domenica, febbraio 24, 2008
Teleconfusi che non sanno più cos’è la realtà


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 11 novembre 2007

 

Forse ha ragione Travaglio. Anzi, probabilmente ha ragione Travaglio. Ripensandoci, ha sicuramente ragione Travaglio. Mentre in tv continuano a propinarci plastici di Cogne e a istupidirci con programmi senza sapore, come ha denunciato il giornalista – e non certo per la prima volta – all’ultima puntata di Annozero, riescono a non farci tenere gli occhi aperti su fatti più importanti, e che magari ci riguardano più da vicino. Non si sa bene chi sia il soggetto di questa frase, ma verbo e predicati filano giusti. Mentre continuano a confonderci le idee con comprovati innesti fra soap opera, reality show e fatti di cronaca, non riusciamo più a distinguere cosa sia reale e cosa non lo sia. Le lacrime versate all’isola dei famosi si mischiano ai sorrisi e agli amorazzi delle fiction e al sangue che scorre a fiumi negli omicidi familiari narrati dai telegiornali. E alla politica. Qual è la realtà raccontata da questa scatola sempre più piatta? In questo accavallarsi di informazioni, cosa è reale e cosa è finzione? Tutto sembra molto vero. Vero proprio come la finzione. Per esempio, che dire di Walter Veltroni? Non ricordo se è stato nominato all’isola dei famosi e ha perso al televoto contro Cecchi Paone, o se è stato votato nel partito democratico dal televoto da casa, o se invece era Malgioglio che è diventato segretario del nuovo Partito Democratico superando la prova del barracuda contro Rosy Bindi. Facile in questa confusione chiamare democratico un partito il cui capo viene designato dal direttorio. Ma poi, qual è la storia vera? Quale la leggenda metropolitana? Quale la finzione? È più vera la tribuna politica della RAI o il susseguirsi di ballerine e comici dello Zelig su mediaset? A proposito, quell’assessore di Zelig è vero o no? E di che partito è? Ha partecipato alle primarie? E perché a Ciao Darwin ci sono sempre tutti, a discutere e litigare, tranne i politici che ho votato io? Non è quella la terza Camera del Parlamento? Ma poi, quei tizi che vanno sempre a Matrix da Mentana a parlare di politica come dei buffoni, sono veri o sono imitatori? E Ezio Greggio e Iacchetti, sono magistrati, giornalisti, comici, conduttori? In che considerazione si deve tenere ciò che dicono? Le loro parole dette fra una risata e l’altra sono più o meno autorevoli di quelle delle veline che sculettano gagliarde lì intorno? La televisione mi ingenera qualche dubbio. E tanta confusione. E forse è proprio con questo obiettivo che è stata messa nelle nostre case, finanche nelle nostre stanze da letto. Anche perché mentre ce ne stiamo a guardare per intere domeniche attori scarsi e smaccatamente improvvisati che litigano a Buona Domenica, teatranti di infima qualità che riempiono le nostre serate parlando del nulla, ma gridandolo molto forte, Qualcun Altro può occuparsi senza il peso dei nostri occhi di cose più interessanti per le nostre quotidianità. Chissà, forse di gestire i nostri risparmi con disinvoltura, di fare le leggi a loro uso e consumo, perchè tanto noi non controlliamo. Qualcun Altro è così più libero di considerarci e contarci come consumatori ubbidienti, come risparmiatori creduloni, come votanti influenzabili dalla semplice propaganda. Siamo un popolo di teledipendenti, viviamo con compiutezza nella parabola di Matrix. E in questo caso il riferimento non è a Mentana. Non sentiamo la responsabilità della libertà che ci è stata data, al prezzo di tanto sangue e tante fatiche, dalla democrazia, forse non ne percepiamo più il sapore perché lontani sembrano i tempi in cui al posto del miele democratico si ingurgitava olio di ricino. Quei tempi sembrano lontani, ma sono in realtà sempre vicini. Anzi, a volte mi viene addirittura l’ardire di pensare che sono così vicini che ci siamo già di nuovo dentro…
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categoria:cultura, esistenzialismo
sabato, febbraio 23, 2008
Una Repubblica fondata sull’odio


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 7 ottobre 2007


Ci odiamo. Questo è probabilmente il vero problema, scaturigine della sanguinosa guerra sotterranea che fa capolino nei media. È la guerra del tutti contro tutti, la trasposizione totalizzante di un sentimento che ci brucia dentro da troppi secoli. Fazioni medievali con bandiere cangianti che si scontrano nei terreni della politica, dell’economia, della lotta per il potere. Ieri vessilli crociati, gigliati, con aquile e leoni. Oggi marchi coop contro il biscione, croci contro triangoli. “Poteri forti” contro don Gelmini, poteri occulti contro Mastella. Gogne mediatiche, magistratura, servizi segreti, deviazioni, politici corrotti, imprenditori adeguati al sistema, giornalisti mercenari. E la mafia. Tutti ricattabili, tutti ricattanti. È semplicemente un teatro di guerra. L’ha detto bene Cossiga: “Per comprendere l’Italia bisogna sempre ricordare il collante principale, l’odio e la divisione: imperiali e papalini, bianchi e neri, a favore dell’Unità d’Italia e contrari, interventisti o anti-interventisti, fascisti e antifascisti, resistenti, repubblichini e la stragrande maggioranza che se ne fotte, poi occidentalisti e anti-occidentalisti, adesso berlusconiani e anti-berlusconiani”. E ha aggiunto: “Bisogna leggere e rileggere Dante e, a mio parere, al contrario di quello che hanno detto Borgese e qualche altro, delle tre Cantiche, l’Inferno, non il Paradiso, è di gran lunga la migliore. Ecco, l’Italia politica è l’Inferno”. E l’inferno si basa metafisicamente sulla divisione. Diavolo è nel senso più greco del termine colui che divide. E chi è più diviso dell’Italia? È la sua storia di sempre. Pisa e Livorno. Ravenna e Forlì. Meridione e Italia del Nord. Comunisti e anticomunisti, cattolici e anticlericali. E il vero problema è che quando prende il potere una fazione, il suo compito principale è distruggere l’avversario e accaparrare per sé e per i propri amici quanto più possibile: soldi, posti di potere, affari. Nella speranza che l’altro muoia, scompaia. L’ha fatto Berlusconi, lo sta facendo ancora di più Prodi. Una guerra civile permanente, una lotta di liberazione continua l’uno dall’altro. Siamo un po’ come gli Hutu e i Tutsi di Rwanda e Burundi. Appena importata la democrazia in quei paesi, vincevano gli uni e sterminavano – etnicamente – gli altri, ripreso il potere gli altri, ricambiavano  il favore. Un milione di morti. Eppure gli italiani, hutu e tutsi con la cravatta, il mandolino e il rolex alla briatore, non si uccideranno più come una volta, ma continuano a vivere in questa divisione. Anche perché manca il collante. Manca quell’apparato di ideali, idee e simboli che tengano insieme uomini e donne che si odiano. La religione non può unire, perché una buona fetta di italiani ha in odio profondo la chiesa e i preti. La politica non può unire, perché metà paese pensa ancora alla rivoluzione sociale, meglio se di matrice marxista. Non ci possono unire le istituzioni pubbliche, che sono solo strumenti al servizio di questo guazzabuglio di scontri sotterranei. Non ci può unire il presidente della repubblica, che dovrebbe essere il capo dello stato, il simbolo istituzionale di una unità. E che invece è solo il risultato aritmetico di giochi politici che non incantano più neppure il metalmeccanico di Longarone. E quindi? Dove trovare un punto di unità? Le risposte sono aperte. In una istituzione? Allora ci vuole il re, che sia al di sopra delle parti e al di fuori della politica. In un apparato di ideali? Allora dobbiamo trovarci una sorta di religione civile, un insieme di valori base che siano veramente condivisi da tutti. O magari ha ragione fino in fondo Cossiga. L’unico vero collante è l’odio. Bisognerà però scriverlo sulla Costituzione. L’Italia è una repubblica fondata sull’odio. Per fortuna che invece dei machete del Rwanda usiamo le televisioni. Così poi alla fine si va tutti a far pace in una qualche trasmissione fra cosce e reggiseni.
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categoria:cultura, esistenzialismo
mercoledì, febbraio 20, 2008
Dopo tanta fatica siamo diventati schiavi della tecnologia



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 16 settembre 2007



Ma vogliamo veramente essere sudditi di un nuovo Re? Tanti secoli di lotta, tante conquiste, tanti morti e tanto sangue. Un lungo cammino che l’Occidente ha percorso passo dopo passo, portandosi sulle spalle i pesanti fardelli delle proprio debolezze e del proprio passato, guardando fisso verso l’obiettivo: la libertà. Era il desiderio di essere uomini liberi che ha mosso tutti i rivoluzionari della storia. Volevano essere liberi dalle dominazioni straniere i popoli che nei secoli sono insorti. Volevano maggiore libertà gli inglesi che fecero la “glorious revolution”. Volevano essere liberi dalla tirannia inglese gli americani che misero in atto la rivoluzione al di là dell’Oceano. Volevano la libertà dalla monarchia assoluta i francesi che tagliarono la testa al Re. Volevano la libertà dall’oppressione dei padroni le masse operaie comuniste che sono insorte negli ultimi due secoli. Il desiderio di libertà è forse il nocciolo più profondo del frutto occidentale. Sia permesso dire che non è difficile fare un parallelo tra questo nocciolo civile, politico, e forse esistenziale, e il messaggio centrale del cristianesimo, che potrebbe essere identificato come l’immagine trascendente che si rispecchia nei desideri umani qui visti: Dio che si incarna e libera l’uomo dalla schiavitù del peccato. Indicandogli la via per raggiungere la somma libertà, ossia la verità: “veritas vos liberabit”. Dunque questa spinta alla libertà che caratterizza gli spasimi esistenziali occidentali, e che ha radici profonde nel cuore dell’uomo e nel trascendente mondo religioso, oggi sembra dover cercare nuovi orizzonti geografici. In Europa ci siamo liberati dei tiranni e delle dittature, non senza spargimenti di sangue; i singoli popoli si sono liberati gli uni del dominio degli altri, costellando di morti e di guerre questa battaglia; ci siamo culturalmente liberati di concezioni ed ideologie che ponevano alcuni soggetti in stato di schiavitù degli altri. Abbiamo liberato i servi, dato massima libertà alle donne, aperto enormi scenari liberi a operai, disagiati, handicappati, equiparato la libertà per tutte le razze, culture, religioni. Sembra che apparentemente non ci siano più sviluppi per questo cammino di liberazione dell’uomo, se non mantenere quanto sin qui ottenuto, e magari andare in altri paesi e in altre civiltà a contribuire alla liberazione di altri popoli. E così, distraendoci, non ci rendiamo conto che c’è sempre qualcuno o qualcosa che vuole renderci schiavi, privarci della nostra libertà per usarci per un qualche fine. Nell’epoca del massimo sviluppo dei media, quando sembra che tutti siamo liberi uomini in un libero mondo globalizzato, non ci rendiamo veramente conto del nuovo tiranno che in pochi decenni si è insinuato nelle nostre vite, separando la nostra volontà dalla nostra libertà, rendendosi prima utile, poi necessario. Si articola fra gli schermi dei nostri televisori e quelli dei nostri computer, fra le parabole e le reti wireless, fra le radio e gli ipod. È il moloch tecnologico, il mostro che si sta impadronendo delle nostre vite e della nostra libertà per renderci tutti utenti, telespettatori, radioascoltatori. Teoria delirante? Basta fare una prova. Chi lavora o usa spesso il computer, provi a farne a meno per una settimana. Ce la farà? O si renderà conto di esserne schiavo? Chi ama guardare molta tv, provi a farne a meno per qualche giorno. E si accorgerà del legame morboso che abbiamo instaurato con questi apparecchi tecnologici, non essendo più capaci di farne a meno, divenendone così schiavi. Si obietterà che questo ragionamento potrebbe essere valido per qualunque scoperta o invenzione, dalla ruota alla penicillina, dal fuoco all’automobile. Ma proviamo a renderci conto di quanto, in così poco tempo, abbiamo legato le nostre vite a queste novità, e chissà che a qualcuno non venga il sospetto di essere tornato suddito, coma una volta, di un sovrano assoluto.
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categoria:cultura, esistenzialismo
lunedì, febbraio 11, 2008
Per favore, qualcuno faccia la parte di Achille       



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 1 aprile 2007

 

Continua l’assedio dell’illuminismo giudiziario all’Olimpo de noantri. Mentre noi ci specchiamo adoranti nella nostra televisione, che ci riflette come uno specchio i vizi più tipici della nostra era, le divinità olimpiche si scoprono per quello che sono. Cadono i veli dai loro volti, e li vediamo in tutta la loro inquietante normalità. Uomini e donne come noi. Deve essere stato durissimo per gli antichi greci scoprire che i loro dei – quelle divinità assolutizzate intorno a cui tutte le loro vite ruotavano – non esistevano se non nella loro immaginazione e nella loro astrazione. Deve essere stato terribile per il greco amante della conoscenza andare sull’Olimpo e scoprire che non c’era nulla di quanto poemi e leggende descrivevano. Potrebbe essere altrettanto traumatico per molti scoprire che Costantino è un ragazzo nella media, o più probabilmente abbastanza sotto la media, che Simona Ventura tutto sommato è una donna normale come quella che si incontra facendo la spesa, o che Materazzi non ha proprio nulla di diverso dall’odiato vicino di casa. E fin qui, nihil sub sole novi. Ma ancora più traumatico è per l’uomo occidentale scoprire che le proprie divinità non solo non esistono, ma sono addirittura al servizio della politica. Quando, in epoca molto vicina a noi, l’uomo ha teorizzato che Giove, Minerva o Diana non erano altro che costruzioni mitologiche per dare alla società romana un ordine sociale ed un apparato di valori di riferimento, ed utilizzati dalla casta politica per mantenere il potere, l’Occidente ha iniziato a crollare, tanto dirompente fu questa intuizione. Passano i secoli, cambiano gli dei, ma il procedimento resta sempre quello. Mitizziamo la nostra interiorità, e incarniamo queste astrazioni in personaggi e celebrità. Il vizio di costruirci un pantheon non riusciamo proprio a togliercelo. L’idolatria è un male antico. Antico almeno come il vitello d’oro. Perché comunque il popolo ha bisogno di modelli, di persone che incarnino le pulsioni che ciascuno si trova dentro e di cui ha bisogno di trovare spiegazione e soprattutto condivisione. E senza Dio, servono gli dei. Se guardiamo all’esperienza del passato, in qualunque pantheon – e nelle mitologie ad esso collegate –è  normale trovare divinità buone e cattive, personaggi che incarnano la giustizia, l’onore e la lealtà, e altri che incarnano superbia, invidia, lussuria, e meschinità varie. Tutte queste cose frullate insieme formano le viscere spirituali dell’essere umano, e vanno a riflettersi ciascuna separatamente nelle sue astrazioni. Il problema del pantheon di oggi è semplicemente che siamo pieni di Dioniso, ma non troviamo più chi voglia fare la parte di Achille. Le nostre divinità, quelle che dovrebbero garantire un ordine sociale ed un apparato valoriale stabile su cui fondare la tranquillità sociale, sono sempre più bestiali, vuote, inutili. E sempre più bestiali, vuoti ed inutili diventiamo noi.

Ecco perché è sacrosanto che il sistema intervenga. E visto che non lo fa quello politico, troppo impegnato con le baccanti di turno, lo fa quello giudiziario. È un piccolo ed italico “Goetterdammerung”, un crepuscolo degli dei televisivi. La fine di un pantheon.  E lì dove ne muore uno, un altro nasce. E ora, chi possiede le chiavi del pantheon catodico, chi detiene l’enorme potere di decidere chi far entrare sul monte santo, ha una responsabilità che è sotto gli occhi di tutti. Se fino ad oggi è stato libero di coronare di allori e di attributi divini personaggi come Alessia Fabiani o Alda d’Eusanio, o come Malgioglio, Platinette, o Cecchi Paone, senza che nessuno dicesse nulla, forse di qui in futuro sarà un po’ diverso. Anche il pantheon televisivo, insomma, sta perdendo il suo incanto…
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sabato, febbraio 09, 2008
Basta all’omosessualismo dilagante       


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 4 marzo 2007


Ma bisogna proprio essere clericali per dire che Andreotti ha ragione nelle sue affermazioni contro l’omosessualismo dilagante? Facendo i clericali, appunto, la ragione ad Andreotti si dà in fretta: “Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave” (Genesi, 18,20)”; “quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo” (Genesi, 19:24-25). Per chi si ispira alla morale cristiana, così come per un ebreo praticante, non ci sono dubbi circa la condanna dell’omosessualità su un piano morale e religioso. E se per caso ci fossero, ecco San Paolo: “né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (1Corinzi 6,10). Ci si può girare intorno finché si vuole, ma la Bibbia parla chiaro. Poi si sa, da un punto di vista sociale la grandezza del cristianesimo sta nel condannare i peccati, ma non i peccatori. Significa che bisogna essere misericordiosi con chi sbaglia. Senza dimenticare però che sbaglia. Un equilibrio non sempre facile. Ma non è solo la tradizione ebraico-cristiana in senso stretto ad avere avuto nei millenni una condanna netta e terribile dell’omosessualità. Facciamo i laici. Anzi, i laicisti. Prendiamo Kant. Sì, Immanuel Kant, la bandiera di tanti laici. “Il rapporto sessuale (commercium sexuale) è l'uso reciproco, che un uomo [Mensch] fa degli organi sessuali e delle facoltà di un altro (usus membrorum et facultatum sexualium alterius), e può essere un uso naturale (attraverso cui è possibile creare un proprio simile), o un uso contro natura, e questo è rivolto o a una persona dello stesso sesso, o ad un animale di un'altra specie di quella umana; le quali violazioni delle leggi, vizi contro natura (crimina carnis contra naturam) che si dicono anche innominabili in quanto lesioni dell'umanità nella nostra propria persona, non possono essere salvati dal totale rigetto attraverso alcuna limitazione ed eccezione” (Metafisica dei costumi, Dottrina del diritto § 24). I rapporti contro natura sono per Kant addirittura innominabili. L’omosessualità viene dunque condannata dalla tradizione occidentale, sia da quella religiosa, sia da quella laica. Ed è una condanna che giace sul piano morale. Mettiamo le cose ben in chiaro. Cosa vogliano fare due persone adulte e consenzienti in un letto è – grazie al cielo – affare solo loro. L’ha scritto molto bene ieri sulle pagine di questo giornale l’amico Gianfranco Angelucci. Ma nel momento in cui da scelta personale, l’inclinazione alla sodomia – per usare il termine biblico – diventa scelta sociale, ostentazione, proposizione del proprio modello, rivendicazione addirittura di uno status a cui garantire diritti, la faccenda cambia. Perché i modelli che proponiamo alle nuove generazioni sono quelli con cui esse si formeranno. Ecco perché, se non vogliamo un futuro costruito ad immagine e somiglianza dei sogni più audaci dell’onorevole Grillini, bisogna opporsi a questo omosessualismo dilagante, che vorrebbe far passare l’idea secondo cui famiglia o coppia gay è la stessa cosa purché ci sia l’amore, anzi, in fondo in fondo la coppia gay è pure meglio. Bisogna opporsi. Di fronte a questa opposizione saliranno al cielo grida di scandalo che urlano: “omofobici”, usando un improbabile termine da politically correct. O magari “clericali”, perché tanto gli aggettivi sono quelli. Ma bisogna tenere duro, e dare al nostro futuro la grazia di conoscere la bellezza che la famiglia tradizionale porta con sé, nel suo essere insieme istituto dell’amore e luogo della crescita di nuove generazioni. E se si lascia passare l’idea che per cui “gay è bello”, che formare una famiglia è uguale a fare una coppia gay, e forse è pure meglio che mettere su famiglia, la bellezza della famiglia tradizionale viene evidentemente offuscata. Ed è un pericolo che non possiamo correre. Per cui forza Giulio, siamo tutti – o almeno qualcuno – ancora con te.
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categoria:cultura, esistenzialismo
sabato, febbraio 09, 2008
La morte di una star ci mostra le nostre contraddizioni       




Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 11 febbraio 2007

 
La credevamo immortale, una venere che non doveva soggiacere alle regole della natura. Invece è morta. Anna Nicole Smith, la prosperosa e sensualissima ex coniglietta di playboy, ha terminato il suo cammino terreno a soli 39 anni. Uccisa da un cancro interiore, che non ha intaccato il suo fisico statuario, ma le profondità della sua anima. Non si è ancora saputo quale sia stata la causa diretta del decesso. Ma è già destinata a divenire un simbolo di questo nostro mondo occidentale. Proprio come Marlyn Monroe, la diva a cui lei stessa guardava con spirito di emulazione. Nella sua vita era riuscita ad avere ciò che tutti vorrebbero avere: soldi, popolarità, successo. E si era fatta da sola, nel senso che era partita veramente dal nulla. Cresciuta con la madre e la zia in Texas, si sposò ancora minorenne – anche se il matrimonio durò molto poco – ed ebbe un figlio, Daniel, che si trovò a crescere da sola. A vent’anni, per mantenere Daniel, iniziò a lavorare come spogliarellista, e presto, aiutata da un corpo che non dimenticheremo facilmente, divenne una celebrità in questo pur inusuale mondo del lavoro. La sua carriera decollò nel 1992, quando posò per la prima volta su Playboy. Alta, bionda, sexy e provocante, la Smith ebbe subito un grande successo e venne considerata da molti la nuova Marilyn, realizzando in tal modo il sogno che coltivava sin da quando era una bambina. Poi l’affare economico della sua vita. Quello che, nelle conversazioni private, molte ragazze vorrebbero riuscire a concludere. Nel 1994 infatti, a ventisei anni, sposò il ricchissimo imprenditore ottantanovenne Marshall, che, come previsto, morì di lì a breve, facendo di Anna Nicole un’ereditiera miliardaria, sia pure con pesanti risvolti giudiziari della vicenda.

Nel frattempo lavorò sia al cinema che alla televisione, raccogliendo discreti, ma non eclatanti, successi. La ricordiamo per esempio in Una Pallottola spuntata 33 e 1\3, o in alcuni shows televisivi. Era comunque riuscita ad avere tutto dalla vita, apparentemente. Partita dal nulla era diventata famosa, desiderata, apprezzata. Ed incredibilmente ricca. Eppure la sua vita faticava a trovare un senso. Si sapeva del suo prolungato uso di stupefacenti, della sua tormentata vita sentimentale, e delle sue bizzarrie nella vita privata. Non da ultime le sue peripezie alimentari, fatte, per sua stessa ammissione, di un alternarsi di pollo fritto a diete spartane. La stessa madre ha ammesso che mescolava medicinali – e si intende psicofarmaci – con l’alcol, assunto con troppa facilità. Ma la capitolazione del suo mancato senso della vita è avvenuta in un connubio di nascita e morte, che sono andate ad intrecciarsi tragicamente nella sua vita. Nel settembre scorso, infatti, era alle Bahamas a partorire una bambina, la cui paternità tra l’altro è tuttora incerta. Pochi giorni dopo il parto, nello stesso ospedale, era al capezzale del suo figlio primogenito Daniel, ventenne, mentre moriva di overdose, per un cocktail letale di metadone e antidepressivi.

Ecco perché la morte misteriosa di Anna Nicola Smith, comunque legata all’orizzonte depressivo in cui si era avventurata, diventa un simbolo e fa riflettere il nostro Occidente intero. Chi non ha soldi immagina che se riuscisse ad averne tanti, e magari tutti in una volta, come Anna Nicole, potrebbe trasformare la propria vita e renderla un paradiso. Chi desidera il successo immagina che ottenerlo significhi alimentare il fuoco della propria felicità. E invece, ancora una volta, il disvelamento della parte privata di una celebrità ci mostra come spesso, dentro a vite che paiono scrigni pieni di tesori, si celi un angosciante nulla. Ecco perché, nell’affetto con cui vogliamo ricordare questa donna così sensuale, si cela un po’ di compassione, che fa sciogliere come neve al sole tutto quell’apparato di invidia che spesso fa da motore ai nostri desideri di fama e danaro.
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categoria:esistenzialismo
venerdì, febbraio 08, 2008

È vero: i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria       


 
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 21 gennaio 2007


 
Ma il danaro porta la felicità? Guardando l’ultimo film di Muccino, “La ricerca della felicità”, si direbbe proprio di sì. Sia perché i soldi guadagnati dal regista, mixati al suo novello successo americano, ci indirizzano inequivocabilmente verso il pensiero che tutto sommato Muccino, in questa operazione così straordinaria per la sua carriera, insieme al succulento piatto pieno di soldi e celebrità che si è trovato ad ingurgitare,un bel sorso di felicità deve averlo tracannato, almeno per mandar giù un boccone così grosso. Sia perché il film, nella sua storia così semplice e lineare, ci dice chiaramente che la strada della felicità e della realizzazione, e quella della carriera e dell’arricchimento, nella vita di un uomo finiscono per sovrapporsi.

Un ragazzo di colore, povero, con figlio a carico, e pure lasciato dalla moglie, fa mille – ma veramente mille – sacrifici per arricchirsi, spreme tutta la sua vita e le sue capacità, e alla fine ce la fa. E quando ce la fa, la sua felicità si trasmette in maniera dirompente anche allo spettatore. È il sogno americano che ritorna, in tutta la sua carica naif, un concentrato di tutti i bisogni di Maslow, e che ci conduce dritto verso le lacrime di gioia di cui questo film è mirabile portatore.

Però, asciugate le lacrime che ci portiamo a casa dopo averlo visto, qualche interrogativo razionale ci punge il nostro complicato intelletto di europei. Per tutto il film il protagonista è alla ricerca della felicità. E tutto sommato la trova nel momento in cui ottiene un lavoro ben retribuito. La ricerca della felicità insomma si identificherebbe in modo lineare e inequivocabile con la ricerca di danaro e carriera. E questo cozza dolorosamente con il nostro spirito europeo, fatto di idee e ideologie che ci portano ad identificare la felicità con l’applicazione di un modello di vita pensato, astratto, lontano dalla quotidianità. Chi ci ha preceduto nella nostra storia ha arrovellato il cervello, mescolando nel pentolone del pensiero concetti come Stato, classi, società, economia pianificata, nel tentativo di mettere in atto una ricetta di felicità, spesso dimenticandosi di mettere il sale della libertà. Ma la sbobba che ne è venuta fuori, basta guardarsi intorno, ha sapore di tutto, ma certo non di felicità. Pare che un europeo, un singolo individuo, che volesse intraprendere la strada per la felicità, probabilmente non saprebbe neanche che direzione prendere.

Muccino si è invece fatto interprete esemplare del più puro spirito americano. Concreto, pragmatico, calato nella realtà più materiale. Sin troppo. Almeno ci prova, ad indicare un sentiero per la felicità. In un periodo culturale in cui il buonismo ovatta tutti gli spigoli della vita pare strano sentir dire che cercare la felicità può significare farlo realizzandosi professionalmente. Perché questo pensiero prevede un terribile baratro di fallimento. La paura di fallire, tipica di quel pensiero debole che disprezza tutto ciò che è forte, ci porta a non rischiare. Non possiamo accettare che la felicità possa stare anche nella realizzazione professionale, perché nel fallimento professionale starebbe dunque l’infelicità. E subito quella sbobba filosofica che abbiamo digerito e che ora ci circola nel sangue, ci porta a trattare con superiorità questo atteggiamento americano, classificando un tipo di felicità del genere come inferiore. Il problema è che non ne abbiamo un’altra.

La verità, probabilmente, è un po’ più complicata. La felicità, come ogni attribuzione umana, ha molte variabili di quelle che un semplificatore americano possa vedere o mostrare. Ma la felicità esiste. E chissà, anche il danaro e la carriera, nella misura in cui sono strumenti di fini più alti, in qualche modo con queste dinamiche c’entrano. D’altra parte è vero che i soldi non danno la felicità. Figuriamoci la miseria…
 

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categoria:cultura, esistenzialismo