mercoledì, giugno 18, 2008
Di fronte all’attuale politica asfittica un giovane si sente di dire viva Craxi

Non sono mai stato socialista. Quantomeno per un motivo meramente anagrafico: quando il PSI ha terminato la sua avventura sciogliendosi nel 1994, avevo quindici anni. Ma anche perché le mie radici culturali sono altrove. Ecco perché ho accettato con particolare curiosità l’invito fattomi dall’amico Sergio Pizzolante, coordinatore nazionale dell'Associazione “Giovane Italia”, a partecipare alla visione del filmato – diretto da suo figlio Paolo e prodotto dalla fondazione Craxi – sulla figura e la politica di Bettino Craxi proiettato al cinema Fulgor a Rimini venerdì sera. Alla significativa presenza, peraltro, della figlia di Bettino, Stefania. E confesso che tutta quanta l’operazione mi ha davvero colpito molto, per almeno due ordini di motivi. Il primo è che si è trattato di una vera e propria proposta culturale intorno a cui si sono riunite un po’ tutte le anime del “popolo della libertà”. E non solo. È vero che c’è la campagna elettorale e il clima che si respira è particolarmente partecipativo da parte dei candidati o presunti tali, ma la presenza di molti esponenti di tradizioni culturali diverse da quella socialista non è passato inosservato. E questo non è affar di poco conto. Quando si costruisce un progetto politico che voglia avere un respiro è necessario un substrato culturale fatto anche di una memoria condivisa. Quando si deve per forza di cose effettuare un’operazione di sintesi di sensibilità politiche diverse – come nel progetto del popolo della libertà – ciascuna componente e chiamata a proporsi alle altre. E Bettino Craxi, nella sua figura di socialista nell’animo, liberista nell’azione economica, anticomunista nell’azione politica e statista attento al mondo cattolico può essere una figura catalizzatrice delle attenzioni culturali dell’intero centro-destra. Anche di quello che non ha le radici piantate nella tradizione socialista. E in realtà dovrebbe esserlo dell’intero Paese, visto il ruolo che ha ricoperto. Ma l’Italia, oramai si sa, una memoria condivisa non riesce trovarla neppure sulla vittoria ai mondiali di calcio.
Il secondo ordine di motivi per cui quella serata dedicata a Bettino Craxi mi ha colpito è lo stridore che si percepisce nel confrontare quella politica che il filmato racconta con quella che ci troviamo sotto gli occhi oggi. Con ventotto anni sulle spalle di Craxi ho un ricordo lontano, non vissuto in prima persona da cittadino, filtrato dai media e da racconti successivi. Eppure soffermandomi a riflettere su quella figura umana e politica che il filmato della fondazione Craxi ha proposto, non ho potuto fare a meno di rimanerne affascinato. In primo luogo per la carica profetica di molti suoi discorsi, anche molto lontani nel tempo. Ma anche per una impressionante attualità. Anche se Craxi non l’ho conosciuto e non ho vissuto la sua era politica, da cittadino che vive con disagio la situazione contemporanea, nell’azione politica di Craxi ho trovato una speranza. La speranza che in realtà l’Italia se vuole ce la fa, ha le forze, ha la grinta, ha la spregiudicatezza necessaria per correre più veloce di quanto non stia facendo negli ultimi anni. E c’è un particolare sentimento di rabbia se si confronta Craxi con la fauna politica contemporanea. Nel corso degli anni “80 si è confrontato con problemi come i rapporti con l’Unione Sovietica, la revisione del Concordato, i rapporti con gli Stati Uniti di Reagan e la Gran Bretagna della Thatcher, la gestione di una crescita economica che ha portato l’Italia ai vertici dei paesi industrializzati, per citare solo alcuni dei temi raccontati dal filmato. E trovando per ciascuno una soluzione originale ed efficace. Oggi siamo abituati a confrontarci con una politica che naviga a vista, che gioca al ribasso, che fatica a concepire operazioni di vasto respiro. Non c’è da meravigliarsi della meraviglia dunque. Neppure se un ventottenne di cultura cattolica, e senza nessuna velleità di volersi dire socialista, nel 2008 si sente di dire: viva Craxi.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 2 marzo 2008
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categoria:politica
mercoledì, giugno 18, 2008
Maledetto “68. Ma dov’è il nostro Sarkozy?

Quand’ero un ragazzino – e grazie a Dio questa condizione risale a non troppo tempo fa – negli ambienti conservatori sentivo sempre dire: “Tutta colpa del “68”. La scuola ogni anno scade di livello qualitativo e umano? “Tutta colpa del “68”. La famiglia ogni giorno che passa va disgregandosi per lasciare spazio alle donne femministizzate e alle coppie gay? “Tutta colpa del “68”. La cultura è improntata su ideologismi ambientalisti, femministi, derive post-marxiste? “Tutta colpa del “68”. Nessuno riconosce più l’autorità delle istituzioni? “Tutta colpa del “68”. Sono passati quarant’anni. Quaranta esatti. Eppure non sembra che in Italia ci sia un particolare interesse ad approfittare dell’anniversario per porsi qualche domanda su quegli anni. Magari anche in senso autocritico. Magari anche lasciando da parte orgogli e ideologie. Sarà che c’è da pensare ad altro. Sarà che ci sono le elezioni di mezzo. Eppure qualcun altro aveva approfittato proprio delle elezioni per far piombare come una mannaia una serie di accuse precise al “68: "Da allora non si può più parlare di morale in politica, ci ha imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno imposto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori". Sarkozy durante la campagna elettorale, quasi un anno fa. E questo suo andare al cuore del problema, questo suo attaccare la cultura della sinistra nel cuore del suo tempio santo, dove lo ha portato? Non solo fra le braccia di Carla Bruni. Ma anche all’Eliseo. Sarkozy, con toni tipici da campagna elettorale, così dipingeva la sinistra francese, custode dell’ideologia sessantottina: “difende i trasporti pubblici ma non li prende mai, ama la scuola pubblica e non ci manda i suoi figli, adora le banlieues ma non ci vive, parla di interesse generale ma si barrica nel clientelismo e nel corporativismo, firma petizioni quando si espellono gli squatters ma non ne ospiterebbe mai uno a casa sua”.
Dunque se il “68 si affaccia sul presente italiano come sintesi di un relativismo estremo, in una critica non costruttiva a tutte le istituzioni ed al principio di autorità in generale, in uno scollamento fra Paese pensato a Paese vissuto, mi pare non serva un luminare della medicina per dire che abbiamo diagnosticato la malattia per cui agonizza l’Italia, e pure la sua origine. Non è insomma molto difficile dire che è veramente “tutta colpa del “68”. Se non crediamo più nelle istituzioni è perché un “68 che è sopravvissuto nella cultura ce le ha distrutte tutte, una ad una. E senza istituzioni pubbliche permeate di una condivisione etica non ci si può meravigliare di niente di ciò che accade nei recinti della politica. Se la famiglia è in crisi profonda è perché è da quarant’anni al centro del mirino, bersaglio privilegiato dei guastatori sessantottini sopravvissuti al “68. Se la scuola non insegna più, è perché sopravvivono gli spettri di quegli anni nelle aule, nei corridoi, e persino nelle sale insegnanti. Tutte queste però – lo so – hanno il sapore di illazioni, di pensieri astratti. Sì, perché io nel “68 non c’ero. E me ne scuso, ma i miei genitori hanno aspettato altri undici anni prima di farmi esistere. Non ho quindi respirato personalmente quel clima, non ho vissuto le aspettative che i ragazzi avevano allora. Però, molto chiaramente, i frutti di quelle battaglie parlano una lingua comprensibile a tutti. E tutto è partito da lì, dal 1968.
E allora viene da chiedersi: in Italia, dove sono gli intellettuali disposti a parlare apertamente e senza reticenze dei guai del “68? E dove i politici capaci a tradurre questa critica in azione di governo? Ora, non dico che debba per forza chiamarsi Nicola Sarcosio ed avere un flirt con Claudia Schiffer, ma siamo proprio condannati a non avere neanche uno straccio di Sarkozy italiano?
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 17 febbraio 2008
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categoria:cultura, politica
domenica, febbraio 24, 2008
Un film da vedere per capire come l’Italia resti sempre il Paese dei Vicerè


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 18 novembre 2007

 

I Vicerè. Un film che ogni italiano dovrebbe vedere, rivedere, e poi vedere di nuovo. Non perché il libro fosse meno interessante, ma perché l’incoronazione cinematografica fa raggiungere molte teste in più, ed in meno tempo. La storia, per chi non avesse letto l’originale letterario, è decisamente semplice: nella Sicilia pre-unitaria un’antica famiglia nobile vive il contrasto tra un passato che si fa pesante nel presente, ed un futuro che inizia a stento ad intravedersi. Sono passati cento e cinquant’anni dall’unità d’Italia, eppure, guardando ora questo film e riflettendoci sopra, pare che da allora quasi nulla sia cambiato. L’Italia in fondo è ancora un Paese di vicerè, di abitudini e mentalità che chissà da quale meandro della storia arrivano, e che sopravvivono a tutte le idee che la modernità e la postmodernità hanno portato. Stato moderno, libero mercato, democrazia, persino diritti civili e valori costituzionali. Tutto è sempre e comunque subordinato ad una logica sotterranea, fatta di utilità personali ed istinti di sopravvivenza. Ecco perché questo film viene ad incarnare una sorta di Volkgeist, l’essenza di un popolo. La qual cosa non è particolarmente rincuorante.

Detto questo, tutto sommato non ci si può lamentare di come vanno le cose, perché ogni popolo ha la classe dirigente che merita, come disse “qualcuno”. Chissà, magari è vero. E chissà, magari lo è particolarmente per l’Italia. Gli italiani sono un popolo eccezionale. Ma l’italiano preso da solo è ancora più eccezionale. Tutta la sua metafisica parte dalla lamentela. Si lamenta perché vorrebbe che gli italiani pagassero le tasse. Gli altri però. Lui intanto appena può, evade. Si lamenta perché l’economia va a rotoli, perché non ci sono più imprese, e intanto lui fa l’impiegato in Comune. Si lamenta del sistema politico corrotto ed inefficiente, ingiusto ed inefficace, ma l’ultima rivoluzione che ha fatto capolino in questo Paese risale al 1848. Si lamenta perché il Paese è pieno di ingiustizie sociali, di squilibrio fra ricchi e poveri. Però intanto va a giocare al superenalotto nella speranza di avere anche lui la sua parte di ingiustizia. L’italiano di destra e quello di sinistra concordano nel dire che il Paese è spaccato in due. Per l’italiano di sinistra metà Italia è di bieca destra, e l’altra metà di gente per bene che paga le tasse. Per l’italiano di destra, metà Italia è di odiosa sinistra, ma lui non si interessa di politica, al massimo è un “moderato”. Poi ci si meraviglia se le espressioni politiche di questi due gruppi si scannano in Parlamento cercando sempre e comunque di distruggersi a vicenda. E la beffa più grande avviene quando, all’interno di questa guerra, c’è la battaglia per l’elezione del presidente della repubblica. Una battaglia come tutte le altre, in cui due gruppi si scontrano per prevalere l’uno sull’altro. Ma appena uno dei due prevale ed elegge il proprio presidente, scatta la voglia di illudersi che quella persona rappresenterà l’unità d’Italia. Sono gruppi contrapposti, quelli che si scontrano alla dirigenza dell’Italia. Tante famiglie di vicerè, ieri fedeli ai Borboni, al Papa o al Granduca, e oggi fedeli alla repubblica, che recitano in questo teatrino solo per rubare all’impresario tutte le paghe degli attori. Fazioni che combattono ciascuno per il proprio interesse. L’idea di bene comune è assente. L’idea di unità ancora di più. Sono passati cento e cinquanta anni, e questi gruppi continuano a scannarsi, in una corsa al ribasso che rende ogni giorno che passa l’Italia più lontana dal mondo contemporaneo. A detrimento di tutti. “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Sarebbe forse stato meglio dire “Fotti l’Italia, e fotti pure tutti gli italiani”. Almeno così la profezia si sarebbe avverata.
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categoria:cultura, politica
domenica, febbraio 24, 2008
Solidarietà maschile a Paolo Cevoli. Ognuno si sceglie la passerina che vuole



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 21 ottobre 2007



“Un buon libro è la compagnia più intelligente che un uomo possa trovare. Ogni tanto però ci vuole anche un po’ di solitudine con qualche passerina ignorante”. Con questa frase il comico romagnolo Paolo Cevoli provava a far da testimonial alla lodevolissima iniziativa dell’Open Day delle biblioteche e dei musei di Romagna, in corso oggi. Provava, perché questa frase ha scatenato un tale putiferio da eliminare dalla piazza l’espressione incriminata. Censura. Con annesse polemiche fra assessori e politici. La campagna d'informazione, curata dalla provincia di Ravenna e dall' assessore Massimo Ricci Maccarini, non è piaciuta ai suoi colleghi assessori alla cultura di Rimini, Marcella Bondoni, e di Forlì - Cesena, Iglis Bellavista, che hanno scritto una lettera di protesta ed hanno preso le distanze dall'iniziativa, ritirando tutte le pubblicazioni. “La pubblicità pubblica non può permettersi un linguaggio sessista fatto anche di battute degradanti per le donne”, ha detto l'assessore alle pari opportunità del Comune di Ravenna, Giovanna Piaia, continuando, “Gli uomini e le donne impegnati alla decostruzione di un simbolismo violento sono molto sensibili all’etica del comportamento maschile e non riescono a ironizzare su questi argomenti”. E ancora: “Il fatto che un amministratore pubblico mandi in giro materiale in cui la donna viene considerata una 'passerina ignorante' è semplicemente scandaloso” ha tuonato il capogruppo di Rifondazione comunista in consiglio comunale a Ravenna Valentina Morigi. Per non parlare delle campagne delle femministe, che si sono scatenate e infuriate per boicottare l’iniziativa.

Certo, era una comunicazione di enti pubblici, certo, il tono era molto leggero e forse fuori luogo. Detto questo però serve piena solidarietà maschile a Paolo Cevoli, e all’assessore Ricci Maccarini. Sì, perché tutto questo putiferio si è scatenato per una frase che, letta senza occhiali ideologici e col sorriso sulle labbra, è piena di buon senso, ed in perfetto stile cevoliano e romagnolo. Anche perché cosa ci si aspettava da una frase di un comico come Cevoli? Uno stile rigorista e manzoniano? Non chiamare un comico a fare la pubblicità, se non vuoi una battuta. Se l’assessore Giovanna Piaia, come lei stessa dice, non riesce ad ironizzare su questo argomento, cioè sul rapporto uomo-donna, è un problema suo, e certo non per la sua mancanza di ironia tutto il mondo deve immusonirsi. Anche perché non si capisce dove sarebbe il “simbolismo violento” in questa frase. La quale non pare dire che le donne sono tutte “passerine ignoranti”, come sembra sottintendere il capogruppo di rifondazione Morigi, ma che agli uomini piacciono anche quelle, ogni tanto. È come se venisse scritto “alle donne piacciono i palestrati”. Tutti gli uomini dovrebbero sentirsi chiamati in causa, e sarebbe un’offesa all’intero genere maschile? No. e se alle femministe questo non va bene, è un problema loro. Lascino gli uomini scegliere le “passerine ignoranti” che preferiscono. O forse si vuol far finta di non vedere che l’insieme “donna” ha al suo interno un ampio sottoinsieme, sempre più numeroso, composto appunto dalla categoria in questione? E che la nostra italica società è ogni giorno più ricolma di questa tipologia di femmine? Bombardate dalla defilippizzazione della società, riempite di desiderio di diventare veline, paperine, meteorine, letterine, come possono non finire per diventare ignoranti passerine? Basta farsi un giro in una qualunque discoteca il sabato sera, o intrufolarsi in una qualunque community giovanile su internet, e si capisce subito qual è il livello medio di acculturazione delle ragazzine oggi, e quale il grado di “passerinizzazione”. E il maschio fa quello che ha fatto dai tempi dell’homo sapiens in poi: si adatta.
Ma poi ci vuole ironia, voglia di scherzare, senza prendersi troppo sul serio. Perché fa paura una Romagna che di botto si scopre piena di tutto questo perbenismo censorio. Anche perché se le femministe ci tolgono le “passerine ignoranti”, cosa verranno a cercare i turisti in riviera?
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categoria:cultura, politica, satira, romagna
sabato, febbraio 23, 2008
Se la politica decide cosa è scientifico


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 14 ottobre 2007



È una curiosa presa di posizione. Il Consiglio d’Europa, un organismo internazionale che raduna 47 Stati, con una risoluzione di qualche giorno fa ha invitato gli Stati membri – con 48 voti a favore, 25 contro e 3 astenuti – ad opporsi fermamente all’insegnamento del creazionismo nelle scuole perché, essenzialmente, non è scientifico. Ora, che il creazionismo sia fuori dalla logica e dal senso comune è fuori di dubbio. Una persona di buon senso difficilmente può credere che il mondo sia stato creato veramente 6000 anni fa nel modo esatto in cui è descritto nei primi capitoli della Genesi, in un’interpretazione letterale del testo biblico che manda al macero migliaia d’anni di cogitazioni. Né la Chiesa cattolica né quella ortodossa, ma solo alcuni minoritari gruppi di protestanti e di musulmani, credono che il creazionismo sia una teoria valida a spiegare l’origine del mondo. In Italia, differentemente da molti altri paesi, è una teoria che non ha attecchito, e che non è neppure entrata nel dibattito pubblico. Ma detto questo, non si capisce come possa una autorità politica, legata ai governi, decidere cosa sia scientifico e cosa non lo sia. Anche perché, leggendo la risoluzione, il peccato originale del creazionismo non è tanto di proporre una teoria inverosimile, ma di negare l’evoluzionismo. Tanto che si dice (traduzione mia) “negare (l’evoluzionismo) potrebbe avere serie conseguenze per lo sviluppo delle nostre società”, come se la convivenza fra i popoli si basasse su una teoria scientifica, che in quanto tale potrebbe saltare per aria domani o oggi stesso. E “L’insegnamento di tutti i fenomeni che riguardano l’evoluzione come teoria scientifica fondamentale è pertanto cruciale per il futuro delle nostre società e delle nostre democrazie”. Politica e scienza che si mischiano a tal punto che la politica diventa un tribunale che stabilisce in che direzione muovere la scienza stessa. Inoltre lo stesso documento invita gli Stati membri “ad opporsi fermamente all’insegnamento del creazionismo come disciplina scientifica al pari della teoria dell’evoluzione, e in generale a resistere alla presentazione delle idee creazioniste in qualunque disciplina che non sia la religione”. Quindi da un lato, a leggere questo documento, c’è la scienza, i fatti, l’evoluzionismo. Dall’altro il creazionismo, la fede, la religione. Si confonde in maniera insopportabilmente grezza il creazionismo con la fede in una creazione divina, la posizione di qualche gruppetto di estremisti con l’apparato culturale e di fede delle grandi religioni monoteistiche. Fede e ragione come due fenomeni separati, paralleli, due mondi senza incontro. Con buona pace di Papa Benedetto. E soprattutto si pone lo Stato, l’autorità pubblica, non solo al di sopra della religione, ma anche al di sopra della scienza. Un organismo espressione di Stati che si mette a disquisire su cosa sia scientifico e cosa non lo sia rimanda al rapporto tra Galileo e l’inquisizione. Perché se ieri tutti erano sicuri che il sole ruotasse intorno alla terra, e chi la pensava diversamente sottostava a delle sanzioni, oggi tutti sembrano sicuri che l’uomo derivi dalle scimmie, e chi ne dubita non ha diritto di parola. Si dimentica che una teoria scientifica non è un feticcio da adorare, una religione da professare, un dogma da imporre, ma un’ipotesi da verificare continuamente nella realtà, valida finché gli stessi fatti non arriveranno a modificare, evolvere, o persino invalidare la stessa teoria. Gli errori del passato sembrano non insegnare nulla. Si agì contro Galileo per una ipotesi scientifica, idolatrando le certezze di ieri. Nonostante sia stato universalmente riconosciuto che quello fu un errore, si prosegue nell’errare, cambiando solo i soggetti del rapporto. Una annotazione. Dei membri di lingua italiana del Consiglio d’Europa hanno votato contro Claudio Azzolini di Forza Italia, Lorenzo Cesa dell’UDC, Andrea Rigoni della Margherita, mentre a favore ha votato, oltre al sammarinese Alessandro Rossi, Dario Rivolta di Forza Italia. Il quale un tempo era un liberale.
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categoria:cultura, politica
mercoledì, febbraio 20, 2008
Ci vorrebbe un Grillo romagnolo e un “Andiv a fê’…” day.


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 23 settembre 2007


Se solo Beppe Grillo fosse romagnolo… La mitologica frase di Beppe Grillo ha risuonato dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, indirizzando tutta una classe politica verso un destino ineluttabile e tanto auspicato da masse sempre crescenti di cittadini. Era rivolta a Berlusconi “psiconano” come a Prodi “valium”, ad Amato come a Mastella, a Casini come a de Michelis. Un grido catartico, uno sfogo di un popolo, quello italiano, a cui è rimasto solo questo strumento per gridare la propria insoddisfazione verso una classe dirigente ed un sistema assolutamente inadeguati. La classe politica nazionale ha ricevuto da piazze straripanti l’augurio che probabilmente si merita, e se ne farà una ragione, riempiendo la propria rabbia di parole come “antipolitica”. Ma i politici locali? Quelli che hanno in mano comuni e province, regioni e società di servizi, comunità montane e unioni di comuni, e mangiano ancor più lautamente di quelli nazionali? Quelli forse non hanno ancora preso sul serio l’invettiva di Grillo. Proviamo a tradurgliela in una lingua a loro più comprensibile. “Andiv a fê’ inculê’!”. In Italia, per un politico che ruba, c’è la solida frase in lingua italiana. In Romagna c’è quella in dialetto. Un sindaco romagnolo invece di amministrare la propria città fa affari e riempie d’oro le proprie budella e quelle dei propri amici? Risuoni rubicondo un bel “Vat a fê’ inculê’! “.Gli amministratori delle società di servizi non sono capaci di dare gas e acqua ai cittadini, e devono svendere la Romagna a Bologna, causando una serie infinita di disservizi? “Andiv a fê’ inculê’!”. Gli assessori e i sindaci distruggono interi territori per far soldi con l’edilizia? “Andiv a fê’ inculê’!”. Con tutti i soldi che passano sotto il loro naso non sono capaci di costruire una strada o un treno che uniscano Ravenna e Forlì? “Andiv a fê’ inculê’!”. Vogliono imporci Bologna come capitale? “Andiv a fê’ inculê’”! Sperperano i soldi in ogni modo per dar da mangiare agli amici, e agli amici degli amici? “Andiv a fê’ inculê’”! Continuano la corsa al ribasso, selezionando una classe politica e dirigente ridicola? “Andiv a fê’ inculê’”! Trattano i mezzi di informazione come se fossero di loro proprietà, arrivando persino a mandare minacce mafiose ai giornalisti per loro scomodi, usando la libertà di stampa come carta igienica pronta all’uso? “Andiv a fê’ inculê’! ”

Sì, è generalista, populista, facile e immediato dire a un politico “Vat a fê’ inculê’! “. È il grido dell’antipolitica, di chi è stanco di non avere alternative ad una classe dirigente monocroma, fatta di amministratori schiavi del partito e oppositori inesistenti e inefficaci. Ma cosa deve fare una persona, nella terra in cui sono nate e cresciute alcune delle migliori tradizioni politiche italiane, vedendo dove sono arrivate? A Ravenna e a Forlì una volta i repubblicani rappresentavano un’alternativa forte e plausibile ai comunisti. Oggi sono i loro più fedeli alleati. “Andiv a fê’ inculê’! “. E a proposito di comunisti. Una volta gridavano in piazza che lottavano per i lavoratori. Proprio quelli che sbraitavano nelle piazze, in trent’anni non hanno fatto un giorno di lavoro. Si battevano per i diritti dei poveri. Con quei voti cos’hanno fatto? Sono diventati ricchi. “Andiv a fê’ inculê’! ”. E la destra? Dovrebbe essere un segugio da guardia, fare un’opposizione ferma e risoluta, controllare ogni singolo atto di chi è al potere. Invece passa la vita in piccole lotte interne, per spartirsi le briciole che cadono dai tavoli del potere. “Andiv a fê’ inculê’! “. Insomma, se Beppe Grillo ha un merito, è quello di aver dato una vera scossa all’Italia. E noi romagnoli cosa aspettiamo a ritrovare il nostro spirito rivoluzionario?
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categoria:politica, satira, romagna
domenica, febbraio 17, 2008
Tutti insieme aboliamo le pericolose bestie malate



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 24 giugno 2007

 

Ieri in tutto il mondo, grazie ad internet, si è celebrata la giornata dell’orgoglio pedofilo. Tutti i pedofili del mondo sono stati invitati ad accendere una candela azzurra. Un gesto simbolico per ricordare i loro “fratelli” incarcerati perché - come dicono loro – “vittime delle discriminazioni, delle leggi ingiustamente restrittive per ribadire l'amore che proviamo per i bambini” Il problema è che nel nostro buonismo ebete, facciamo passare anche questa, e la reazione che abbiamo è del tutto inadeguata. Hanno protestato i ministri, ha protestato l’opposizione. Il Colosseo e tanti monumenti sono stati simbolicamente illuminati in tutta la penisola, ci sono state manifestazioni a Bologna e raccolta di firme in piazza a Roma per la nomina immediata di un Garante per l’Infanzia, e per l’attuazione di una proposta di legge che dichiari la pedofilia apologia di reato. Anche il mondo politico, ad una sola voce, ha voluto esprimere la condanna per l'orrore della pedofilia e alla Camera sono state discusse due mozioni che la Commissione bicamerale per l’infanzia porterà avanti, insieme ad una serie di altre iniziative.

Ma intanto sono 8 anni che questa giornata esiste, nell'indifferenza di tutti gli organismi internazionali. Invece di approfittare delle candele accese per mandare manipoli di lanzichenecchi a stanare questi aberranti criminali e dar loro quello che meritano, protestiamo, costruiamo una facciata che si oppone alla pedofilia, sguazziamo nel buonismo, e intanto lasciamo che queste bestie malate prosperino. Secondo le stime dell’Unicef, sono 73 milioni nel Mondo i bimbi che ogni anno sono obbligati a subire abusi sessuali. Se si pensa alle ripercussioni psicologiche a lungo termine che queste creature devono subire per tutta la vita a causa della devianza perversa di anime malate, questo crimine diventa ancora più grave. Persino chi, come il sottoscritto, è fortemente contrario alla pena di morte, di fronte a queste atrocità vacilla nel dubbio. Sul fatto dunque che i pedofili siano criminali, ci sono poche parole da aggiungere. Ma altrettanto criminali sono quelle istituzioni che permettono alla pedofilia di diffondersi e di prosperare, e che lasciano che esista una giornata del genere, organizzata sfruttando la globalità delle rete per diffondere la “cultura del pedofilia”. Una giornata che, in definitiva, invita al sesso libero tra maniaci sessuali e fanciulli. In Italia poi, tutto sommato, possiamo lamentarci il giusto. Tutti protestano, e alla fine il sito dell’orgoglio pedofilo è stato anche oscurato. Ma ci sono “civilizzatissimi” paesi europei in cui si lascia la libertà a questi mostri di diffondere le proprie perversioni, ed anzi di considerarle relativisticamente normali quanto un rapporto d’amore tradizionale. Ecco perché dovrebbero intervenire gli organismi internazionali.“Se l’ONU non interviene riconoscendo la pedofilia quale crimine contro l’umanità ogni atto dimostrativo contro la turpe giornata dell’orgoglio pedofilo risulta perfettamente inutile”. A parlare è il sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, secondo il quale: “La pedofilia e la conseguente produzione di un floridissimo mercato pedopornografico non sono fenomeni circoscritti a poche nazioni, bensì planetari e, perciò, soltanto una risoluzione delle Nazioni Unite potrebbe consentire agli inquirenti di perseguire uno tra i più aberranti reati contro l’umanità senza limitazioni operative”. Viviamo in un mondo in cui siamo costretti ad aspettare che qualche burocrate internazionale dichiari un’aberrazione del genere contro la natura umana crimine per poter veramente agire. E invece l’ONU che fa? Tace. E quindi continuiamo a subire questa umiliazione all’umanità. L’orgoglio pedofilo.
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categoria:politica