donna incinta in giro, e accogliere lei e non accogliere le eventuali altre sarebbe offensivo per le altre. Ed ecco che seguendo questa nevrosi ideologica scompaiono i presepi nelle scuole. Perché ci sono bambini musulmani, hindu o buddisti, e mostrare loro il più alto simbolo dell’Occidente nel quale si trovano a vivere li offenderebbe. Irrazionale, stupido, ottuso, insensato. Ma anche autodistruttivo e ideologico. Forse questi sono gli aggettivi più soft per un percorso concettuale del genere. Eppure va così. I bambini vengono educati sin dall’asilo al grigiore della neutralità, al vuoto dell’impostazione atea della società. Ai bambini non viene insegnato chi sono, qual è la loro identità, quali i valori ed i simboli su cui poggia la società in cui vivranno da adulti. E questo solo perché ci sono altre culture. Ma la cosa più stupida, è che questo principio di autodistruzione, questa finta sensibilità nei confronti del “diverso”, è tutta nelle nostre teste di occidentali decadenti e dispersi. Basterebbe infatti chiedere ad alcuni mussulmani, come ho provato a fare io in un minisondaggio con qualche amico di religione mussulmana, per scoprire che non sono affatto offesi dalla celebrazione della nascita di un Uomo che loro venerano come profeta. Anzi. Due mussulmani su tre mi hanno pure detto che sono affascinati dal presepe. Allora forse il problema non sta nei mussulmani che sono in Italia, né negli hindù, nei buddhisti o nei mormoni. Forse il problema sta nel fatto che siamo noi a non essere più affascinati dal cuore della nostra identità. Siamo noi italiani ad aver perso la strada, e non vedere più la bellezza dell’essere ciò che siamo. La nostra essenza, quella che in tutti i modi proviamo a nascondere, occultare, persino a distruggere. È un pensiero sottile, che si insinua nelle nostre menti, che si fa strada in ciascuno di noi, e cova sotto, in un qualche angolo del nostro cervello. È l’odio per se stessi, per il proprio popolo, per la propria storia e la propria identità. Chissà, forse la sfida di questo Natale sta proprio in questo. Nel riuscire a trovare questo verme che ci divora le viscere, e liberarcene. E allora, forse, saremo capaci di riacquistare un po’ di consapevolezza su quanto è bello e quanto siamo fortunati a vivere qui. In Italia. In Occidente. Nel cuore dell’umanità.
lunedì, febbraio 25, 2008
Se ci fosse una partita di calcio saprei subito da che parte stare
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 9 dicembre 2007
C’è stato un gran parlare del rapporto Chiesa-massoneria nelle ultime settimane, dopo la mia critica al libro “i papi e la massoneria” di Angela Pellicciari. Per esprimere una mia posizione richiesta da un lettore – e per farlo, spero, senza annoiare troppo – mi addentro in un terreno a me estraneo, quello del calcio.
Se ci fosse una partita di calcio fra cattolici e massoni – ammesso che competano nello stesso sport – non avrei dubbi su quale sarebbe la squadra per cui tiferei. Divisa nera, tanti bottoncini dal collo ai piedi, colletto bianco. Allenatore in bianco, con zucchetto, anello e croce pettorale. Gli avversari, giacca e cravatta, grembiule e spada. Se esistesse questa partita, tiferei con tutto me stesso per la squadra dei neri imbottonati, anche se in realtà saprei anche quale sarebbe l’esito sul campo da gioco. Lo saprei con una discreta certezza, perché seguo con attenzione il calcio-mercato e le politiche della squadra da un po’ di tempo. E credo di poter dire che se ci fosse questa partita, i cattolici perderebbero sonoramente. Perché mentre gli avversari, che pure hanno meno scuola e un minor numero di scudetti vinti, con un proprio metodo empirico hanno capito che per vincere si dovevano comprare buoni giocatori, allenarli secondo le esigenze del campionato, e creare una giusta tifoseria, la mia squadra ha molti giocatori che non fanno mai quello che dice l’allenatore, neppure mettono la divisa, sono poco e male formati, e spesso di bassa qualità atletica. Anzi, alcuni sono talmente fuori dalle logiche del campo di gioco, che pensano di poter imporre loro stessi le regole, convinti che gli altri le rispetterebbero. Quando invece le regole del campo di gioco sono il risultato di mediazioni fra tutte le squadre. Questi miei giocatori hanno un’identità così labile che oscillano dal voler mettere le regole di gioco, al tifare sottilmente per altre squadre. In più non ammettono di aver bisogno di allenamenti e di una buona campagna di calcio mercato. Ed ecco che noi che stiamo sugli spalti vorremmo scendere in campo, ma non possiamo, vorremmo che i nostri giocatori imparassero qualcosa dalle altre squadre, ma loro neppure morti. Vorremmo insomma che la nostra gloriosa squadra tornasse a vincere sul campo di gioco, ma i giocatori sembrano voler far di tutto per perdere. Alcuni giocatori addirittura dicono che è meglio così, è meglio perdere, perché la chiesa deve essere povera e debole. E intanto in questo modo perdono tifosi e prendono goal. Poi saltano fuori tifosi che di fronte alle sonore sconfitte incolpano semplicemente gli avversari per aver vinto, e sostengono sottilmente che era meglio quando si giocava con le palle di stracci, e anzi ripropone di tornare a farlo.
Ora, fuori dalla metafora, quello che sostengo io è che è evidente che la Chiesa e la massoneria sono due squadre diverse, perché operando nel campo di gioco del mondo come gruppi distinti si trovano per forza a competere in molti settori e situazioni. Mi rimane il dubbio, appunto, se giochino allo stesso sport o no. Che la mia squadra non voglia bene all’altra lo dicono i papi nella storia, anche se nessuno mi ha mai convinto dell’esistenza di un perché teologico che stia alla base di questo scontro e che vada al di là del semplice atteggiamento filo pontificio del libro della Pellicciari, o di logiche di mera politica di scontro fra diversi gruppi di potere. Quello che però dico da tifoso è che non comprendo il perché di questo muro che è stato innalzato. Vanno bene i cori da stadio, dalla curva cattolica partono coretti che danno del satanista all’avversario, dall’altra curva partono grida di oscurantismo, tutto ciò sta nella logica del tifo. Ma le tecniche di gioco avversarie, se sono vincenti, si possono e si devono emulare. Quelle dei massoni funzionavano benissimo nell’epoca moderna, e la mia squadra, invece di cercare di capirne la novità e la dirompenza, ha chiuso gli occhi condannandole e continuando a giocare con formazioni post-tridentine sfilacciate. Quando poi la dirigenza della mia squadra si è riunita con il Vaticano II e si è accorta che il mondo era cambiato ed era entrato nella modernità – di cui nel frattempo la cultura massonica si era impadronita, incarnandone l’essenza – la stessa modernità volgeva al termine, lasciando spazio a questa indefinibile postmodernità. Allora la domanda che si pone è: qual è la tattica di gioco migliore in questa nuova era? Probabilmente entrambe, sia quella post-tridentina sia quella della massoneria, sono inadeguate se riproposte così come sono. Ma proprio perché di tattiche di gioco si parla, e non di altro, perché invece di innalzare sempre più questo muro fra Chiesa e mondo, non si cerca di capire le ragioni della vittoria degli avversari, per poter così tornare a vincere nel nuovo campo di gioco?