mercoledì, giugno 18, 2008
Ci serve l’orgoglio della diversità per non diventare tutti ermafroditi

Mimose, sorrisi di cortesia, feste di sole donne con spogliarellisti maschi dotati di panna montata, eccetera, eccetera. La festa della donna si è proiettata giallastra per ventiquattro ore o poco più nelle nostre quotidianità. E ora, a bocce ferme, l’animo in pena del maschio contemporaneo può sfogare le proprie frustrate insoddisfazioni. Abbiamo festeggiato la donna. Sì, ma quale donna? Ma più ancora, quale donna per quale uomo? Sembra che ancora qualcuno non si sia reso conto che un’era geologica è terminata. L’era geologica della stabile roccia patriarcale, quella su cui gira il programma della famiglia, fatta di uomo, donna, e figli. L’era patriarcale su cui si sono fondate regni e democrazie, istituzioni e filosofie, che vanno dall’Odissea a Napoleone, da Darwin a von Clausewitz. Finisce un’era sì. Ma cosa comincia? Le scommesse sono aperte. Qualcuno vorrebbe che quest’era lasciasse il posto all’era della femmina, all’era dell’abbattimento di una ragione per lasciare spazio al sentimento, o dell’ordine che lascia spazio alla fantasia. Abbasso i maschi viva le femmine insomma. E la cosa più strana è che non solo i maschi non si oppongono a questa idea, ma alcuni persino la sostengono e la supportano. Bastava accendere la radio in questi giorni della mimosa per sentire continuamente idee del genere che si diffondevano via etere. Qualcun altro ha un’idea diversa. E pare siano i più. Dall’era del maschio si dovrebbe passare all’era dell’ermafrodito. Ad un’era in cui le differenze di sesso e di genere si stemperano, facendo largo a un’idea radicale di uguaglianza che non solo abbatte le convenzioni sociali su cui si sono basati alcuni millenni di storia, ma che vuole addirittura superare nel suo ideologismo persino il limite posto dalla natura. In quest’era non ci sono più persone che nascono maschi e persone che nascono femmine, ma esseri umani che indipendentemente dal sesso che si trovano fra le gambe dovrebbero poter scegliere se essere uomini o donne. Alcune correnti filosofiche legate ai gruppi omosessuali ed altre incardinate nei movimenti femministi sostengono teorie del genere. Queste sono alcune delle proposte in campo per il futuro. Come maschio insoddisfatto dello stampo di fabbrica con cui vengono forgiate le nuove generazioni di uomini e di donne, avrei una proposta. Finita l’era patriarcale, e transitati per i mari burrascosi del femminismo, dell’egalitarismo, dell’omosessualismo, facciamo sorgere l’alba dell’era di un pacifico orgoglio della diversità. Un’era in cui uomini e donne siano messi nelle condizioni culturali e sociali per essere orgogliosi della propria identità sessuale, quella che la natura ha loro donato. Un’era in cui le persone sappiano accettarsi per come sono, ciascuna diversa dall’altra, senza dover per forza sentire la necessità di fughe verso identità diverse. Un’era in cui gli uomini e le donne non stanno le une contro gli altri sfogando tutte le proprie repressioni, frustrazioni, invidie ed insoddisfazioni in una guerra fra sessi che porta solo alla distruzione dell’umanità. Un’era in cui le donne non desiderano a tutti i costi scimmiottare gli uomini con i loro giochini più tradizionali della vecchia era patriarcale – la politica, il potere, la carriera, le guerre – e in cui gli uomini non vogliano essere donne, “mammi” intenti a portare a spasso i neonati o massai impegnati a cucinare la cena per il “moglio” o la “marita” che dir si voglia. Nasciamo maschi e femmine, e siamo diversi. La natura ci fa così, possiamo arrovellarci per una intera vita per capire il perché, ma se non lo accettiamo, entrambi, finiamo nelle paludi delle nevrosi di questa era di mezzo, di questo interstizio fra due ere geologiche in cui si decidono le sorti del futuro. Bisogna riflettere sul futuro che ci aspetta. E non sarebbe male farlo esclamando convinti: evviva la diversità!
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 9 marzo 2008
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mercoledì, giugno 18, 2008
Femmine al potere, maschi suicidi

Donne al potere. E gli uomini che fanno? In principio fu Sirimavo Bandaranaike, la prima donna al mondo ad essere eletta primo ministro, nel 1960. Poi c’è stato il “68, e da allora di donne che si sono dedicate al gioco del potere ce ne sono state sempre di più. A volte anche con un successo largamente riconosciuto: basti pensare a Golda Meir, o a Margareth Thatcher. Oggi abbiamo Michela Vittoria Brambilla, o Angela Finocchiaro, in Italia, Hillary Clinton negli Stati Uniti, Angela Merkel in Germania, e tante altre. Donne al potere. Nelle liste elettorali vengono inserite sempre più donne, spesso in virtù di “quote rosa”; nelle istituzioni sempre più spesso ci sono politici femmine, il potere delle donne si accresce ogni giorno. Modelli di donna che vengono teorizzati, costruiti, affermati e divulgati. Modelli di donna che si fanno spazio nelle menti delle ragazze giovani, e che sulla base di quei modelli diventeranno le donne del futuro. Vale allora forse la pena porsi una domanda: è veramente bene che così tante donne dedichino la propria vita alla gestione del potere pubblico, che tradizionalmente – ossia nei millenni di vita del genere umano salvo rarissime parentesi – è stato di spettanza dei maschi? Alcune donne diranno di sì, perché è giusto, nel loro pensiero, che possano “realizzarsi” facendo carriera, e faranno cadere dal mazzo la carta dell’uguaglianza fra sessi. Altre, rarissime, diranno di no, perché buttandosi nella morsa del potere snaturano la loro vocazione alla maternità. Qualcuna parlerà di equilibrio fra le due cose. Molte altre diranno magari che è giusto che ci sia la possibilità di scelta tra maternità e carriera. O meglio, tra maternità e potere. Maternità o potere? Perché non è difficile capire che se ci si dedica tutto il giorno alla pressante gestione del potere, non si può dedicare il proprio tempo ai figli, né tantomeno al marito.
E di fronte a questo rimescolarsi dell’identità femminile, gli uomini che dicono? Gli uomini sono talmente addormentati ed intontiti che non dicono nulla. Una vera riflessione maschile su ciò che sta succedendo nell’orizzonte femminile, su quale futuro stiamo costruendo, ed una conseguente azione, non c’è. Gli uomini delle donne guardano le tette e con quello sono già contenti. Ma non si sono resi conto che tramite quelle piccole o grandi armi si sono fatti conquistare da un torpore intellettivo, ed hanno lasciato carta bianca a quelle donne che volevano rivoluzionare l’identità femminile, uccidendo la madre e più ancora la moglie per affermare un principio matriarcale nella società. Non si rendono in definitiva conto, gli uomini, che quanto più si afferma il modello di donna al potere, tanto più quell’identità maschile costruita nei millenni si stempera. Che futuro dipinge per gli uomini e per la società l’affermarsi del modello di donna al potere? Qualcosa di verosimile è sotto gli occhi di tutti: per ogni donna che va al potere, ci sarà una mamma in meno. O se anche questa donna si dedicherà a generare figli, il ruolo di madre in senso sostanziale verrà appaltato al “compagno”, visto che lei è troppo impegnata a fare altro. Perché le donne potranno anche illudersi di poter prendere il posto degli uomini nella società, ma di certo non che gli uomini possano prendere il loro all’interno della famiglia: i “mammi” sono i mostri più orrendi mai partoriti da mente umana. Invece per ogni donna che si dedica al potere, un uomo sarà costretto a fare da mamma; o, se non accetta questa condizione, sarà costretto a rinunciare ad avere una moglie. Almeno concettualmente. Le donne fanno gli uomini. Gli uomini fanno le donne. Ruoli invertiti. E ai maschi questo va così bene? Veramente il genere maschile prospetta per il proprio futuro – senza porsi nessun problema – questa castrazione della sua vocazione più naturale? Veramente vogliamo delle donne così? Esistono uomini che riflettono su questo scombussolamento della società? Che è un po’ come chiedersi: ma gli uomini finiranno per votare le candidate donne, segnando con le proprie mani e le proprie schede il proprio destino?
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 24 febbraio 2008
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categoria:donne
martedì, febbraio 19, 2008
La più bella di Romagna? vive nascosta a San Leo


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 19 agosto 2007


Se proprio vogliamo dirlo, no, non è la Scorticata di Torriana la donna della Romagna che più aderisce all’assoluto estetico, come sostenuto ieri dal presidente del gruppo editoriale La Voce, Gianni Celli, in una bella intervista al grande Gianfranco Angelucci. È la prima volta da quando ci conosciamo che mi trovo ad essere in disaccordo con un’opinione del presidente, e proprio per questo voglio raccontare e documentare pubblicamente questo disaccordo, come gli uomini liberi sogliono fare. Intanto, per dare un primo indizio geografico, la donna più bella di Romagna non viene da Torriana ma da San Leo, anche per la gioia del suo simpatico sindaco Dario Giorgini. Viene cioè da un paese intriso di fascino e mistero, circondato da vedute collinari degne del migliore sogno del più incallito appassionato del genere fantasy. Solo con  le radici in un’atmosfera fantastica un albero umano poteva giungere a sfiorare con le proprie fronde l’assoluto, la Bellezza. E ovviamente solo in un paese che, pur amministrativamente (e forse ancora per poco) sotto la provincia di Pesaro, ha nel cuore un sincero spirito romagnolo che pulsa al di là della storia. Insomma, solo un luogo così aperto alla Bellezza poteva contenere tutto il fascino della donna più bella di Romagna. E non stiamo parlando della bella assessora del Comune, né di una qualche bellona che sia scesa dalle colline per affumicare le carni in riviera standosene tutto il giorno mezza nuda sotto il sole. Anzi, per svelare un altro particolare, di questa donna, a dire il vero non abbiamo neppure sue fotografie, dipinti o immagini. Almeno io non ne ho mai viste. Eppure è lei. La più bella. La più Donna. Come è possibile? Recatevi a San Leo. Una volta in paese entrate nella cattedrale di San Leone, che è tutt’uno con il monte che la sorregge. Badate bene: per incontrare la Donna più bella non si deve andare in una qualche discoteca, dove pure si tenta di urlare esteticamente il concetto del “bello”, né ad un qualche concorso di bellezza. Ma in una chiesa romanica scarna e disadorna. E non stiamo parlando di nostra madre la Madonna. Proiettati in un passato lontano nel tempo ma vicino nelle sensazioni che vi accompagneranno, scendete nella cripta di questo duomo. Magari in un giorno d’estate, quando scoprirete il fascino di trovarvi in un’oasi di fresca tranquillità rubata ad un ululante e caldissimo mondo esterno. Specie se venite da Rimini. Con addosso la serenità che questo luogo suscita, e già predisposti ad andare oltre la mera apparenza, nella cripta troverete un’affascinante iscrizione di ringraziamento di San Leo. E girando le spalle a questo sarcofago, troverete lei. La Donna. La più bella, la più femminile. La Contessa Anna Nardini. La troverete in un’iscrizione molto rovinata e scolorita, in cui non vi è neppure menzione di date; d’altra parte quando si parla di assoluti il tempo è molto relativo. E non c’è bisogno di urli, ma di sussurri che sfiorano la realtà. E leggendo questa iscrizione, circondati dal genius loci di San Leo, la conoscerete in tutto il suo splendore. Scoprirete che questa donna era nota “per l’avvenenza, ma più per l’affabilità e pietà d’animo, eccellente nel saviamente maneggiare gli affari domestici, virtuosissima nell’educazione dei figli, prudentissima nel sopportare e perdonare le ingiurie, amabile al consideratissimo consorte sulla norma delle femine dei SS. Patriarchi, fortissima nel disprezzare le lusinghe sfacciate del secolo, lustro e decoro della patria, consolatrice degli afflitti, soccorso dei tribolati ed indigenti”. Non vi importerà nulla allora di che colore avesse i capelli, che abiti mettesse addosso, o peggio ancora che misura avesse di reggiseno o se già in questo passato senza data si fosse data al rassodamento dei glutei e all’estirpazione della cellulite. La sua Bellezza supera ogni convenzione animale, ogni pulsione carnale e ogni convenzione. È l’incarnazione della Donna – la donna ideale, la donna perfetta – e la percepirete lì, a fianco a voi, e capirete che lei è la più bella. Non ci credete? Provateci, e mi saprete dire…
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categoria:donne, romagna
domenica, febbraio 17, 2008
Se si usasse il latino per conquistar le donzelle…


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 27 maggio 2007
 

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.\Nescio, sed fieri sentio et excrucior”.
Duemila anni di generazioni maschili hanno conquistato l’altra metà del mondo recitando l’inizio del carme 85 di Catullo. È triste constatare che recitare oggi questo capolavoro assoluto della letteratura amorosa universale in Italia non serve più ad aprire il cuore delle giovani donzelle. Semplicemente perché è in una lingua che non è più conosciuta neppure da coloro che la studiano a scuola. Dunque viene da chiedersi, ha senso oggi riproporre la lingua latina? Una domanda centrale, non solo per chi ricorda con nostalgia i pomeriggi passati a tradurre versioni di latino, o per chi si gustava i carmi di Orazio seduto sotto un tiglio. Parlare di latino ci porta nell’orizzonte della memoria, di un mondo passato – che scorre discreto e appena percettibile nei rivoli del presente – che parlava rigorosamente latino. Nel mondo romano come in quello cristiano. Il latino è la lingua madre dell’identità europea. Volerlo dimenticare e fare diventare questa lingua un repertorio di lettere morte ad uso di qualche studioso occhialuto significa voler dimenticare la parte più intima del nostro passato, della nostra identità più profonda. Non è certo importante conoscere il latino per poterlo parlare come fosse una lingua corrente (anche se esistono radio e giornali in latino, forse più perle per intenditori che strumenti realmente utili), ma è essenziale conoscerlo per chiunque voglia fare un passo di approfondimento nei confronti del passato. Chi ama il mondo anglosassone e la cultura inglese cosa fa? Studia l’inglese, anche solo per gustare la lingua in cui si articolano le relazioni in quella fetta di mondo che ammira. E chi ama la tradizione e l’identità occidentale cosa dovrebbe fare? Imparare il latino, proprio per lo stesso motivo.

Le scuole insegnano il latino, sì, qualcuna, nella misura in cui oggi un insegnante può trasmettere conoscenza. Ma sembra una trasmissione spesso svogliata e demotivata, un’imposizione burocratica che pesa sulle spalle dei ragazzi come un macigno. Però non si può dire che tutto sia perduto. Per citare un evento di cronaca, si è appena concluso un convegno, promosso dal Cnr e dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche, per cercare una risposta alla domanda che ruota intorno all’opportunità della riproposizione della lingua latina. O meglio, per articolare una forma diversa ad una risposta che è già chiara come il sole. Secondo il Vice presidente del Cnr, Roberto De Mattei, la “caratteristica della latinità è proprio la capacità di offrire strumenti linguistici e concettuali particolarmente idonei per recuperare quei valori umani e linguistici a partire dal concetto di persona umana, di cui il XXI secolo avverte oggi uno straordinario bisogno”. Senza entrare nel mondo della linguistica, ogni cultura ha una lingua per essere trasmessa, una lingua che la rappresenta e la incarna nei sentieri della comunicazione. Riprendere il latino significa far rivivere ciò che è stato sepolto prima dal francese, poi dal tedesco, ed ora dall’inglese. Riscoprire una lingua significa ritrovare chi la parlava. E, riprendendo il tema iniziale, rivolgendomi soprattutto ai ragazzi, aggiungerei umilmente che il latino non è solo la lingua della cultura, del passato e dei preti. È la lingua di chi vuole approfondire veramente le dinamiche dell’amore. Sarebbe bello, ed estremamente romantico, incontrare un ragazzo che cerca di conquistare una ragazza recitandole un carme di Catullo: Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,/rumoresque senum severiorum/omnes unius aestimemus assis./soles occidere et redire possunt… Chissà, magari funziona ancora…
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martedì, febbraio 12, 2008

La famiglia è la base della vita e il suo angelo è la donna       


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 6 maggio 2007

 

“La Famiglia è la Patria del cuore. Vi è un Angelo nella Famiglia che rende, con una misteriosa influenza di grazie, di dolcezza e d'amore, il compimento dei doveri meno arido, i dolori meno amari. Le sole gioie pure e non miste di tristezza che sia dato all'uomo di godere sulla terra, sono, grazie a quell'Angelo, le gioie della Famiglia”. Con queste parole, nel 1860, il Padre della Patria Giuseppe Mazzini incominciava un capitolo del suo “Doveri dell’Uomo”, dedicato proprio ai “Doveri verso la Famiglia”. Un elemento centrale, nel pensiero mazziniano, quello familiare.
”La Famiglia, la Nazione, l’Umanità sono le tre sfere dentro le quali l'individuo umano deve lavorare al fine comune, al perfezionamento morale di se stesso e d'altrui, o meglio di se stesso attraverso gli altri e per gli altri”. Famiglia, nazione, umanità. I cerchi concentrici in cui nel pensiero mazziniano si articola la realizzazione dell’individuo, ed ai quali corrispondono doveri. Un grosso stridore metodologico e di contenuto con la cultura attuale, che invece tende invece in tutti modi ad escludere famiglia, nazione e umanità a favore di una individualità solitaria, ed a ignorare i doveri a favore dei diritti. Ed invece, per poter dare futuro alla società, bisogna ritornare lì, all’insegnamento di Mazzini. Il quale scrive ancora: “Chi non ha potuto, per fatalità di circostanze, vivere, sotto le ali dell'Angelo, la vita serena della famiglia, ha un'ombra di mestizia stesa sull'anima, un vuoto che nulla riempie nel cuore; ed io che scrivo per voi queste pagine, lo so. Benedite Iddio che creava quell'Angelo, o voi che avete le gioie e le consolazioni della Famiglia. Non le tenete in poco conto, perché vi sembri di poter trovare altrove gioie più fervide o consolazioni più rapide ai vostri dolori”. E non si può dire, con afflato relativistico, che Mazzini parlasse di una famiglia che muta nel tempo, che oggi è composta da padre, madre e figlio, e domani da due babbi, una zia, e un pastore tedesco. L’idea di famiglia di cui parla ruota tutto intorno alla grandezza della donna: “L'ANGELO DELLA FAMIGLIA E' LA DONNA. Madre, sposa, sorella, la Donna è la carezza della vita, la soavità dell'affetto diffusa sulle sue fatiche, un riflesso sull'individuo della Provvidenza amorevole che veglia sull'Umanità. Sono in essa tesori di dolcezza consolatrice che basta ad ammorzare qualunque dolore. Ed essa è inoltre per ciascun di noi l' iniziatrice dell'avvenire. Il primo bacio materno insegna al bambino l'amore. Il primo santo bacio d'amica insegna all'uomo la speranza, la fede nella vita; e l'amore e la fede creano il desiderio del meglio, la potenza di raggiungerlo grado a grado, l'avvenire insomma, il cui simbolo vivente è il bambino, legame tra noi e le generazioni future. Per essa, la Famiglia, con il suo Mistero divino di riproduzione, accenna all'eternità”. Non una stabilità sociale, ma un ordine addirittura soprannaturale: ”La Famiglia è concetto di Dio, non vostro. La Potenza umana non può sopprimerla. Come la Patria, più assai che la Patria, la Famiglia è un elemento della vita”.

E, in epoca di Pacs, Dico, e altre barbarie analoghe, vale la pena concludere con un appello che lo stesso Mazzini inserì nel suo “Doveri dell’Uomo”. Il quale sembra veramente scritto apposta per il Family Day del 12 maggio 2007, nonostante sia stato scritto nel 1860: “Abbiate dunque, o miei fratelli, sì come santa la Famiglia. Abbiatela come condizione inseparabile della vita, e respingete ogni assalto che potesse venirle mosso da uomini imbevuti di false e brutali filosofie o da incauti che, irritati nel vederla sovente nido d'egoismo e di spirito di casta, credono, come il barbaro, che il rimedio al male stia per sopprimerla”.

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categoria:donne
giovedì, gennaio 31, 2008

Il femminismo e la distruzione dei sessi 

 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 19 novembre 2006

 

Ho recentemente recensito, sulle pagine di questo giornale, il libro di Alessandra Nucci, “La donna a una dimensione”. Il libro parla di femminismo antagonista, anche nel suo rapporto di favore con l’ONU, e persino con le sette sataniche. Come era prevedibile, il pezzo ha fatto discutere, tanto che qualcuno mi ha suggerito di approfondire, chiedendomi la mia opinione. Ed eccola qua. Le battaglie delle donne, in un determinato periodo storico, sono state indispensabili perché l’identità femminile trovasse una sua collocazione nella contemporaneità. Le donne, in un certo senso, si sono declinate al presente, ed hanno scoperto una nuova dimensione resasi possibile e visibile in seguito al progresso umano. Ecco allora che hanno iniziato a studiare, a collocare a fianco al proprio ruolo familiare un lavoro, o attività che prima erano impensabilmente femminili. Volendo dare un giudizio di merito a queste conquiste, non può che essere altamente positivo, perché con esse in Occidente le donne avevano raggiunto una propria realizzazione identitaria. Avevano, al passato, perché oggi le cose sono cambiate, e si è andati troppo oltre. Sì, perché da questo movimento è poi nato un problema. Ed in questo il libro della Nucci è decisamente illuminante. Il movimento femminista, o quantomeno una parte di esso, da strumento di rivendicazione di uno spazio giusto e sacrosanto per le donne, diventa ideologia, grazie al supporto di potenti lobby ed organismi internazionali, come viene documentato. Una ideologia che, nonostante le donne abbiano già ottenuto tutto ciò che volevano, continua la sua lotta antagonista di odio contro l’uomo. Le donne oggi possono fare carriera? Sì, ma non basta, perché se diventano madri la carriera viene rallentata e perderebbero un’ipotetica gara contro i maschi. Ecco allora che le donne, secondo questa ideologia, dovrebbero superare la propria natura biologica, rifiutare il proprio ruolo di madri, e partecipare di quell’identità sessuale unisex che questa ideologia ha costruito. Le donne oggi possono fare politica, superando magari una propria tendenza che magari le porterebbe a fare altro? Sì, ma non basta, e anche in gara contro l’uomo, bisogna garantire che almeno metà della rappresentanza politica sia femmina, anche se questo significa forzare la volontà e la tendenza stessa delle donne.

Ecco, in questa denuncia, nell’analizzare ed accusare questa ideologia estremista di totalitarismo, il libro della Nucci mi ha particolarmente colpito, e mi ha illuminato sentieri di comprensione che mi erano oscuri. Ed ancora di più mi ha colpito perché mi ha dato consapevolezza che tutti noi, scrivente in primis, siamo portatori più o meno inconsapevoli di questa ideologia, nel momento in cui teorizziamo e  fomentiamo la guerra fra i sessi. Facendo questo, accettando di partecipare a questa guerra, ci costringiamo gli uni le altre ad avvicinarci sempre più a questa putrescente identità unisex, che va contro la natura più profonda dell’essere umano. L’uomo e la donna non bastano a se stessi, ed hanno entrambi bisogno dell’altro o dell’altra per cogliere appieno la propria identità sessuale, e scoprire la propria realizzazione. Se poi questa ideologia che porta allo scontro fra i sessi abbia anche addentellati nel satanismo non lo so. La Nucci riporta degli episodi concreti, come la presenza di streghe (del gruppo Wicca) che fanno i loro riti alle manifestazioni no global, o alcuni personaggi della cultura femminista che si rifanno al culto della dea madre, che generalmente nasconde un culto satanico. Questo ovviamente non fa delle femministe, anche le più pasionarie, delle sataniste, ma questa vicinanza che il libro documenta dovrebbe far riflettere. A me almeno ha fatto questo effetto. Chiarito questo, anche se può sembrare facile demagogia, non si può che concludere al grido di “viva le donne”. Sì, quelle vere.

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mercoledì, gennaio 30, 2008

La distruttiva donna ad una dimensione       

 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 12 novembre 2006

  
Ci sono libri che interpretano lo spirito di un’era, denunciandone i mali più profondi ed i pericoli più acuti. È senza dubbio il caso di “La donna a una dimensione”, di Alessandra Nucci, appena edito da Marietti, e destinato a segnare una svolta italiana nella concezione del rapporto fra sessi. Un libro che tutti, uomini e donne, dovremmo leggere. E che fa giungere, finalmente, anche in Italia una voce femminile che svela trame ed intrighi sconosciuti al pubblico italiano, e che mette in mostra tutto l’odio di cui è intriso il pensiero unico femminista che tutti noi portiamo nelle nostre teste in maniera spesso inconsapevole. Sì, tutti noi. Perché leggendo il libro ci si scopre portatori più o meno involontari di un’ideologia totalitaria, quella femminista-antagonista, che sta portando il mondo in una direzione ben definita. La dissoluzione dell’essere umano come lo abbiamo conosciuto, ed apprezzato, da qualche millennio a questa parte. Chi di noi infatti non è mai stato indotto a pensare, anche nel retrogusto delle proprie opinioni, che la società “patriarcale”, ossia fondata sulla famiglia tradizionale, sfruttasse le donne e le condannasse ad un ruolo di subordinazione? Chi non ha il dubbio che in fondo è giusto che le donne si sforzino nella carriera, magari sacrificando il proprio ruolo materno, e che magari sono pure migliori degli uomini? Bene. Questi sono alcuni dei capisaldi di questo pensiero impostoci in modo subdolo dall’alto, da lobby potentissime e piene di danari. E questa cultura agisce su molti fronti. Il più immediato e superficiale, si scopre leggendo “La donna a una dimensione”, è quello politico. La rivendicazione dei diritti, specialmente laddove il vero controllo democratico non è presente, ossia nell’ambito dell’ONU e dell’Unione Europea, è diventato il pretesto per affermare una cultura abortista ed antifamiliare. Il tutto finanziato da potentissime lobby e fondazioni, prevalentemente americane, con nomi altisonanti come Hewlett Packard, o Rockfeller. Strettamente collegata a questo è la politica di controllo demografico, attuata su larga scala diffondendo la cultura degli anticoncezionali e dell’aborto. Le accuse di Alessandra Nucci, suffragate da studi prevalentemente americani, sono pesantissime, ed investono l’ONU, le sue agenzie, persino l’Unicef, l’Unione Europea e molte lobby di varia natura.

Ma se si scava sotto questa azione politica, si scopre un disegno culturale preciso e dettagliato. Quello della distruzione degli archetipi sociali occidentali come li abbiamo sin qui conosciuti. La famiglia, la donna madre, la religione. Tre nemici da distruggere. E questo avviene, ci spiega Alessandra Nucci, tramite l’evoluzione, appunto, del pensiero femminista. Partito da legittime rivendicazioni di una migliore condizione di vita per le donne, questo pensiero si è poi spinto a chiedere la parità di diritti, fino all’uguaglianza fra sessi. E si spinge ora a chiedere l’uniformizzazione, l’intercambiabilità di uomo e donna, come se le differenze, anche biologiche, non esistessero. La creazione dell’essere androgino, in definitiva. Ecco allora che la condizione di madre è una schiavitù della donna, e la famiglia una gabbia in cui l’uomo la vuole rinchiudere. Per affermare questo complesso di idee, l’arma è quella dell’antagonismo di genere. Mettere la donna contro l’uomo facendoglielo odiare. Alla donna si “rivela di essere stata da sempre e a tutti i livelli non compagna e complemento dell’uomo, ma sua vittima e suddita del patriarcato, si propone di scandagliare costantemente il passato, accumulare ovunque le prove delle ingiustizie subite, per poi farne i capisaldi di una <<cultura delle donne>> ”. Massima responsabile di questo, ovviamente, la cultura cristiana, rea di aver proposto un modello sociale patriarcale, e di aver emarginato la donna al ruolo di Maria, Madre di Dio, vista dalle femministe come il prototipo della schiavitù femminile. Ecco allora che il libro ci aiuta nel percorso di appropriazione di una consapevolezza sull’origine di molti dei pensieri sulle donne che affollano le nostre teste di occidentali. Consapevolezza necessaria anche perché, andando ancora più a fondo nella genesi del pensiero, l’origine non è del tutto limpida. L’accusa, pesantissima ma dettagliata ed argomentata, che fa Alessandra Nucci è quella di uno stretto legame tra un certo femminismo e i nuovi culti delle streghe. E il passo dalle streghe ai satanisti è molto breve. Siamo in definitiva tutti portatori di un pensiero che ha come unico scopo la dissoluzione dell’ordine occidentale, per l’instaurazione di un diverso ordine cosmico basato sul matriarcato, la Dea Madre e l’uguaglianza dei sessi. Un culto new age, con profonde radici nella teosofia satanica, che ricerca il principio femminino, e che dovrebbe instaurare la pace e dissolvere la aggregazioni sociali sin qui conosciute. Una nuova natura umana.

Il collegamento poi di tutto questo con i circoli ambientalisti non pare scontato, ma il libro vi dedica molte pagine. Lo stravolgimento della concezione antropologica occidentale passa anche da uno svilimento della natura umana, il cui valore va a dissolversi in una assolutizzazione dell’ambiente, visto proprio come “Gea”, la Dea Madre, ed idolatrato come essere vivente da salvare dal suo nemico più grande: l’uomo. Ecco dunque che l’essere umano diventa non punto di riferimento, ma oggetto dell’odio… di se stesso. E in tutto questo si agita la sessualità, le ideologie, Gorbaciov, Pocahontas e Barbablù. Oltre ad una serie interminabile di casi di cronaca e di pensatori d’Oltreoceano, che il libro contiene ordinati in perfetta logica.

Cosa sia il matriarcato e la donna al potere lo possiamo vedere in tutta la sua carica di incubo proprio ora sui grandi schermi, nel film “Il diavolo veste Prada”. Per tutto il resto, il libro di Alessandra Nucci illumina sentieri diversamente sconosciuti al panorama culturale italiano. Che culminano in un pensiero tanto semplice quanto disatteso: “la soluzione ai problemi della donna , oltre che della società, sta non nell’antagonismo fra uomo e donna ma nella loro collaborazione”.

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