mercoledì, giugno 18, 2008
Maledetto “68. Ma dov’è il nostro Sarkozy?
Quand’ero un ragazzino – e grazie a Dio questa condizione risale a non troppo tempo fa – negli ambienti conservatori sentivo sempre dire: “Tutta colpa del “68”. La scuola ogni anno scade di livello qualitativo e umano? “Tutta colpa del “68”. La famiglia ogni giorno che passa va disgregandosi per lasciare spazio alle donne femministizzate e alle coppie gay? “Tutta colpa del “68”. La cultura è improntata su ideologismi ambientalisti, femministi, derive post-marxiste? “Tutta colpa del “68”. Nessuno riconosce più l’autorità delle istituzioni? “Tutta colpa del “68”. Sono passati quarant’anni. Quaranta esatti. Eppure non sembra che in Italia ci sia un particolare interesse ad approfittare dell’anniversario per porsi qualche domanda su quegli anni. Magari anche in senso autocritico. Magari anche lasciando da parte orgogli e ideologie. Sarà che c’è da pensare ad altro. Sarà che ci sono le elezioni di mezzo. Eppure qualcun altro aveva approfittato proprio delle elezioni per far piombare come una mannaia una serie di accuse precise al “68: "Da allora non si può più parlare di morale in politica, ci ha imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno imposto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori". Sarkozy durante la campagna elettorale, quasi un anno fa. E questo suo andare al cuore del problema, questo suo attaccare la cultura della sinistra nel cuore del suo tempio santo, dove lo ha portato? Non solo fra le braccia di Carla Bruni. Ma anche all’Eliseo. Sarkozy, con toni tipici da campagna elettorale, così dipingeva la sinistra francese, custode dell’ideologia sessantottina: “difende i trasporti pubblici ma non li prende mai, ama la scuola pubblica e non ci manda i suoi figli, adora le banlieues ma non ci vive, parla di interesse generale ma si barrica nel clientelismo e nel corporativismo, firma petizioni quando si espellono gli squatters ma non ne ospiterebbe mai uno a casa sua”.
Dunque se il “68 si affaccia sul presente italiano come sintesi di un relativismo estremo, in una critica non costruttiva a tutte le istituzioni ed al principio di autorità in generale, in uno scollamento fra Paese pensato a Paese vissuto, mi pare non serva un luminare della medicina per dire che abbiamo diagnosticato la malattia per cui agonizza l’Italia, e pure la sua origine. Non è insomma molto difficile dire che è veramente “tutta colpa del “68”. Se non crediamo più nelle istituzioni è perché un “68 che è sopravvissuto nella cultura ce le ha distrutte tutte, una ad una. E senza istituzioni pubbliche permeate di una condivisione etica non ci si può meravigliare di niente di ciò che accade nei recinti della politica. Se la famiglia è in crisi profonda è perché è da quarant’anni al centro del mirino, bersaglio privilegiato dei guastatori sessantottini sopravvissuti al “68. Se la scuola non insegna più, è perché sopravvivono gli spettri di quegli anni nelle aule, nei corridoi, e persino nelle sale insegnanti. Tutte queste però – lo so – hanno il sapore di illazioni, di pensieri astratti. Sì, perché io nel “68 non c’ero. E me ne scuso, ma i miei genitori hanno aspettato altri undici anni prima di farmi esistere. Non ho quindi respirato personalmente quel clima, non ho vissuto le aspettative che i ragazzi avevano allora. Però, molto chiaramente, i frutti di quelle battaglie parlano una lingua comprensibile a tutti. E tutto è partito da lì, dal 1968.
E allora viene da chiedersi: in Italia, dove sono gli intellettuali disposti a parlare apertamente e senza reticenze dei guai del “68? E dove i politici capaci a tradurre questa critica in azione di governo? Ora, non dico che debba per forza chiamarsi Nicola Sarcosio ed avere un flirt con Claudia Schiffer, ma siamo proprio condannati a non avere neanche uno straccio di Sarkozy italiano?
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 17 febbraio 2008
mercoledì, giugno 18, 2008
Scoprire il passato per il futuro
È morto il Principe Gran Maestro dell’Ordine di Malta. Sua Altezza Eminentissima Fra’ Andrew Willoughby Ninian Bertie. E nel buio della sua morte un raggio si posa ad illuminare un’istituzione antica quanto l’Occidente. L’Ordine di Malta. O meglio, il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta. Sì, perché le cose che hanno una storia complicata proiettano nel presente la propria complicazione in nomi, simboli e bizantinismi di altro genere. L’Ordine di Malta è un’organizzazione di cavalieri che ha oramai più di mille anni. Sovrano, perché la sua storia ha preservato per lui il rango di uno Stato, in virtù della lunga sovranità esercitata dai cavalieri a Rodi e poi a Malta, da cui anche la complicata dicitura. Complicata almeno quanto i titoli del Gran Maestro, che è Altezza in quanto principe, per nomina imperiale, ed eminentissimo, per un rango cardinalizio concessogli da un qualche Papa. E nella sua complicazione l’Ordine rappresenta l’Occidente. Pieno di storie, di glorie e di intrighi, che si sforzano di trovare un significato anche nel presente. Non sempre accade. Spesso siamo costretti a lasciare nell’oblio molto di noi stessi per non soccombere. E spesso ci sono forze che fanno di tutto per farci dimenticare noi stessi. Che ne è della consapevolezza delle nostre antiche identità locali? L’Unità d’Italia concettualmente doveva cancellare tutto ciò che c’era prima, in una sorta di rivoluzione francese all’italiana? E ancora: che ne è delle tradizioni antiche e radicate che scompaiono di fronte all’invadenza della televisione, che ogni giorno ci rende tutti più uguali, tutti più livellati, tutti più mediocremente schiavi di modelli che puntano al ribasso? Ecco perché vale la pena ogni tanto sbirciare all’interno dei recinti di una istituzione come l’Ordine di Malta, che dall’anno 1099 partecipa, in vario modo nelle diverse epoche, al grande ribollire dell’Occidente, e più in generale della Cristianità. Ecco perché guardando in quel passato che l’Ordine ancora si porta nel presente, il nostro cervello è stimolato a riflettere sulle nostre identità, su quanto stiamo o non stiamo portando dalla generazione che ci ha preceduto a quella che ci seguirà.
Voglio allora riservare questo piccolo spazio che mi è concesso per ricordare il Gran Maestro che se ne è andato. Fra’ Andrew Willoughby Ninian Bertie è stato il primo britannico eletto Gran Maestro nel corso dei 900 anni di storia dell’Ordine. Nato il 15 maggio 1929, ha compiuto i suoi studi alla scuola Benedettina Ampleforth College nello Yorkshire, e si è laureato in Storia Moderna alla Christ Church di Oxford. Ha inoltre frequentato la Scuola di Studi Africani e Orientali alla London University. Dopo aver prestato servizio militare presso la Guardia Scozzese, ha lavorato come giornalista in campo finanziario nella City a Londra, per poi dedicarsi all’insegnamento di lingue moderne (francese e spagnolo) presso la Worth School nel Sussex. Accolto nell'Ordine nel 1956, ha poi preso i voti perpetui nel 1981. Sì, perché i più alti ranghi dell’Ordine di Malta fanno ancora voto di povertà, castità ed obbedienza, proprio come gli antichi cavalieri medievali, prendendo il titolo di Fra’. Diventare cavaliere professo – così si chiamano – è dunque una cosa seria. Fra’ Andrew ha poi fatto parte del Sovrano Consiglio (il governo dell'Ordine) per i successivi sette anni prima di essere eletto Gran Maestro l’8 aprile 1988. Vogliamo allora ricordarlo, e portare la sua figura, e con essa l’Ordine nel suo complesso, nei canali di informazione. Così che sempre più persone, aiutate dall’esperienza e dalla storia di questa istituzione, possano scoprire che nel proprio passato sta anche il proprio futuro.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 10 febbraio 2008
lunedì, marzo 31, 2008
Ad una ad una crollano le torri del bene
Vergogna. Un profondo senso di vergogna. Gli echi della mancata visita di Papa Benedetto XVI alla Sapienza stimolano la mente alla riflessione, e dalla riflessione sgorga un sentimento. Di vergogna appunto. Vergogna di appartenere a questo sistema. Vergogna di essere italiano e non poter fare nulla contro il collasso dello Stivale. Crollano le istituzioni, una ad una, come le torri di Minas Tirith, sotto l’attacco massiccio dei peggiori sentimenti. Precipita la politica, e barcolla la casa democratica costruita con il sangue, schiacciata dal dilagare dell’avidità, innestata su una saccente ignoranza. Il Parlamento si affolla di piccoli opportunisti senza la benché minima capacità di proiettarsi su di un bene comune, ma governati dalle più bieche passioni. Si allontana il potere del governo, quello che dovrebbe guidare un popolo, e che finisce invece per essere l’ufficio esterno di piccoli gruppuscoli di potere. A catena crollano tutte le altre istituzioni, lasciando gli italiani soli con il proprio rancore. Si spegne l’università, che nel massimo gesto di intolleranza e di rifiuto ha costretto il Papa a star fuori dalla Sapienza; il luogo della cultura ha così gettato nel fuoco più ardente l’ultimo briciolo di credibilità che aveva. Le istituzioni proiettate sulla formazione e sul futuro sono infatti in mano a degli sciagurati, eredi di ideologie, misere lobbies e baronie feudali oramai decadute. Che futuro possono costruire per il Paese? Che forgia possono essere per le nuove generazioni e per i nuovi italiani immigrati da lontano? Che maestri possono essere le schiere di professori divenuti tali per tessera, amicizia o prestazione sessuale? E intanto tutto il mondo ride. Ride guardando le assurdità di questa nazione. Ride e se ne guarda bene dal venire a portare i propri danari qui. Ride, e va in vacanza in Croazia. Ride, e si gode lo spettacolo di una commedia grottesca che racconta il disfacimento di un popolo. E quasi quasi godiamo a vederci sbeffeggiati, derisi, scherniti sulla stampa internazionale. Siamo talmente divisi e atomizzati che siamo felici se i media anglosassoni raccontano del ministro della giustizia indagato; siamo felici se la platea ride mentre sul palco indagano Berlusconi per aver raccomandato qualche vacua sciacquetta; siamo felici mentre tutti si riempiono di grasse risate guardando in faccia l’uomo a capo del governo del Paese. E ancora più sciagurate sono le forze che ogni giorno tentano di colpire le fondamenta della famiglia, unica istituzione che salva l’Italia dal baratro del totale fallimento. Ogni giorno italici mostri si svegliano e dedicano la propria giornata a mostrare agli italiani quanto sia nefasta la famiglia e quanto positivo sia il suo disfacimento. Divorziate! Abortite! Fate figli, ma non troppi, e lasciateli poi nel solco della vostra divisione! Case costruite sulla sabbia.
Impazzano nel paese le peggiori pulsioni umane. E non facciamo che alimentarle quotidianamente, riempiendo le televisioni di modelli ogni giorno più negativi e più pirateschi. I rapporti fra uomini e donne, in ogni ambiente e ad ogni grado, sono intrisi della più evidente lussuria. Gli uffici, le imprese, le scuole, tutti luoghi divenuti giorno dopo giorno bordelli a cielo aperto. Abbiamo riempito il cuore delle nuove generazioni di confusi desideri di celebrità, abbiamo messo sull’Olimpo perfetti imbecilli solo per aver pascolato qualche tempo nelle praterie televisive, abbiamo costruito un idolo da adorare, un punto di riferimento verso cui indirizzare le giovani vite di chi si affaccia ora sull’Italia: il desiderio di apparire. In una parola: la vanità. O la grande ambizione di poter vivere senza fare nulla, accidiosi Corona arricchiti da un passaggio in tv.
E se ancora sopravvive una maggioranza che lavora, se ancora le forze del bene pesano più delle bieche forze del male, non sembrano fare nulla per drizzare un paese che sta crollando. Non serviva forse la lagnanza di un improbabile Savonarola per saperlo. Ma stiamo affondando. Qualcuno ha in mente che fare?
paologambi@lavocediromagna.com
(da La Voce di Romagna, 20 gennaio 2008)
mercoledì, febbraio 27, 2008
La verità è un bene prezioso che non viene trasmesso in tv
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 23 dicembre 2007
Berlusconi è un bieco raccomandatore di modelle, veline, attrici, paperette, e starlette varie, come sembrano svelarci i media in questi giorni? Contando che da decenni possiede tre tv, non è un pensiero particolarmente acuto. Eppure è appena passato alle cronache come lo scandalo degli scandali. Emanuele Filiberto va alle feste, magari alza il gomito e fa il simpatico con qualche modella discinta, come ci racconta un video che negli ultimi giorni gira con particolare veemenza su internet? Considerando che è un reale abituato ad un certo tipo di vita, neppure questo pensiero pare sostanzialmente rivoluzionario. Eppure è stato usato un vecchio filmato per attaccare la sua immagine. Un generale della Finanza usa un aereo pubblico per fini privati. Neanche questo sembra un così grande scoop, nell’Italia di oggi fatta di filibustieri, bucanieri, pirati e corsari. Eppure questi tre pensieri, innocui finché adagiati nel nostro cervello in una generica consapevolezza della loro esistenza, diventano scandali contro cui scuotere la testa se iniettati nell’opinione pubblica tramite una massiccia iniezione mediatica. Le cose insomma non sono semplici come appaiono ad un primo sguardo. L’uomo è ciò che mangia? Macchè, l’uomo è che mostra. Oggi come non mai. Anzi, a dirla tutta, l’uomo è ciò che di lui viene mostrato. Dalla televisione. Ciò che appare ai telespettatori, semplicemente è. Ciò che non appare semplicemente non è. Nella nostra considerazione in questo momento Berlusconi è un disonesto perché la televisione e i media ci hanno raccontato che ha raccomandato tre attrici a Saccà. Non ci viene da pensare ora che magari un qualche altro politico è ancora più disonesto perché oltre a raccomandarle le attrici se le spupazza pure. Questo ora non lo vediamo in tv, vallettopoli sembra finita. E se non lo vediamo, semplicemente non esiste.
Eppure Emanuele Filiberto non è più ubriacone di qualche altro reale solo perché è stato colto con le mani nel sacco da una telecamera, e gli altri sono stati invece abbastanza furbi da non farsi riprendere. Berlusconi non è più raccomandatizio di tutti gli altri solo perché pubblicano le intercettazioni che lo riguardano, e non vengono magari pubblicate altre intercettazioni. Il generale Speciale non è più furbo di tutti gli altri solo perché la sua storia dell’aereo è emersa nelle cronache, mentre qualche suo collega continua magari ad andare in giro a spese dello Stato nell’ombra del segreto mediatico. Eppure nella società dei media funziona così. Quod non est in televisione non est in mundo. Non abbiamo ancora imparato a grattare la crosta mediatica, quella che ricopre oramai tutto ciò che ci circonda. Non abbiamo ancora imparato a superare i muri dell’apparenza che ci tengono nascosta una realtà che crediamo di possedere. Noi crediamo a ciò che ci racconta la televisione, nel modo in cui essa ce lo racconta. È un potere immenso, stratosferico quello di chi ha in mano questi strumenti. Ed è una faccenda che investe uno dei beni più alti: la verità. La verità è quella che ci viene raccontata. La verità è quella che passa in televisione. Ecco perché bisogna stare attenti. Ecco perché bisogna sempre diffidare da coloro che proclamano di avere la verità, e a tutti i costi vogliono raccontarla agli altri. Generalmente o hanno tanto fumo da vendere, o usano porzioni di realtà per dimostrare una qualche tesi strumentale. La verità è un bene tanto prezioso quanto nascosto, che si sottrae al nostro sguardo per darci di sé solo barlumi di sé. Ma che soprattutto non passa in tv. Però, tutto sommato, bisogna mantenersi fiduciosi ed avere speranze. Quantomeno per il detto evangelico. “Non enim est occultum quod non manifestetur nec absconditum quod non cognoscatur et in palam veniat”. Alla fine, dunque, anche le realtà più occulte e nascoste verrano svelate. Alla fine. Cioè non ora. Per ora bisogna accontentarsi di ricercare con il buon senso ciò che della verità ci sfiora. Anche quando riguarda un principe ubriaco o una valletta sospinta da Silvio.
lunedì, febbraio 25, 2008
Se ci fosse una partita di calcio saprei subito da che parte stare
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 9 dicembre 2007
C’è stato un gran parlare del rapporto Chiesa-massoneria nelle ultime settimane, dopo la mia critica al libro “i papi e la massoneria” di Angela Pellicciari. Per esprimere una mia posizione richiesta da un lettore – e per farlo, spero, senza annoiare troppo – mi addentro in un terreno a me estraneo, quello del calcio.
Se ci fosse una partita di calcio fra cattolici e massoni – ammesso che competano nello stesso sport – non avrei dubbi su quale sarebbe la squadra per cui tiferei. Divisa nera, tanti bottoncini dal collo ai piedi, colletto bianco. Allenatore in bianco, con zucchetto, anello e croce pettorale. Gli avversari, giacca e cravatta, grembiule e spada. Se esistesse questa partita, tiferei con tutto me stesso per la squadra dei neri imbottonati, anche se in realtà saprei anche quale sarebbe l’esito sul campo da gioco. Lo saprei con una discreta certezza, perché seguo con attenzione il calcio-mercato e le politiche della squadra da un po’ di tempo. E credo di poter dire che se ci fosse questa partita, i cattolici perderebbero sonoramente. Perché mentre gli avversari, che pure hanno meno scuola e un minor numero di scudetti vinti, con un proprio metodo empirico hanno capito che per vincere si dovevano comprare buoni giocatori, allenarli secondo le esigenze del campionato, e creare una giusta tifoseria, la mia squadra ha molti giocatori che non fanno mai quello che dice l’allenatore, neppure mettono la divisa, sono poco e male formati, e spesso di bassa qualità atletica. Anzi, alcuni sono talmente fuori dalle logiche del campo di gioco, che pensano di poter imporre loro stessi le regole, convinti che gli altri le rispetterebbero. Quando invece le regole del campo di gioco sono il risultato di mediazioni fra tutte le squadre. Questi miei giocatori hanno un’identità così labile che oscillano dal voler mettere le regole di gioco, al tifare sottilmente per altre squadre. In più non ammettono di aver bisogno di allenamenti e di una buona campagna di calcio mercato. Ed ecco che noi che stiamo sugli spalti vorremmo scendere in campo, ma non possiamo, vorremmo che i nostri giocatori imparassero qualcosa dalle altre squadre, ma loro neppure morti. Vorremmo insomma che la nostra gloriosa squadra tornasse a vincere sul campo di gioco, ma i giocatori sembrano voler far di tutto per perdere. Alcuni giocatori addirittura dicono che è meglio così, è meglio perdere, perché la chiesa deve essere povera e debole. E intanto in questo modo perdono tifosi e prendono goal. Poi saltano fuori tifosi che di fronte alle sonore sconfitte incolpano semplicemente gli avversari per aver vinto, e sostengono sottilmente che era meglio quando si giocava con le palle di stracci, e anzi ripropone di tornare a farlo.
Ora, fuori dalla metafora, quello che sostengo io è che è evidente che la Chiesa e la massoneria sono due squadre diverse, perché operando nel campo di gioco del mondo come gruppi distinti si trovano per forza a competere in molti settori e situazioni. Mi rimane il dubbio, appunto, se giochino allo stesso sport o no. Che la mia squadra non voglia bene all’altra lo dicono i papi nella storia, anche se nessuno mi ha mai convinto dell’esistenza di un perché teologico che stia alla base di questo scontro e che vada al di là del semplice atteggiamento filo pontificio del libro della Pellicciari, o di logiche di mera politica di scontro fra diversi gruppi di potere. Quello che però dico da tifoso è che non comprendo il perché di questo muro che è stato innalzato. Vanno bene i cori da stadio, dalla curva cattolica partono coretti che danno del satanista all’avversario, dall’altra curva partono grida di oscurantismo, tutto ciò sta nella logica del tifo. Ma le tecniche di gioco avversarie, se sono vincenti, si possono e si devono emulare. Quelle dei massoni funzionavano benissimo nell’epoca moderna, e la mia squadra, invece di cercare di capirne la novità e la dirompenza, ha chiuso gli occhi condannandole e continuando a giocare con formazioni post-tridentine sfilacciate. Quando poi la dirigenza della mia squadra si è riunita con il Vaticano II e si è accorta che il mondo era cambiato ed era entrato nella modernità – di cui nel frattempo la cultura massonica si era impadronita, incarnandone l’essenza – la stessa modernità volgeva al termine, lasciando spazio a questa indefinibile postmodernità. Allora la domanda che si pone è: qual è la tattica di gioco migliore in questa nuova era? Probabilmente entrambe, sia quella post-tridentina sia quella della massoneria, sono inadeguate se riproposte così come sono. Ma proprio perché di tattiche di gioco si parla, e non di altro, perché invece di innalzare sempre più questo muro fra Chiesa e mondo, non si cerca di capire le ragioni della vittoria degli avversari, per poter così tornare a vincere nel nuovo campo di gioco?
lunedì, febbraio 25, 2008
Lo scontro Chiesa-Massoneria. Un lessico per cercare di capire
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 2 dicembre 2007
Cesaropapismo, teocrazia, stato laico, modernità, massoneria e Chiesa cattolica. Questi sono alcuni dei concetti e delle parole che si stagliano da protagonisti nell’orizzonte contemporaneo. E nel dibattito di quest’ultima settimana. Vale allora forse la pena chiarire sommariamente gli estremi della questione. Cesaropapismo. Con tale termine generalmente si intende la tendenza del “Cesare”, cioè del potere civile, a diventare anche “Papa”, ad impadronirsi cioè del potere spirituale. È una vocazione primaria di ogni forma di potere politico, che tende per natura a trasformarsi in assoluto. Gli esempi più clamorosi di questo fenomeno sono da ricercarsi nell’antico impero bizantino, ma anche nell’Inghilterra anglicana, dove il sovrano, re o imperatore che fosse, di fatto comandava anche per questioni di carattere spirituale sul clero e l’episcopato. Ma pressoché ovunque sono presenti tentativi dello Stato di diventare assoluto impadronendosi della sfera religiosa, dalla Francia monarchica (e ancora di più da quella repubblicana) all’Impero austro-ungarico. Per teocrazia si intende piuttosto la situazione opposta, ossia la tendenza del potere religioso e spirituale ad impadronirsi di quello secolare. È un’esperienza tendenzialmente estranea all’orizzonte cristiano, basato piuttosto su un equilibrio fra i poteri teorizzato a più riprese in espressioni come “potestas indirecta Ecclesiae in temporalibus” (potere indiretto della Chiesa negli affari terreni), o “potestas mediata Ecclesiae in temporalibus” (potere mediato della Chiesa negli affari terreni. L’unico Papa che si avvicinò a teorizzare una potestas “directa” della Chiesa sugli affari terreni, ossia una vera e propria teocrazia, fu Bonifacio VIII, senza però riuscire nell’intento. Con il dualismo Cesare e Dio, è Gesù stesso ad aver posto le basi per quella concezione tipicamente e genuinamente occidentale di distinzione tra cittadino e credente, tra Stato e Chiesa, tra orizzonte umano ed orizzonte soprannaturale. La teocrazia è piuttosto un sapore gradito ad altre latitudini, nei paesi di matrice islamica, dove la norma divina, ossia quella del Corano, diviene direttamente norma del potere secolare. Lo Stato laico, per come è giunto ad essere concepito oggi, è essenzialmente una conformazione statuale non basata su una unica trascendenza religiosa, ideologica o religiosa, uno Stato concepito come contenitore tendenzialmente imparziale per diverse idee e fedi, che dovrebbero incontrarsi e scontrarsi liberamente all’interno di confini certi sanciti dallo Stato con la legge. La concezione dello Stato laico è in estrema sintesi il riflesso di questa concezione cristiana dualistica sugli apparati pubblici, e frutto politico della cultura cristiana, da cui ha avuto origine. Il rapporto fra sfera religiosa e sfera civile è sempre stato presente nei dibattiti e negli spazi del pensiero, specialmente nella storia cristiana, ma la laicità dello Stato per come viene generalmente concepita oggi è divenuta protagonista tendenzialmente nella modernità, quando si sono affacciati sulla storia concetti e concezioni statuali nuove. Da una parte la crescita di centralità da parte dello Stato-nazione, che ha creato una sorta di smarrimento per il singolo cittadino, lentamente privato dei punti di riferimento più immediati e vicini come la famiglia, la comunità locale, i corpi intermedi. Dall’altro l’affermarsi deciso di una nuova razionalità in pressoché tutti gli ambiti della vita sociale. In questo contesto può inserirsi lo scontro fra Chiesa e massoneria, l’una in difesa in primo luogo delle istituzioni naturali – prima fra tutte la famiglia – ma anche del patrimonio intellettuale pre-moderno con cui si era caratterizzata, l’altra in attacco nell’affermazione dei nuovi principi della modernità. E in guerra, si sa, tutto può accadere. Da un lato la Chiesa ufficiale, che da secoli tenta una conciliazione con i principi della modernità, dall’altro, all’interno del gigantesco contenitore ecclesiale, parti di Chiesa che vogliono dialogare, parti che vogliono tornare indietro nella storia. Ed ecco un’interpretazione del perdurante scontro con la massoneria, che di questa modernità è simbolo. Lo stesso vale anche per la libera muratoria: da un lato parti di essa che vogliono un dialogo con la Chiesa cattolica riconoscendone ruolo e meriti, dall’altro larghe fasce, radicate oramai nei secoli, che nella Chiesa vedono solo un residuo di tempi passati. In questa interpretazione sta il motivo del desiderio espresso di vedere il dialogo fra queste due realtà, per chiarire le rispettive posizioni e non basare il giudizio per i cattolici su leggende nere mai dimostrate, per i massoni su pregiudizi anticattolici. Dialogo. Forse è quello che massoneria e Chiesa cattolica dovrebbero trovare. L’una per riconciliarsi con un passato che credeva di avere sconfitto, e che invece è e sarà sempre presente. L’altra per fare i conti con una modernità che ancora non ha digerito, nonostante si sia già passati alla successiva epoca postmoderna. Dialogo. È l’unica cosa che si può auspicare…
lunedì, febbraio 25, 2008
Ma si può essere cattolici e non rimpiangere lo Stato pontificio?
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 25 novembre 2007
Si può essere cattolici e credere nella democrazia, nel principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, nel libero mercato, nel progresso, nella scienza? Si può essere cattolici e vivere senza conflitti quell’apparato di valori, idee, strumenti e condizioni che sono stati gradatamente conquistati in Occidente, in varie fasi, negli ultimi secoli sulla base di una storia ultramillenaria? Si può, insomma, essere cattolici e vivere a viso aperto e con orgoglio l’appartenenza ad un era che non è più quella del Papa-Re? A leggere il libro di Angela Pellicciari appena edito dall’Ares “I papi e la massoneria”, la risposta sembra un secco “no”. Il libro si limita a raccogliere e commentare alcune censure pontificie contro la massoneria. La quale viene prima presa a simbolo di quel complesso di valori che hanno costruito le moderne società liberali, poi associata a socialismo e comunismo in un grande calderone che, sotto sotto, rimanderebbe tutto insieme alle trame di satana. Questo è quello che più o meno si capisce arrivando in fondo al libro facendo lo slalom fra scomuniche e commenti vari. Dunque la massoneria viene scomunicata dalla Chiesa cattolica, in questa discutibile interpretazione, perché ha abbattuto lo Stato pontificio ed i vari regni dell’ancien régime, ed ha creato un nuovo ordine politico, quello democratico e liberale in cui l’Occidente vive ora. Invece di cercare di storicizzare e capire il perché di queste vetuste scomuniche - e soprattutto di renderne attuale il messaggio - l’autrice sembra volersi mettere dalla parte dello Stato pontificio e del vecchio regime. Come dire che, sembra capire leggendo l’interpretazione che la Pellicciari dà a questo percorso di diritto penale canonico, per essere buoni cattolici bisogna stare dalla parte dello Stato pontificio, dell’unione fra trono ed altare, in una parola, della teocrazia. E questo, da cattolici, non si può proprio accettarlo. Anche perché, sia permesso ricordarlo, c’è stato il concilio Vaticano II, preceduto da una lunga serie di encicliche e vari atti pontifici, a gridare al mondo che Gesù è venuto per scandalizzare anche gli uomini del tempo contemporaneo, quelli che di tutte le cogitazioni su trono ed altare non sanno che farsene, che vivono nelle libertà civili, politiche e sociali che l’Occidente ha elaborato, e che non possono certo credere che Dio si sia incarnato per mettere in piedi una teocrazia. Nella storia della Chiesa ci sono tanti momenti e tante fasi, e certo tutte hanno una logica in quel cammino che ha portato questa istituzione a sopravvivere a tante ere ed a tante rivoluzioni umane. Se non ci fosse stato lo Stato pontificio probabilmente la Chiesa si sarebbe trovata in breve sottomessa a questa o a quella autorità statale, e non sarebbe potuta rimanere indipendente nei secoli con una posizione autonoma nell’annunciare il messaggio evangelico. Ma detto questo, ciò non significa che dello Stato pontificio e del governo del clero si debba poi andare così fieri, e si debbano andare a rispolverare e riproporre teorie giustificazioniste che si adattavano ad un mondo che oramai è decisamente lontano, ma che oggi fanno ridere. Se per parlare di Cristo in questo postmoderno liquido ancora si vanno a rispolverare con orgoglio il Papa-Re e la teocrazia, significa che c’è ancora in qualche anfratto della Chiesa un residuo di clericalismo concettuale, che non porta proprio da nessuna parte. E nel frattempo, persi fra baci alla sacra pantofola ed altri orpelli, ci si dimentica di conquistare il cuore dell’uomo contemporaneo.
In definitiva, viene da dire dopo questa lettura, se la massoneria è stata scomunicata perché ha fatto cadere lo Stato pontificio, ogni cattolico dovrebbe ringraziarla, per aver liberato il proprio Pastore dal fardello del potere temporale, ed aver lasciato così le sue mani più libere di occuparsi della cura delle anime. Proprio come intuì Papa Paolo VI, ancora da arcivescovo nel 1962. Se la massoneria è invece stata scomunicata perché è simbolo ed incarnazione dei valori della modernità, come pare capire da queste pagine, verrebbe da dire che nessun cattolico può vivere con pienezza l’era in cui Dio l’ha fatto nascere. Se invece vi sono altre ragioni di questa perdurante censura ecclesiastica nei confronti della libera muratoria, e di certo ci sono, vale la pena cercare di capirle, con mente libera e spirito critico. E questo libro non è certo la lettura adatta per farlo.