mercoledì, febbraio 20, 2008
Ravenna: facciamo di più per “sfruttare” il patrimonio Dante
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 9 settembre 2007
Rubo un’idea all’ottimo Walter Della Monica, presidente del Centro Relazioni Culturali di Ravenna nonché colonna portante della cultura ravennate e romagnola, per mettere il naso in un affare in cui si intreccia la storia, la letteratura, la ricerca universitaria, un po’ di politica, e soprattutto il turismo. Parliamo di Dante Alighieri. È vero che Dante a Ravenna ci è morto, nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Ma è anche vero che ha trascorso in città svariati anni della sua vita. Sul tempo che ha trascorso qui da morto c’è poco da dire, perché tutto già dice la “zuccheriera” in cui è sepolto. Ma sul tempo che ha trascorso in città da vivo pare ci siano troppe poche tracce all’occhio del cittadino e soprattutto del turista. Perché? Premessa chiarificatrice: non si può certo dire che non ci sia un’attenzione per il Sommo Poeta a Ravenna. La città che lo ha ospitato è infatti ricca di avvenimenti. Per il secondo anno Ravenna – dall’8 al 15 settembre – è sede di una fitta serie di incontri, spettacoli ed eventi danteschi, diretti da Davide Rondoni e promossi dalla fondazione Cassa di Risparmio, racchiusi in “Dante 09”. Per il settembre dantesco il Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali di Ravenna organizza numerose iniziative di carattere scientifico (convegni, letture, progetti di ricerca, corsi di specializzazione o di aggiornamento) e celebrativo (Dantis poetae trasitus), oltre a curare l’aggiornamento di uno specialistico fondo bibliografico; il Centro Relazioni Culturali di Ravenna dal 1998 il centro promuove la rassegna annuale di letture internazionali “La Divina Commedia nel Mondo” con la partecipazione di traduttori esperti e lettori italiani e stranieri; ma partecipano alle celebrazioni anche l’istituzione Biblioteca Classense e l’Associazione storica “Quelli del Ponte”. Dunque il terreno sembra fertile, e non si può dire che Ravenna abbia dimenticato il proprio ospite illustre che scrisse la Divina Commedia. Non si capisce però come mai, girando per la città, l’unica testimonianza che si ha di Dante sia la sua tomba. Dunque verrebbe da porsi una domanda molto elementare, quasi naif: perché non esiste una targa, un’iscrizione, e magari anche un percorso turistico, che indichi quali fossero i luoghi dove il Sommo Poeta ha trascorso gli ultimi anni della sua vita? Non sarebbe certo un grave dispetto per quel turismo culturale e di qualità che Ravenna merita, fornire agli appassionati di Dante, o ai semplici curiosi, la possibilità di rivivere qualche momento della sua vita ravennate. La prima risposta che viene è: perché non lo sappiamo. O almeno non ne siamo sicuri. Non siamo sicuri di quali siano veramente i luoghi danteschi, quelli dove l’Alighieri trascorreva il proprio tempo, terminando di scrivere peraltro la Commedia. Se così è, avendo Ravenna una facoltà universitaria umanistica oramai molto illustre, sarebbe così disdicevole che potesse fornire le proprie forze culturali al servizio della ricerca del passato dantesco? La seconda risposta è: perché probabilmente, a parte appunto Walter Della Monica, non ci ha pensato nessuno. E l’ultima è: perché verosimilmente non ci si è accorti dell’importanza che potrebbe avere per il turismo cittadino un percorso dantesco che si articolasse fra antichi palazzi, angoli di città e scorci di pineta, riportando il turista a vivere quella prima metà del “300. Ecco perché sarebbe sacrosanto, viene da dire con molta modestia, che i principali attori cittadini, quelli che potrebbero avere un interesse nella valorizzazione di un percorso dantesco, riuscissero a sedersi intorno ad un tavolo per elaborare un progetto. Perché non sarebbe male arrivare a dire, come dice spesso l’amico e consigliere comunale Daniele Perini: “Ravenna: qui Dante ha scritto il Paradiso”.
mercoledì, febbraio 20, 2008
Ma è giusto che un uomo di parte rappresenti il patrimonio di tutti?
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 2 settembre 2007
Sono molto distante dal tono con cui è stata condotta sulle pagine della Voce la polemica contro la nomina di Vidmer Mercatali a presidente onorario del Ravenna Calcio. Si è voluto dare alla critica il sapore di uno scontro fra destra e sinistra. Queste coloriture ideologiche, come spesso accade, distolgono l’attenzione dalla serenità di un dibattito che una nomina del genere per forza di cose avrebbe suscitato. Insomma, sembra quasi che Mercatali non avrebbe dovuto ricevere la nomina perché nell’Unione Sovietica c’erano i gulag. Personalmente, se avessi dovuto pensare e condurre una discussione sulla nomina dell’ex sindaco di Ravenna Mercatali a presidente onorario del Ravenna Calcio, l’avrei incentrata intorno ad una domanda molto più pacata e neutrale, che mi sarebbe piaciuto avesse potuto trovare interlocutori sia a destra che a sinistra, e sia fra chi – come il sottoscritto – la politica proprio non la manda giù: è corretto, in senso astratto, che un senatore in carica, di qualunque partito egli sia, vada a presiedere, in modo onorario e simbolico, un patrimonio sportivo che dovrebbe appartenere a tutta la città, essendo egli espressione di una sola parte di essa? E chi pur tifando per il Ravenna non l’ha votato, e magari non ha nessuna stima per il suo modo di fare politica, cosa deve fare? Tifare per il Cesena? Ma poi, per scendere più concretamente al caso in questione, con tutte le critiche che da un decennio circolano per la città – vere, false o verosimili che siano – e che ogni ravennate conosce bene, che sono sintetizzate nel motto “nomina sunt consequentia rerum” riferito al suo cognome, è stata poi una scelta così saggia per l’immagine della sinistra stessa, e più in generale della città attribuirgli un tale riconoscimento? Se l’opposizione, nel chiedere ironicamente al Comune di intitolare gli appartamenti di Marinara “i Mercatali” (prendendo l’idea dal mensile “il Romagnolo”) ancora oggi sostiene che “il suo nome è rappresentativo di un periodo storico del governo cittadino, di cui i vari ecomostri sono emblematici”, è stata una scelta ponderata e saggia per la città attribuirgli tale carica onorifica? Considerando i toni dello scontro, è un po’ come se Silvio Berlusconi venisse nominato Presidente Onorario della Nazionale di calcio. Il presidente del Ravenna Gianni Fabbri, nel discorso di conferimento della nomina ha dichiarato: “La nostra scelta è stata suggerita dalle qualità morali del senatore”. Ora, viste appunto le critiche con cui da dieci anni l’opposizione – e non solo – lo attacca, l’affermazione appare decisamente troppo smaccata e stucchevole. A questo punto si potevano anche aggiungere, fra i meriti del senatore, l’eloquio forbito e la dizione impeccabile.
È un peccato poi che la società sportiva, di fronte alle critiche della Voce abbia reagito non dando gli accrediti ai giornalisti della Voce, e imponendo il silenzio stampa ai giocatori nei confronti del giornale che aveva criticato la nomina di Mercatali. Come dire: o vi appiattite sull’idea che il senatore Vidmer Mercatali è ed è sempre stato un bravo ed impeccabile politico, e magari pure un grande statista, che merita di presiedere in modo onorario la squadra per le sue qualità morali, oppure siete fuori, non siete neanche messi nella condizione di raccontare ai vostri lettori ciò che fa la squadra. Per gli accrediti poco male, si pagherà il biglietto, a differenza di tutti gli altri giornali. Ma è decisamente inaccettabile che non si possa instaurare un dialogo giornalistico neppure con i giocatori. La politica insomma che prevale sullo sport, e che antepone l’immagine di un senatore all’articolarsi del mondo sportivo. E alla libertà di stampa e di espressione. Quando si cerca di intaccare la libertà di informazione, c’è sempre di che preoccuparsi. E questo, per una città che si dice abbia forti radici democratiche, non è certo un bel segnale.
martedì, febbraio 12, 2008
L’intollerabile bruttezza della moda
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 29 aprile 2007
Sabato sera qualunque. Ingresso di una qualunque discoteca della riviera romagnola. Una di quelle che ci tengono ad apparire “in”, “a la page”, piene solo di “bella gente”. Ore 01.30. Arrivo insieme ad un amico. Persona di buona famiglia, di un certo livello umano e culturale. Ed anche economico. Il quale però ha avuto la pessima idea di indossare una maglietta. Non una di quelle camicie che indossano tutti, slacciata fino all’ombelico e magari pure sgualcita. Una semplice maglietta lacoste, pulita e stirata. Mentre io indosso una normalissima giacca gessata. Facciamo la fila nelle liste dei tavoli, perché un amico “che ha il tavolo” ci ha invitati. Fatto già di per sé spiacevole, perché chi ha un tavolo di solito lo ha proprio per evitare file. E questa “bella gente” che si accinge a frequentare questo locale “a la page” si comporta più o meno come una massa di clandestini a Lampedusa. Anzi, probabilmente loro si sarebbero comportati meglio. Spintoni, manate, bestemmie, frasi senza senso che volano in un’aria intorpidita da uno strato di fumo denso come il marmo. Frasi intelligentissime come “guarda che se voglio qua mi compro il locale, o, rivolta ad un ragazzo di colore, pure gentile, che sta all’ingresso, “se ci fosse Mussolini te non saresti neanche qua”. Alte elucubrazioni. D’altra parte è un locale “a la page”, dove va la classe dirigente, quelle persone chiamate a cariche di responsabilità in azienda, negli enti pubblici, nella società. Tutte orgogliosamente incelofanate dentro ad una camicia. Pressati da cotanta classe dirigente scamiciata, già i nostri umori non raggiungono le vette. Ma quando l’attesa stile “manzotin” si prolunga, schiacciati fra due ferraresi con la camicia e un non identificato produttore di bestemmie – anche lui ovviamente con una camicia stroppicciata – l’umore scende ben oltre il livello inguinale. Finalmente riusciamo ad entrare. Circondati da gente tutta uguale: donne seminude – difficile distinguere i pochi centimetri di tessuto che le distinguono – e uomini con lo stesso sorriso stampato su un viso dipinto di ocra da lunghe sedute di lampade, jeans simil-rovinati, scarpe più o meno identiche color cacca. Quelle che piacciono ai bolognesi. Superiamo faticosamente i pochi metri – dove sono però contenute centinaia di persone “a la page” infiocchettate dentro a camice sdrucite – che ci dividono dall’ingresso vero e proprio, e con i nostri bigliettini in mano ci troviamo di fronte al buttafuori dei buttafuori, il door selector, quello che deve fare la selezione di chi sta dentro e chi sta fuori. E appena il mio amico si avvicina, il Minosse lo guarda da capo a piedi, fa una smorfia da Caronte, e dice solo, toccandosi il petto: “una camicina…”. E con una manona pelosa lo allontana dall’ingresso. Scattano mille pensieri, dal “proviamo a parlarci”, al “chiamiamo qualcuno dentro”, ma prima che un pensiero incontri la realtà, pressati prima da questo, poi da quel buttafuori, ci ritroviamo sulla strada da cui eravamo entrati. Dove ci sono ancora centinaia di altre persone in camicia affiancate da ragazze seminude che attendono. E con occhio diverso vedo che questa mirabolante “bella gente” che si accinge ad entrare nel locale “a la page” mi è quasi nota. Incontro il mio piastrellista, il muratore che mi ha sistemato casa, il benzinaio da cui rifornisco la moto. Tutti rigorosamente in camicia. In fondo siamo una società meritocratica. Per appartenere alla classe dirigente, alla “bella gente” che frequenta i locali “a la page” non conta nulla cosa hai studiato, quanti soldi realmente hai, che lavoro fai, o che tipo di persona sei. Basta seguire pedissequamente i dettati della moda, la scienza dell’apparenza. Che alla fine, come diceva Oscar Wilde, “è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”. Probabilmente come le camicie di molta della bella gente che è entrata al posto nostro.
mercoledì, marzo 08, 2006
SE IL COMUNE CELEBRA LA VIOLENZA IDEOLOGICA
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 8 marzo 2006
Dedichiamo una piazza alla “Settimana Rossa”! Questo è quanto ha deciso di fare, senza farsi troppi scrupoli e senza consultare troppe persone, il Comune di Ravenna a Mezzano, una località vicina alla città. Per chi non se lo ricordasse, la settimana rossa è stata una settimana del 1914 piena di violenze e scontri pararivoluzionari che colpirono chiese, case e circoli contrari alle ideologie dominanti, ma che si ricorda per il particolare odio contro i cattolici. L’episodio è a dir poco gravissimo. Viene infatti da chiedersi se questo voler celebrare le violenze contro i cattolici, e non solo, sia un gesto di strafottente provocazione, o se invece sia in buona fede una castroneria frutto di cecità ideologica. Tertium non datur. Dedicare una piazza ad un evento o ad un personaggio significa infatti celebrarlo. E celebrare giornate di violenza è un vero e proprio affronto a chi le violenze le ha subite. In questo caso, è un affronto al mondo cattolico. “Abbasso i preti, viva la repubblica popolare! ”, si gridava in quei giorni. A Faenza i rivoltosi tentarono d'incendiare la porta del duomo; a Forlì ci riuscirono con quella di San Mercuriale, mentre la folla impedì a lungo ai pompieri di intervenire. Fatti analoghi successero a Cesena, dove vennero prese di mira diverse chiese. A Rimini non riuscì il tentativo di bruciare la cappella di Sant’Antonio, ma esplose una bomba di fronte al seminario mentre un oratore esortava i compagni a chiudere le chiese, “case di prostituzione”. Si ricordano ancora, tra l’altro, le polpette fatte con le ostie consacrate rubate dai tabernacoli. Voler dedicare una piazza alla settimana rossa proprio a Mezzano è un affronto ancora peggiore, se si pensa che il curato del paese, secondo quanto si racconta, venne obbligato con umiliazioni a togliersi la veste, mentre 800 rivoluzionari saccheggiavano la canonica e bruciavano la chiesa irrompendo proprio durante la processione del Corpus Domini.
Invece di chiedere scusa oggi per il passato, la sinistra, con la sua giunta ravennate, celebra i propri errori. Invece di dire “per arrivare sin qui abbiamo commesso un sacco di sbagli, abbiamo operato con la violenza e abbiamo appoggiato regimi sanguinari, ne chiediamo scusa e rigettiamo quelle radici”, si vanta di Lenin, a cui hanno dedicato una via a Bologna, così come una via è dedicata, sempre nel capoluogo felsineo, a Stalin(grado). Molti dirigenti di quel PCI che prendeva i soldi sporchi di sangue dell’URSS sono ancora sulla loro poltrona come se non avessero fatto niente di male. E ora ci si vanta pure di aver picchiato i cattolici ad inizio secolo. È vergognoso che una sinistra che si dice moderna ed aperta al mondo nella sua complessa contemporaneità continui a sguazzare nel sangue che le ideologie le hanno fatto versare nei decenni passati, senza riuscire a farne una seria autocritica ed a riconoscere i propri errori per cambiare di conseguenza. E come può poi il centro-sinistra venire a chiedere il voto a noi cattolici, mentre nei suoi atti di governo umilia la nostra identità? Per essere di sinistra in Romagna, insomma, bisogna davvero pensare che le violenze della settimana rossa siano giuste, tanto da dedicar loro una piazza? La Chiesa cattolica, con Giovanni Paolo II, ha riconosciuto errori commessi nel passato, e ne ha pure chiesto scusa pubblicamente al mondo intero. Non si capisce cosa aspettino gli eredi dell’ex PCI e dell’ideologia in esso contenuta a fare altrettanto, per diventare finalmente una vera sinistra europea e lasciare alle proprie spalle le amare scorie del comunismo. Insomma, riusciremo prima o poi in Italia ad avere una sinistra liberale, non ideologica, e non catapultata nel presente come relitto di ideologie fallite, oppure continueranno a pullulare piazze dedicate ad episodi sanguinari e a dittatori della peggior specie?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
mercoledì, novembre 23, 2005
MA CHE SINISTRA È MAI QUESTA?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 22 novembre 2005)
Chi avrà dato l’ordine? Che equivale a chiedersi: chi comanda davvero in Romagna? I sei sindaci romagnoli di Ravenna, Forlì, Rimini, Cesena, Imola e Lugo non riescono mai a mettersi d’accordo su niente, lasciando che il cervello di qualsiasi operazione di vasta scala in Romagna sia un qualche ufficio a Bologna. Eppure di punto in bianco i sindaci romagnoli, tranne quello di Faenza, sono in totale sintonia operativa, ed escono con una dichiarazione congiunta. Contro la Romagna. Contro la possibilità che a decidere se fare o meno una regione Romagna siano i cittadini con un referendum. Bella scoperta. Se questi sindaci fossero favorevoli a fare il referendum, non ci sarebbe stato bisogno di tutte le trafile parlamentari. Sono loro l’ostacolo al referendum, questo si sapeva anche prima di questa dichiarazione. Tuttavia tanta compattezza è quantomeno sospetta. Il sospetto che emerge è dunque che la testa di questa pensata debba essere più in alto. Sennò non si sarebbero di sicuro messi d’accordo. Proviamo a indovinare dove potrebbe essere il cervello di questa geniale uscita. A Bologna magari? Più che declinazioni di un ideale democratico, questi sindaci ricordano piuttosto i legati pontifici di antica memoria. Chissà cosa direbbe Mazzini nel vedere la terra che più fu fedele ai suoi ideali ritornata, dopo appena cento anni, alle logiche degli austriacanti e della più dirigistica gestione del potere. D’altra parte lo avevo predetto non più tardi di una settimana fa, nel mio editoriale del martedì: “Vorrei che (la Romagna) la facessimo anche insieme agli amministratori locali, ma più che chiederglielo non posso fare. Non vogliono ascoltare le ragioni a favore della Romagna, e preferiscono prestare l’orecchio alle segreterie bolognesi dei loro partiti”. Non sono passati neppure sette giorni, ed ecco che arriva l’ordine. Peccato che da Bologna arrivino solo ordini contro la Romagna, e mai a favore. Peccato che da Bologna non arrivi mai un ordine per fare una strada o una ferrovia fra Ravenna e Forlì, o un impegno per aumentare di una corsia l’autostrada di Rimini. Mentre a Modena si sta costruendo la quarta. Sarebbe quasi meglio non entrare nel merito di ciò che hanno scritto questi sindaci, perché si tratta di una tesi davvero fuori da ogni buon senso, e decisamente antidemocratica. D’altra parte la questione è quantomai chiara: alcuni richiedono da anni un referendum, previsto dalla Costituzione, per chiedere ai romagnoli se vogliono democraticamente costituirsi in regione, e questi politici fanno di tutto per non far svolgere questo referendum, come se i romagnoli fossero delle pecore da condurre, e non cittadini da far esprimere. Democrazia contro dirigismo, riformismo contro conservazione. Tutto fila lineare. Peccato però che a difendere lo status quo siano persone che rappresentano il centro-sinistra. Il peggior centro-sinistra. Perché purtroppo esiste anche un centro-sinistra, così come in altre zone d’Italia esiste un centro-destra, intessuto di un intreccio di affari, lottizzazioni e operazioni di palazzo, il tutto condito da quell’arroganza di chi sa che tanto, anche se trasformerà la propria città in una discarica, vincerà le successive elezioni. Questo centro-sinistra dunque ha parlato, e ha espresso più volte la propria opinione sulla questione romagnola. Adesso però è tempo che parli la parte migliore del centro-sinistra. Quella intelligente. Quella degli intellettuali, della dialettica e dei grandi ideali. Quella che non prende gli ordini dalla segreteria del partito, quella che sa fare autocritica quando gli amministratori sbagliano. Quel centro-sinistra riformista, che quando c’è bisogno le riforme le vuole, e non le ostacola. Quella parte del centro-sinistra che non può lasciare la questione Romagna nelle mani delle armate Brancaleone del centro-destra. Quella parte del centro-sinistra unita dagli ideali, e non dagli affari. Quella parte che nasce dalla passione, e non muore nella sete di danaro e di poltrone. Quella che ha ospitato nei decenni l’orgoglio. L’orgoglio di essere romagnoli, di vivere nella terra in cui la politica è sempre stata protagonista. C’è bisogno di progressisti, perché anche quelli che dovrebbero esserlo stanno dimostrando di essere più conservatori dei conservatori, più reazionari dei reazionari. La questione Romagna è quantomai chiara: far esprimere i romagnoli sulla secolare questione della loro autonomia significa seguire il principio democratico, mettendo in mano al popolo la decisione. Ostacolare questo procedimento, come stanno da anni facendo questi e altri sindaci e amministratori, significa seguire il più gretto dirigismo, le manovre di palazzo, significa non essere padroni in casa propria e lasciar comandare qualcuno a Bologna. Continueremo dunque ad obbedire agli ordini che arrivano da Bologna, o torneremo una terra protagonista?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
lunedì, ottobre 17, 2005
ANCHE CON IL CALCIO OSTACOLI ALL’AUTONOMIA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 17 ottobre 2005)
Romagna divisa anche nel calcio. “Romagna tua non è, e non fu mai,/sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni”, scriveva Dante 700 anni fa. Ma lo potremmo scrivere ancora oggi. I romagnoli sono divisi a livello amministrativo, e piuttosto che mettersi d’accordo hanno preferito farsi stemperare in una improbabile Emilia-Romagna. Fra i due litiganti il terzo gode. E infatti comanda Bologna. Non solo però i romagnoli non riescono a trovare un’unità politico-amministrativa, ma non ci si riesce a mettere d’accordo neppure in ambito calcistico. A lanciare l’idea di unificare le squadre romagnole in un “Romagna calcio” ci ha provato recentemente Werther Casalboni, l’imprenditore cervese da poco vicepresidente del Ravenna, sulla scia di un’idea che era stata sia di Raul Gardini sia di Dino Manuzzi. Al di là di quelle che sono state le diverse reazioni dei presidenti delle singole squadre, ciò che colpisce sono le opinioni dei capi delle tifoserie, che riflettono meglio il comune sentire della gente. E i tifosi hanno detto no. No, essenzialmente, perché il tifo si basa su rivalità e campanilismi. Chiaro, evidente. Ciò che è meno evidente è perché questo campanilismo debba far leva sulle identità comunali, e non su quella regionale. Non sarebbe molto più stimolante una partita fra il Romagna e il Bologna, magari in serie A, magari pure in lotta per lo scudetto, piuttosto che il piccolo cabotaggio di piccole squadre che superano a fatica la B, quando va bene? Non sarebbe molto più stimolante portare in tutta Italia la nostra comune identità romagnola, superando divisioni di piccolo campanile che oggi non hanno più ragion d’essere? È tutta questione di mentalità. E di ambizione. Oggi la Romagna, con le infrastrutture che ha e i tempi di percorrenza, è di fatto un unico sistema metropolitano che va da Ravenna a Rimini passando per Forlì e Cesena. Ma quella maledetta mentalità microcefalica, di cui tutti siamo imbevuti, che fa guardare con sospetto il proprio vicino – con la bocca però piena di paroloni come “integrazione”, “globalizzazione” e cose del genere – impedisce qualunque idea di sviluppo. Compreso quello calcistico. Quanti scudetti hanno vinto, complessivamente, le tante squadre di calcio che abbiamo in Romagna? In tutto l’arco della storia calcistica, mi dicono gli esperti, nessuno. Quanti scudetti avrebbe potuto vincere il “Romagna calcio”, la squadra cioè che avesse assommato tutte le competenze e i danari delle singole squadre romagnole? La storia non si fa ad ipotesi, ma conoscendo la tenacia dei romagnoli ne avrebbe vinto più di uno. E lo stesso vale per qualunque altro settore, compreso quello politico-amministrativo. Con a fianco il colosso bolognese, con tutti i suoi snodi di potere, come possiamo pensare di competere se ci presentiamo sempre divisi? Come possiamo sperare di avere delle concessioni dal potere bolognese – perché più che qualche concessione non si può sperare -, se non riusciamo a metterci d’accordo su cosa chiedere tutti insieme? Lo sport ci mostra quale sia il difetto più profondo dei romagnoli: un egoismo declinato in modo campanilistico. Che vissuto con questa intransigenza non fa bene a nessuno. C’è invece un senso di romagnolità, un’identità comune che va riscoperta tutti insieme. La storia, la geografia, il buon senso, ci mostrano come la Romagna e i romagnoli siano un qualcosa di peculiare che si distingue, con varie tonalità, da tutto ciò che la circonda. C’è un orgoglio che alberga fiero nel cuore dei romagnoli, al di là del borgo a cui appartengono. Si tratta solo di riscoprirlo, questo orgoglio dimenticato. E poi, scusate, quando gioca l’Italia, non si riconciliano tutte le tifoserie, da quella del Napoli a quella del Verona? Perché non si può immaginare che succeda lo stesso fra Cesena e Ravenna, in nome della Romagna? Anche perché a seguire la mentalità campanilistica, a livello politico i romagnoli non hanno trovato un’unità, e sono rimasti intrappolati nel sistema emilianoromagnolo, dove a comandare sono altri, sulle nostre teste. Finirà allora che anche a livello calcistico qualcuno volerà sopra le nostre divisioni e farà una squadra “Emilia-Romagna” con lo stadio a Bologna?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
martedì, luglio 05, 2005
DI CHI È IL MERITO SE DA NOI SI VIVE BENE?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 5 luglio 2005)
“Postgiornalismo”. Mi piace questa definizione che un lettore ha dato del mio appello al dibattito su Sofri. Un giornalismo postmoderno che invece di proporre idee e riflessioni, dogmi e certezze, propone dubbi, domande, e appigli per il dibattito. Uno spazio aperto per i lettori. Certo, l’unica idea ferma che mi sono fatto del “caso Sofri” dopo quest’operazione “postgiornalistica” è che l’opinione pubblica è molto spaccata, ma intanto se n’è dibattuto, ci abbiamo riflettuto sopra insieme, e molti di voi si sono decisi a scriverci. Bene. Metto insieme il concetto di postgiornalismo con uno dei temi a me più cari, l’Emilia-Romagna, e lancio in pasto al dibattito con i lettori un’altra domanda. Perché in Romagna ed in Emilia si sta bene? Chi sceglie di vivere qui ha a che fare con un tessuto sociale avanzato, ospitalità, servizi. E poi, soldi. Soldi ovunque. Soldi che traboccano dalle tasche dei grandi gruppi industriali e che finiscono fra le mani di un po’ tutta la popolazione. Un riverbero di ricchezza fa da scenografia a tutto il teatrino regionale. Città linde e pinte, strade pulite, palazzi sfarzosi, automobili ruggenti, eleganza nel vestire, spocchia ed orgoglio, investimenti a pioggia nell’istruzione, nell’università, e via dicendo. Ci sono persino un sacco di belle donne a sollevare la qualità della vita. Bene. La domanda che si pone perentoria di fronte a questo benessere e a questa elevata qualità della vita è una e una soltanto: perché? Perché in queste città ed in queste campagne, fra queste colline e questi campanili, sotto la bruma dell’inverno e la calura dell’estate, fra la nebbia o nell’abbraccio del sole primaverile, si vive così bene? Perché basta spostarsi di pochi chilometri, attraversare le colline e trovarsi dinnanzi una realtà del tutto diversa, non certo pervasa dal dinamismo e dal benessere che si trovano in Romagna ed in Emilia? E cercando una risposta a questa domanda nel dibattito culturale, se ne trova subito e solo una. Quella della politica. Quella degli apparati del Partito, che hanno la più candida delle tesi: se si sta bene qui, è grazie alla nostra politica. Grazie ad un filo ininterrotto di amministrazioni locali colorate di un rosso fuoco che né la ricchezza, né i tempi che cambiano hanno sbiadito. Se in Romagna ed in Emilia si sta bene, quindi, è grazie all’opera alacre dei comunisti prima, dei pidiessini poi, ed oggi dei diessini. La cosa avvilente è che non si trovano altre risposte a questo “perché? “. Non esistono elaborazioni culturali serie ed articolate sulle realtà romagnola ed emiliane. O meglio, non ne esistono di sufficientemente serie e divulgate da potersi mettere in competizione con il blocco del pensiero unico. Il quale parte dalle pompose aule del rettorato dell’Alma Mater Studiorum e arriva nel più modesto dei circoli culturali di Savarna o di Spilamberto. Le aule universitarie hanno preferito nei decenni incensare il potere piuttosto che studiarlo con distacco e con spirito da “contropotere”. D’altra parte la politica arriva anche lì. La società civile produttiva, cioè gli imprenditori, sono troppo impegnati nel “fare” per potersi fermare nel “riflettere”. D’altra parte per mantenere un livello di ricchezza e di produttività almeno pari a quello raggiunto bisogna lavorare 24 ore al giorno. E poi ci sono i rischi. Perché mai un imprenditore dovrebbe contestare le grandi verità del Partito al potere rischiando magari di perdere un appalto o la benevolenza di qualche amministratore con cui fa affari continui? Nessuna risposta dunque all’assillante “perché? “ neppure fra i portafogli della regione. Le forze di opposizione poi è come se non esistessero. I partiti della minoranza, dopo che la DC e il PRI sono entrate nel blocco della sinistra, si sono trovati a fronteggiare il colosso (post) comunista senza averne le forze o le persone, e la stessa esperienza della vittoria di Guazzaloca dimostra come i partiti tradizionali in questa realtà non siano stati capaci di radicarsi nella società civile, tanto che vincono solo quando fanno un passo indietro lasciando spazio a quella società civile che diversamente li ignora. Che risposta si può mai trovare in questa politica? Non essendoci dunque che un’unica risposta al mio semplice “perché qui si sta bene? ” che attraversa la politica, l’economia e il mondo della cultura, la dubbiosità sale. Nella tradizione di queste terre il dialogo, la voglia di confrontarsi e far incontrare le diversità erano elementi cardine della coscienza comune. Oggi vige una sorta di codice ideologico al di fuori del quale non è consentito andare. Ergo, l'unica visione che si ha delle realtà emiliane e romagnola è quella forgiata dalla propaganda di chi detiene – con i denti e le unghie – il potere, senza la presenza di nessuna voce contraria in modo argomentato ed articolato. E quest’assenza di dialettica non è certo un bene. Provo dunque a stimolare voi, lettori: rispondiamo insieme a questa domanda: perché in Romagna ed in Emilia si vive così bene? Di chi il merito? Le risposte, come sempre, saranno benvenute.
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
www.paologambi.it