mercoledì, gennaio 23, 2008
La luna, il mare, e una Venere piovuta sulla terra
Di Paolo Gambi
Da “La Voce di Romagna”, 6 agosto 2006
(i dolori del giovane Gambi)
Serata al Marano. Giro con un gruppetto di amici fra i vari stabilimenti balneari che, adattando l’originario modello di Marina di Ravenna, si sono tramutati in locali per feste in spiaggia. A Riccione. Mio personale obiettivo: svagarmi, distrarmi, vedere un po’ di persone e gettare le preoccupazioni nel più romagnolo dei divertissement. Mia attitudine nei confronti delle donne della serata: guardare ma non toccare. La caccia alla ragazza è un articolo incompatibile con i miei obiettivi di rilassamento e di distrazione. Obiettivo dei miei amici: utilizzare spasmodicamente ogni loro energia per arpionare qualcuna delle tante belle che si aggirano per i bagni. Loro attitudine nei confronti delle donne: bramosia viscerale. D’altra parte è comprensibile. Scampoli di lussuria ovunque conquistano i sensi. Seni all’aria, sguardi ammiccanti, sederi in bella mostra. Sono i particolari che ammazzano. Si raccolgono i migliori, ciascuno da una ragazza diversa, e si costruisce nel cervello un mosaico che ritrae la Femmina perfetta, costruita con pezzi presi da diverse donne. Un vero disastro. E comunque tutti quegli ammassi di carne ballonzolante fanno gola a chiunque, me compreso. Ma stoicamente uso la ragione e penso che tanto lì la donna della mia vita non la troverò mai, e che l’unica cosa in cui posso incappare è un’avventura temporanea e superficiale di cui certamente mi pentirei. Da bravi epicurei invece i miei amici iniziano ad attaccare discorso con tutte le ragazze che passano, usando i trucchi più grevi e trucidi. Dal “ciao, dov’è che ci siamo visti? “ al “scusa posso chiederti una cosa? “. Iniziano a raccogliere le prime picche, abbastanza da fare un burraco. Un po’ stanco della musica, dello struscio dei corpi e del gioco di incontro fra frastornati, trovo un angolo di spiaggia vuoto, non distante dal mare. E lì, da solo, mi rendo conto di quanto sia affascinante il mare di notte, con rumori accennati di onde che accarezzano la sabbia. Mi rendo conto che sopra alla confusione di quelle migliaia di persone tutte concentrate a far conoscere i corpi le une delle altre, se ne sta un cielo stellato di cui non riesco a non stupirmi. Sta lì, e guarda, immobile. Chissà quanti fra coloro che sono venuti lì si sono accorti che stanno ballando sotto un soffitto stellato. Nessuno, penso. O forse tutti. Ma pare che abbia colpito solo me. Mentre me ne sto tutto intento a filosofeggiare con il naso per aria, una voce femminile con una lieve striatura straniera mi raggiunge. “Stanco di ballare? “. L’idea di ballare non mi ha neppure sfiorato l’anticamera del cervello, non ho idea di chi mi stia parlando, e a dire il vero non so neppure se sta parlando con me o se ho le traveggole. Ma lo stesso rispondo, senza abbassare gli occhi che ho incollato ad una qualche stella lontana anni luce: “Mah, forse questo non è un posto adatto per me”. Abbasso lo sguardo, e mi trovo ad ammirare una ragazza di una bellezza impressionante. Alta, mora, occhi profondamente neri e lucidi, ed un’aria molto fashionable. La Venere risponde: “Forse neanche per me. Ti va di fare due passi? “. I sensi e la ragione rispondono all’unisono con un roboante “volentieri”. Passeggiamo per un po’ avanti ed indietro, parliamo di cose altissime, partendo dalla grandezza dell’universo per arrivare al senso della vita. Lei è veramente bellissima, ed insieme profondamente sensuale in quel corpo mozzafiato, messo in mostra sì, ma fino ad un certo punto. Dopo aver navigato nell’empireo dell’astrazione, ritorniamo insieme verso zone abitate, dove si agita ancora il desiderio di festa e di ballo. In quel momento incrocio i miei amici, tutti ovviamente ancora senza prede, che rimangono attoniti. Saluto la ragazza, senza neppure aver saputo come si chiama o senza averle chiesto il numero di telefono, e dentro di me scopro una profonda soddisfazione. Non l’ho sfiorata, non ne ho fatto un oggetto del desiderio, ma ho condiviso con lei un’esperienza molto bella. Salvo poi scoprire in seguito che la ragazza in questione è una ballerina di lapdance, e che probabilmente era lei ad avere altri scopi. Ma questo è un particolare incastonato su Riccione, che tutti noi amiamo così com’è, che non intacca la morale di tutto ciò, ossia che, in fondo, il sesso non è tutto.
mercoledì, novembre 23, 2005
MA CHE SINISTRA È MAI QUESTA?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 22 novembre 2005)
Chi avrà dato l’ordine? Che equivale a chiedersi: chi comanda davvero in Romagna? I sei sindaci romagnoli di Ravenna, Forlì, Rimini, Cesena, Imola e Lugo non riescono mai a mettersi d’accordo su niente, lasciando che il cervello di qualsiasi operazione di vasta scala in Romagna sia un qualche ufficio a Bologna. Eppure di punto in bianco i sindaci romagnoli, tranne quello di Faenza, sono in totale sintonia operativa, ed escono con una dichiarazione congiunta. Contro la Romagna. Contro la possibilità che a decidere se fare o meno una regione Romagna siano i cittadini con un referendum. Bella scoperta. Se questi sindaci fossero favorevoli a fare il referendum, non ci sarebbe stato bisogno di tutte le trafile parlamentari. Sono loro l’ostacolo al referendum, questo si sapeva anche prima di questa dichiarazione. Tuttavia tanta compattezza è quantomeno sospetta. Il sospetto che emerge è dunque che la testa di questa pensata debba essere più in alto. Sennò non si sarebbero di sicuro messi d’accordo. Proviamo a indovinare dove potrebbe essere il cervello di questa geniale uscita. A Bologna magari? Più che declinazioni di un ideale democratico, questi sindaci ricordano piuttosto i legati pontifici di antica memoria. Chissà cosa direbbe Mazzini nel vedere la terra che più fu fedele ai suoi ideali ritornata, dopo appena cento anni, alle logiche degli austriacanti e della più dirigistica gestione del potere. D’altra parte lo avevo predetto non più tardi di una settimana fa, nel mio editoriale del martedì: “Vorrei che (la Romagna) la facessimo anche insieme agli amministratori locali, ma più che chiederglielo non posso fare. Non vogliono ascoltare le ragioni a favore della Romagna, e preferiscono prestare l’orecchio alle segreterie bolognesi dei loro partiti”. Non sono passati neppure sette giorni, ed ecco che arriva l’ordine. Peccato che da Bologna arrivino solo ordini contro la Romagna, e mai a favore. Peccato che da Bologna non arrivi mai un ordine per fare una strada o una ferrovia fra Ravenna e Forlì, o un impegno per aumentare di una corsia l’autostrada di Rimini. Mentre a Modena si sta costruendo la quarta. Sarebbe quasi meglio non entrare nel merito di ciò che hanno scritto questi sindaci, perché si tratta di una tesi davvero fuori da ogni buon senso, e decisamente antidemocratica. D’altra parte la questione è quantomai chiara: alcuni richiedono da anni un referendum, previsto dalla Costituzione, per chiedere ai romagnoli se vogliono democraticamente costituirsi in regione, e questi politici fanno di tutto per non far svolgere questo referendum, come se i romagnoli fossero delle pecore da condurre, e non cittadini da far esprimere. Democrazia contro dirigismo, riformismo contro conservazione. Tutto fila lineare. Peccato però che a difendere lo status quo siano persone che rappresentano il centro-sinistra. Il peggior centro-sinistra. Perché purtroppo esiste anche un centro-sinistra, così come in altre zone d’Italia esiste un centro-destra, intessuto di un intreccio di affari, lottizzazioni e operazioni di palazzo, il tutto condito da quell’arroganza di chi sa che tanto, anche se trasformerà la propria città in una discarica, vincerà le successive elezioni. Questo centro-sinistra dunque ha parlato, e ha espresso più volte la propria opinione sulla questione romagnola. Adesso però è tempo che parli la parte migliore del centro-sinistra. Quella intelligente. Quella degli intellettuali, della dialettica e dei grandi ideali. Quella che non prende gli ordini dalla segreteria del partito, quella che sa fare autocritica quando gli amministratori sbagliano. Quel centro-sinistra riformista, che quando c’è bisogno le riforme le vuole, e non le ostacola. Quella parte del centro-sinistra che non può lasciare la questione Romagna nelle mani delle armate Brancaleone del centro-destra. Quella parte del centro-sinistra unita dagli ideali, e non dagli affari. Quella parte che nasce dalla passione, e non muore nella sete di danaro e di poltrone. Quella che ha ospitato nei decenni l’orgoglio. L’orgoglio di essere romagnoli, di vivere nella terra in cui la politica è sempre stata protagonista. C’è bisogno di progressisti, perché anche quelli che dovrebbero esserlo stanno dimostrando di essere più conservatori dei conservatori, più reazionari dei reazionari. La questione Romagna è quantomai chiara: far esprimere i romagnoli sulla secolare questione della loro autonomia significa seguire il principio democratico, mettendo in mano al popolo la decisione. Ostacolare questo procedimento, come stanno da anni facendo questi e altri sindaci e amministratori, significa seguire il più gretto dirigismo, le manovre di palazzo, significa non essere padroni in casa propria e lasciar comandare qualcuno a Bologna. Continueremo dunque ad obbedire agli ordini che arrivano da Bologna, o torneremo una terra protagonista?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
lunedì, ottobre 17, 2005
ANCHE CON IL CALCIO OSTACOLI ALL’AUTONOMIA
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 17 ottobre 2005)
Romagna divisa anche nel calcio. “Romagna tua non è, e non fu mai,/sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni”, scriveva Dante 700 anni fa. Ma lo potremmo scrivere ancora oggi. I romagnoli sono divisi a livello amministrativo, e piuttosto che mettersi d’accordo hanno preferito farsi stemperare in una improbabile Emilia-Romagna. Fra i due litiganti il terzo gode. E infatti comanda Bologna. Non solo però i romagnoli non riescono a trovare un’unità politico-amministrativa, ma non ci si riesce a mettere d’accordo neppure in ambito calcistico. A lanciare l’idea di unificare le squadre romagnole in un “Romagna calcio” ci ha provato recentemente Werther Casalboni, l’imprenditore cervese da poco vicepresidente del Ravenna, sulla scia di un’idea che era stata sia di Raul Gardini sia di Dino Manuzzi. Al di là di quelle che sono state le diverse reazioni dei presidenti delle singole squadre, ciò che colpisce sono le opinioni dei capi delle tifoserie, che riflettono meglio il comune sentire della gente. E i tifosi hanno detto no. No, essenzialmente, perché il tifo si basa su rivalità e campanilismi. Chiaro, evidente. Ciò che è meno evidente è perché questo campanilismo debba far leva sulle identità comunali, e non su quella regionale. Non sarebbe molto più stimolante una partita fra il Romagna e il Bologna, magari in serie A, magari pure in lotta per lo scudetto, piuttosto che il piccolo cabotaggio di piccole squadre che superano a fatica la B, quando va bene? Non sarebbe molto più stimolante portare in tutta Italia la nostra comune identità romagnola, superando divisioni di piccolo campanile che oggi non hanno più ragion d’essere? È tutta questione di mentalità. E di ambizione. Oggi la Romagna, con le infrastrutture che ha e i tempi di percorrenza, è di fatto un unico sistema metropolitano che va da Ravenna a Rimini passando per Forlì e Cesena. Ma quella maledetta mentalità microcefalica, di cui tutti siamo imbevuti, che fa guardare con sospetto il proprio vicino – con la bocca però piena di paroloni come “integrazione”, “globalizzazione” e cose del genere – impedisce qualunque idea di sviluppo. Compreso quello calcistico. Quanti scudetti hanno vinto, complessivamente, le tante squadre di calcio che abbiamo in Romagna? In tutto l’arco della storia calcistica, mi dicono gli esperti, nessuno. Quanti scudetti avrebbe potuto vincere il “Romagna calcio”, la squadra cioè che avesse assommato tutte le competenze e i danari delle singole squadre romagnole? La storia non si fa ad ipotesi, ma conoscendo la tenacia dei romagnoli ne avrebbe vinto più di uno. E lo stesso vale per qualunque altro settore, compreso quello politico-amministrativo. Con a fianco il colosso bolognese, con tutti i suoi snodi di potere, come possiamo pensare di competere se ci presentiamo sempre divisi? Come possiamo sperare di avere delle concessioni dal potere bolognese – perché più che qualche concessione non si può sperare -, se non riusciamo a metterci d’accordo su cosa chiedere tutti insieme? Lo sport ci mostra quale sia il difetto più profondo dei romagnoli: un egoismo declinato in modo campanilistico. Che vissuto con questa intransigenza non fa bene a nessuno. C’è invece un senso di romagnolità, un’identità comune che va riscoperta tutti insieme. La storia, la geografia, il buon senso, ci mostrano come la Romagna e i romagnoli siano un qualcosa di peculiare che si distingue, con varie tonalità, da tutto ciò che la circonda. C’è un orgoglio che alberga fiero nel cuore dei romagnoli, al di là del borgo a cui appartengono. Si tratta solo di riscoprirlo, questo orgoglio dimenticato. E poi, scusate, quando gioca l’Italia, non si riconciliano tutte le tifoserie, da quella del Napoli a quella del Verona? Perché non si può immaginare che succeda lo stesso fra Cesena e Ravenna, in nome della Romagna? Anche perché a seguire la mentalità campanilistica, a livello politico i romagnoli non hanno trovato un’unità, e sono rimasti intrappolati nel sistema emilianoromagnolo, dove a comandare sono altri, sulle nostre teste. Finirà allora che anche a livello calcistico qualcuno volerà sopra le nostre divisioni e farà una squadra “Emilia-Romagna” con lo stadio a Bologna?
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
martedì, luglio 05, 2005
DI CHI È IL MERITO SE DA NOI SI VIVE BENE?
Di Paolo Gambi
(Da La Voce di Romagna, 5 luglio 2005)
“Postgiornalismo”. Mi piace questa definizione che un lettore ha dato del mio appello al dibattito su Sofri. Un giornalismo postmoderno che invece di proporre idee e riflessioni, dogmi e certezze, propone dubbi, domande, e appigli per il dibattito. Uno spazio aperto per i lettori. Certo, l’unica idea ferma che mi sono fatto del “caso Sofri” dopo quest’operazione “postgiornalistica” è che l’opinione pubblica è molto spaccata, ma intanto se n’è dibattuto, ci abbiamo riflettuto sopra insieme, e molti di voi si sono decisi a scriverci. Bene. Metto insieme il concetto di postgiornalismo con uno dei temi a me più cari, l’Emilia-Romagna, e lancio in pasto al dibattito con i lettori un’altra domanda. Perché in Romagna ed in Emilia si sta bene? Chi sceglie di vivere qui ha a che fare con un tessuto sociale avanzato, ospitalità, servizi. E poi, soldi. Soldi ovunque. Soldi che traboccano dalle tasche dei grandi gruppi industriali e che finiscono fra le mani di un po’ tutta la popolazione. Un riverbero di ricchezza fa da scenografia a tutto il teatrino regionale. Città linde e pinte, strade pulite, palazzi sfarzosi, automobili ruggenti, eleganza nel vestire, spocchia ed orgoglio, investimenti a pioggia nell’istruzione, nell’università, e via dicendo. Ci sono persino un sacco di belle donne a sollevare la qualità della vita. Bene. La domanda che si pone perentoria di fronte a questo benessere e a questa elevata qualità della vita è una e una soltanto: perché? Perché in queste città ed in queste campagne, fra queste colline e questi campanili, sotto la bruma dell’inverno e la calura dell’estate, fra la nebbia o nell’abbraccio del sole primaverile, si vive così bene? Perché basta spostarsi di pochi chilometri, attraversare le colline e trovarsi dinnanzi una realtà del tutto diversa, non certo pervasa dal dinamismo e dal benessere che si trovano in Romagna ed in Emilia? E cercando una risposta a questa domanda nel dibattito culturale, se ne trova subito e solo una. Quella della politica. Quella degli apparati del Partito, che hanno la più candida delle tesi: se si sta bene qui, è grazie alla nostra politica. Grazie ad un filo ininterrotto di amministrazioni locali colorate di un rosso fuoco che né la ricchezza, né i tempi che cambiano hanno sbiadito. Se in Romagna ed in Emilia si sta bene, quindi, è grazie all’opera alacre dei comunisti prima, dei pidiessini poi, ed oggi dei diessini. La cosa avvilente è che non si trovano altre risposte a questo “perché? “. Non esistono elaborazioni culturali serie ed articolate sulle realtà romagnola ed emiliane. O meglio, non ne esistono di sufficientemente serie e divulgate da potersi mettere in competizione con il blocco del pensiero unico. Il quale parte dalle pompose aule del rettorato dell’Alma Mater Studiorum e arriva nel più modesto dei circoli culturali di Savarna o di Spilamberto. Le aule universitarie hanno preferito nei decenni incensare il potere piuttosto che studiarlo con distacco e con spirito da “contropotere”. D’altra parte la politica arriva anche lì. La società civile produttiva, cioè gli imprenditori, sono troppo impegnati nel “fare” per potersi fermare nel “riflettere”. D’altra parte per mantenere un livello di ricchezza e di produttività almeno pari a quello raggiunto bisogna lavorare 24 ore al giorno. E poi ci sono i rischi. Perché mai un imprenditore dovrebbe contestare le grandi verità del Partito al potere rischiando magari di perdere un appalto o la benevolenza di qualche amministratore con cui fa affari continui? Nessuna risposta dunque all’assillante “perché? “ neppure fra i portafogli della regione. Le forze di opposizione poi è come se non esistessero. I partiti della minoranza, dopo che la DC e il PRI sono entrate nel blocco della sinistra, si sono trovati a fronteggiare il colosso (post) comunista senza averne le forze o le persone, e la stessa esperienza della vittoria di Guazzaloca dimostra come i partiti tradizionali in questa realtà non siano stati capaci di radicarsi nella società civile, tanto che vincono solo quando fanno un passo indietro lasciando spazio a quella società civile che diversamente li ignora. Che risposta si può mai trovare in questa politica? Non essendoci dunque che un’unica risposta al mio semplice “perché qui si sta bene? ” che attraversa la politica, l’economia e il mondo della cultura, la dubbiosità sale. Nella tradizione di queste terre il dialogo, la voglia di confrontarsi e far incontrare le diversità erano elementi cardine della coscienza comune. Oggi vige una sorta di codice ideologico al di fuori del quale non è consentito andare. Ergo, l'unica visione che si ha delle realtà emiliane e romagnola è quella forgiata dalla propaganda di chi detiene – con i denti e le unghie – il potere, senza la presenza di nessuna voce contraria in modo argomentato ed articolato. E quest’assenza di dialettica non è certo un bene. Provo dunque a stimolare voi, lettori: rispondiamo insieme a questa domanda: perché in Romagna ed in Emilia si vive così bene? Di chi il merito? Le risposte, come sempre, saranno benvenute.
Paolo Gambi
paologambi@lavocediromagna.com
www.paologambi.it
giovedì, giugno 30, 2005
I 50 ANNI DI CL TRA STUPORE E SCANDALO
di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 23 aprile 2004)
Sono già passati cinquant’anni. A ottobre si celebrerà il mezzo secolo di vita di Comunione e Liberazione (o come più spesso si dice, CL), il movimento interno alla Chiesa cattolica fondato da mons. Luigi Giussani. Movimento che già molti decenni fa sbarcò in Romagna, portando con sé l’iniziativa del "meeting", tanto entrata nella coscienza riminese che oggi è chiamato "meeting di Rimini". E movimento non poco discusso, misto di stupore e scandalo. Il Santo Padre e mons. Giussani si sono scambiati, come è di rito, due lettere di cortesia appena pubblicate, segnando quindi l’ufficialità dell’evento. E non si può quindi, da Rimini, non iniziare a celebrare insieme questa ricorrenza e cercare di capire più a fondo cosa questa realtà abbia significato nel cammino della Chiesa italiana.
Questi cinquanta anni hanno visto un momento particolare della storia della Chiesa. Molte delle strutture che c’erano sono state spazzate via dalle bufere della contemporaneità. In pochi decenni quel patrimonio di associazioni ecclesiali che costituiva un tessuto a trama fittissima nella società italiana è stato letteralmente distrutto dal collasso di un sistema. Molte di quelle sigle che avevano fatto grande la chiesa italiana e l’Italia stessa - l’Azione Cattolica, la FUCI, le associazioni di settore, fucine di una classe dirigente di alto livello - sono in breve tempo rimaste poco più che mere sigle a coprire spazi nei singoli annuari diocesani. Con ciò non si vuole certo dire che oggi l’AC o la FUCI non esistano, ma solo che della gloria del passato resta solo il - sia pur glorioso - ricordo. La Chiesa italiana si stava dunque trovando a precipitare in un abisso, e le spinte ad essa antagoniste si facevano sempre più pressanti. E in questo contesto è iniziata l’era dei movimenti. Spiritus ubi vult spirat… Lo spirito soffia dove vuole. Gli ultimi decenni sono stati un fiorire di movimenti e realtà ecclesiali nuove, nate in maniera spontanea e spesso inusuale, che hanno ridato vita ad un tessuto umano che rischiava di scomparire.
Comunione e Liberazione si colloca pienamente in questo solco, essendo anzi in Italia una delle realtà più rilevanti in questo contesto. CL è riuscita a penetrare in luoghi che erano oramai visti come persi dal mondo cattolico: le scuole, le università, i luoghi di lavoro; contesti che oramai si pensavano egemonizzati dall’ideologia marxista e dalla politica prima, dal nichilismo e dal pensiero debole poi. CL ha dunque negli anni suscitato stupore per i molti che decidevano di aderire al suo carisma. Ha però suscitato anche scandalo nei molti, specie cattolici, che in CL continuavano a vedere con grandi sospetti qualcosa di strano e di difficilmente comprensibile. Si aggiunga il fatto che l’estrema concretezza del carisma ciellino ha portato il movimento in situazioni quantomeno inusuali per un movimento cattolico. L’impegno cristiano si traduce nel carisma di CL anche in un impegno concreto nella società, che ha portato i cristiani in quei luoghi da cui la storia li aveva esclusi, primo fra tutti il mondo politico. Certo è che quando si scende nell’agone politico si scomoda sempre e comunque qualcuno, e qualunque cosa si faccia si sbaglia. Questo ha fatto sì che negli anni si sia creato uno velo di diffidenza, a volte anche molto spesso, da parte di una fetta del mondo cattolico nei confronti di CL. Diffidenza peraltro ancora presente in alcuni ambiti ecclesiali, tanto che tutt’ora in alcuni palazzi si contrappongono i partiti ciellino e anticiellino. Ma anche questo è il bello della dialettica nella Chiesa.
Concludiamo piuttosto dicendo che quando venne fatto cardinale Ersilio Tonini, che era arcivescovo emerito di Ravenna, un monsignore ravennate disse che quella era la dimostrazione che lo Spirito Santo soffiava anche sulle paludi ravennati. Guardando a quello che ha fatto cielle a Rimini, al di là di tutto, viene forse da dire che ha soffiato, nonostante le discoteche, anche nel resto della terra solatìa di Romagna…
giovedì, giugno 30, 2005
In occasione della discussione alla Camera della Devolution...
sulla Voce di Romagna:
Stavolta niente perizomi. Niente donne perfette, niente appelli, niente considerazioni più o meno facete sull’essere umano declinato al femminile. Mi richiamo da solo all’ordine. Sì, perché mentre mi disperdevo a correre dietro alle gonnelle, è successo qualcosa. Qualcosa che ci riguarda direttamente nel nostro essere romagnoli. Si parla di Romagna a Roma. Il problema è che si tratta di qualcosa velato da una glassa di politica, e se si parla di politica gli articoli li leggono solo gli addetti ai lavori. Perché la politica è noiosa, farraginosa, e i politicanti sono pure brutti e antipatici. Però va detto, per chi ha voglia di andare avanti a leggere, che un ammasso di parlamentari sta discutendo in questi giorni, alla Camera dei Deputati, della devolution, cioè di una lunga serie di argomenti. Tra i quali c’è anche indirettamente la Romagna. Una cosa che quindi ci riguarda, e che potrebbe cambiare alcune cose delle nostre quotidianità. Forse questa è la volta buona in cui ci verrà data in mano una scheda per decidere se staccarci dal governo bolognese e diventare regione romagnola oppure continuare ad essere trasformati nella grande provincia di una città – Bologna – che non è la nostra capitale. C’è di mezzo la devolution, gli umori leghisti e l’incapacità della classe politica di dialogare. Ma se un certo emendamento andrà in porto, forse faremo il referendum per la regione Romagna.
Perché diciamoci la verità, l’Emilia-Romagna non esiste. Nonostante i palazzoni che crescono a dismisura a Bologna, l’istituzione regionale è fuori dalla realtà e dalla storia. Nonostante gli uffici che spuntano come funghi in giro per il mondo, la regione Emilia-Romagna è un contenitore vuoto. Sì, perché smercia un prodotto che non esiste: la “riviera adriatica dell’Emilia-Romagna”, piuttosto che l’imprenditoria emilianoromagnola, piuttosto che i prodotti tipici emilianoromagnoli. Quando invece avremmo una miriade di prodotti tipici romagnoli da valorizzare, differenze territoriali da sfruttare, campanilismi e storie su cui costruire una splendida unità nella diversità.
Invece no. A Bologna qualcuno ha deciso, e non esistono più emiliani e romagnoli, ma solo emilianoromagnoli. La storia viene riscritta dalle penne al soldo del potere, e intanto i centri decisionali vanno in regione, a Bologna. Ogni anno che passa abbiamo meno opportunità di decidere del nostro futuro. I poteri della regione crescono, e visto che là dentro la Romagna è così tanto considerata che non se ne ammette neppure l’esistenza (vedere il nuovo Statuto regionale), noi contiamo sempre meno. Non possiamo decidere delle sorti del nostro turismo. Non abbiamo i canali che Bologna ha costruito (anche alle nostre spalle) con i reali centri economici e di potere. Il nostro peso politico rasenta lo zero. A Roma non abbiamo nessuno sponsor, tantomeno a Bruxelles. Se poi passasse la devolution di Bossi senza avere la regione Romagna, per noi si aprirebbero tempi veramente grami. Tutto il potere – compreso quello che ora sta a Roma – si concentrerebbe a Bologna. E visto che per questa regione noi non esistiamo, prima o poi finiremmo col mangiare anche noi i tortellini. Schiacciati da un potere che non possiamo più controllare.
Ma allora, vogliamo tirare fuori un po’ di ambizione o no? Alla Camera si discute anche di noi romagnoli, e noi cosa facciamo? Quelli che rispondono all’ordine del partito che è sceso da Bologna obbediscono, e dicono semplicemente “no”, riempiendosi la bocca di parole di cui non sanno neppure il significato, come “globalizzazione”, “Europa”, “competitività”. Anche perché il sistema prevede che le cose vadano così. Ma cosa fanno le categorie produttive? E le associazioni? E gli uomini liberi? Dov’è la loro voce, il loro coraggio di informarsi su un argomento che può entrare nelle case di ciascuno di noi? Per non parlare dell’opposizione, che a quanto pare in Romagna non esiste.
Allora, vogliamo sostenere un po’ di orgoglio romagnolo, entrare nel dibattito, informarci ed informare, o preferiamo morire emilianoromagnoli senza neppure rendercene conto?
giovedì, giugno 30, 2005
ROMAGNOLI: UN PO' DI ORGOGLIO PER CORTESIA
di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 21 giugno 2005)
Un po’ di orgoglio, per cortesia. Il Ravenna si è conquistato la C1. E adesso speriamo che, perlomeno in virtù della gloria calcistica, invece delle solite strascicate lamentele i ravennati tirino fuori un po’ di orgoglio cittadino. Perché se c’è una cosa che i romagnoli tutti, ma i ravennati in particolare, sanno fare è lamentarsi delle proprie città. “Ma qui non c’è niente da fare”, “Non ci sono prospettive”, “Ah, ma invece a Milano sì che si trova da lavorare”, “Ma io appena posso me ne vado”, “Per fare grandi cose bisogna andarsene dalla Romagna”. Conversazioni classiche che riempiono strade e piazze. Frasi tipo che si trovano sull’abbecedario del perfetto ravennate-romagnolo. Quello che se in un anno passa quindici giorni fuori dalla sua città è già grasso che cola, ma che sempre e comunque deve far passare il messaggio secondo cui a Ravenna (o a Forlì, o a Rimini) sono tutti dei provinciali e la città è destinata al fallimento nel giro di poche lune, mentre a Milano (o a Roma, o a Londra, o addirittura a Bologna) sì che sono tutti liberi, virtuosi e felici. Peccato solo che su dieci milanesi costretti a fare due ore di fila tutte le mattine, costretti a respirare l’irrespirabile e a vivere fra mura grigie e cieli plumbei, almeno sette verrebbero di corsa a vivere nella nostra tranquillità spensierata. Certo, a Milano – o in una qualche altra grande città – ci sono gruppi industriali più grandi dei nostri, e gente molto ricca. Peccato però che per un Berlusconi o un Tronchetti Provera ci siano poi svariati milioni di anonimi milanesi che magari preferirebbero fare gli impiegati in un più piccolo centro, dove la qualità della vita è migliore, e molto migliore è il livello dei rapporti umani. E noi che qualità della vita e alto livello dei rapporti umani ce li abbiamo eccome, ci lamentiamo, sogniamo di andarcene, e magari qualcuno, con una forza di autoconvinzione superiore alla media, lo fa pure. “Better to be a big fish in a small pond” dicono gli americani. Meglio essere un pesce grande in un piccolo stagno, insomma. Però, a ben vedere, il nostro stagno romagnolo non è poi così piccolo, né così insignificante. Meriterebbe, insomma, più orgoglio da parte nostra. Ravenna ha una storia che non ha nulla da invidiare alle più grandi città o ai paesi esteri. Non è solo una piccola città con una squadra in C1: è stata capitale dell’impero romano, ha dei monumenti unici, è stata per un periodo il centro del mondo, ha uno dei porti più importanti d’Italia, è ancora oggi conosciuta in tutta Italia per la sua attualità culturale grazie al Ravenna Festival. Un po’ di orgoglio, per cortesia. Rimini è la indiscussa capitale del turismo, e tutta la costa riminese è un pullulare continuo di manifestazioni, eventi vip, sfilate. Basti pensare che in un solo sabato, a Riccione c’è stato un vip master di beach tennis con un tripudio di starlette e personaggi televisivi, la festa della Yamaha di Valentino Rossi e la sfilata di gioielli di Bartorelli, con Andy McDowell e decine di altri vip. Un po’ di orgoglio per cortesia. E poi Forlì come fa a non essere orgogliosa con il paradiso di colline che ha alle sue spalle? Un po’ di orgoglio per cortesia. Non parliamo di Cesena. Un perfetto matrimonio fra sviluppo economico e qualità della vita: non è una grande città, eppure ha un’economia degna di una metropoli; solo con i gruppi Amadori e Tecnogym (per citarne due, mi scusino gli altri) può essere considerata una vera e propria capitale economica. Un po’ di orgoglio, per cortesia. E poi Faenza, il palio e le ceramiche… Beh, i faentini per la verità sono gli unici romagnoli veramente orgogliosi. Potrebbero dare lezione a tutti. Insomma, bisognerebbe cercare di apprezzare quello che abbiamo, bisognerebbe comprendere che la nostra erba è verde almeno quanto quella del vicino. Bisognerebbe smettere di lamentarsi della nostra bella Romagna, e piuttosto viverla ed amarla per quello che è. Un po’ di orgoglio, per cortesia…