domenica, febbraio 24, 2008
Solidarietà maschile a Paolo Cevoli. Ognuno si sceglie la passerina che vuole
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 21 ottobre 2007
“Un buon libro è la compagnia più intelligente che un uomo possa trovare. Ogni tanto però ci vuole anche un po’ di solitudine con qualche passerina ignorante”. Con questa frase il comico romagnolo Paolo Cevoli provava a far da testimonial alla lodevolissima iniziativa dell’Open Day delle biblioteche e dei musei di Romagna, in corso oggi. Provava, perché questa frase ha scatenato un tale putiferio da eliminare dalla piazza l’espressione incriminata. Censura. Con annesse polemiche fra assessori e politici. La campagna d'informazione, curata dalla provincia di Ravenna e dall' assessore Massimo Ricci Maccarini, non è piaciuta ai suoi colleghi assessori alla cultura di Rimini, Marcella Bondoni, e di Forlì - Cesena, Iglis Bellavista, che hanno scritto una lettera di protesta ed hanno preso le distanze dall'iniziativa, ritirando tutte le pubblicazioni. “La pubblicità pubblica non può permettersi un linguaggio sessista fatto anche di battute degradanti per le donne”, ha detto l'assessore alle pari opportunità del Comune di Ravenna, Giovanna Piaia, continuando, “Gli uomini e le donne impegnati alla decostruzione di un simbolismo violento sono molto sensibili all’etica del comportamento maschile e non riescono a ironizzare su questi argomenti”. E ancora: “Il fatto che un amministratore pubblico mandi in giro materiale in cui la donna viene considerata una 'passerina ignorante' è semplicemente scandaloso” ha tuonato il capogruppo di Rifondazione comunista in consiglio comunale a Ravenna Valentina Morigi. Per non parlare delle campagne delle femministe, che si sono scatenate e infuriate per boicottare l’iniziativa.
Certo, era una comunicazione di enti pubblici, certo, il tono era molto leggero e forse fuori luogo. Detto questo però serve piena solidarietà maschile a Paolo Cevoli, e all’assessore Ricci Maccarini. Sì, perché tutto questo putiferio si è scatenato per una frase che, letta senza occhiali ideologici e col sorriso sulle labbra, è piena di buon senso, ed in perfetto stile cevoliano e romagnolo. Anche perché cosa ci si aspettava da una frase di un comico come Cevoli? Uno stile rigorista e manzoniano? Non chiamare un comico a fare la pubblicità, se non vuoi una battuta. Se l’assessore Giovanna Piaia, come lei stessa dice, non riesce ad ironizzare su questo argomento, cioè sul rapporto uomo-donna, è un problema suo, e certo non per la sua mancanza di ironia tutto il mondo deve immusonirsi. Anche perché non si capisce dove sarebbe il “simbolismo violento” in questa frase. La quale non pare dire che le donne sono tutte “passerine ignoranti”, come sembra sottintendere il capogruppo di rifondazione Morigi, ma che agli uomini piacciono anche quelle, ogni tanto. È come se venisse scritto “alle donne piacciono i palestrati”. Tutti gli uomini dovrebbero sentirsi chiamati in causa, e sarebbe un’offesa all’intero genere maschile? No. e se alle femministe questo non va bene, è un problema loro. Lascino gli uomini scegliere le “passerine ignoranti” che preferiscono. O forse si vuol far finta di non vedere che l’insieme “donna” ha al suo interno un ampio sottoinsieme, sempre più numeroso, composto appunto dalla categoria in questione? E che la nostra italica società è ogni giorno più ricolma di questa tipologia di femmine? Bombardate dalla defilippizzazione della società, riempite di desiderio di diventare veline, paperine, meteorine, letterine, come possono non finire per diventare ignoranti passerine? Basta farsi un giro in una qualunque discoteca il sabato sera, o intrufolarsi in una qualunque community giovanile su internet, e si capisce subito qual è il livello medio di acculturazione delle ragazzine oggi, e quale il grado di “passerinizzazione”. E il maschio fa quello che ha fatto dai tempi dell’homo sapiens in poi: si adatta.
Ma poi ci vuole ironia, voglia di scherzare, senza prendersi troppo sul serio. Perché fa paura una Romagna che di botto si scopre piena di tutto questo perbenismo censorio. Anche perché se le femministe ci tolgono le “passerine ignoranti”, cosa verranno a cercare i turisti in riviera?
mercoledì, febbraio 20, 2008
Ci vorrebbe un Grillo romagnolo e un “Andiv a fê’…” day.
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 23 settembre 2007
Se solo Beppe Grillo fosse romagnolo… La mitologica frase di Beppe Grillo ha risuonato dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, indirizzando tutta una classe politica verso un destino ineluttabile e tanto auspicato da masse sempre crescenti di cittadini. Era rivolta a Berlusconi “psiconano” come a Prodi “valium”, ad Amato come a Mastella, a Casini come a de Michelis. Un grido catartico, uno sfogo di un popolo, quello italiano, a cui è rimasto solo questo strumento per gridare la propria insoddisfazione verso una classe dirigente ed un sistema assolutamente inadeguati. La classe politica nazionale ha ricevuto da piazze straripanti l’augurio che probabilmente si merita, e se ne farà una ragione, riempiendo la propria rabbia di parole come “antipolitica”. Ma i politici locali? Quelli che hanno in mano comuni e province, regioni e società di servizi, comunità montane e unioni di comuni, e mangiano ancor più lautamente di quelli nazionali? Quelli forse non hanno ancora preso sul serio l’invettiva di Grillo. Proviamo a tradurgliela in una lingua a loro più comprensibile. “Andiv a fê’ inculê’!”. In Italia, per un politico che ruba, c’è la solida frase in lingua italiana. In Romagna c’è quella in dialetto. Un sindaco romagnolo invece di amministrare la propria città fa affari e riempie d’oro le proprie budella e quelle dei propri amici? Risuoni rubicondo un bel “Vat a fê’ inculê’! “.Gli amministratori delle società di servizi non sono capaci di dare gas e acqua ai cittadini, e devono svendere la Romagna a Bologna, causando una serie infinita di disservizi? “Andiv a fê’ inculê’!”. Gli assessori e i sindaci distruggono interi territori per far soldi con l’edilizia? “Andiv a fê’ inculê’!”. Con tutti i soldi che passano sotto il loro naso non sono capaci di costruire una strada o un treno che uniscano Ravenna e Forlì? “Andiv a fê’ inculê’!”. Vogliono imporci Bologna come capitale? “Andiv a fê’ inculê’”! Sperperano i soldi in ogni modo per dar da mangiare agli amici, e agli amici degli amici? “Andiv a fê’ inculê’”! Continuano la corsa al ribasso, selezionando una classe politica e dirigente ridicola? “Andiv a fê’ inculê’”! Trattano i mezzi di informazione come se fossero di loro proprietà, arrivando persino a mandare minacce mafiose ai giornalisti per loro scomodi, usando la libertà di stampa come carta igienica pronta all’uso? “Andiv a fê’ inculê’! ”
Sì, è generalista, populista, facile e immediato dire a un politico “Vat a fê’ inculê’! “. È il grido dell’antipolitica, di chi è stanco di non avere alternative ad una classe dirigente monocroma, fatta di amministratori schiavi del partito e oppositori inesistenti e inefficaci. Ma cosa deve fare una persona, nella terra in cui sono nate e cresciute alcune delle migliori tradizioni politiche italiane, vedendo dove sono arrivate? A Ravenna e a Forlì una volta i repubblicani rappresentavano un’alternativa forte e plausibile ai comunisti. Oggi sono i loro più fedeli alleati. “Andiv a fê’ inculê’! “. E a proposito di comunisti. Una volta gridavano in piazza che lottavano per i lavoratori. Proprio quelli che sbraitavano nelle piazze, in trent’anni non hanno fatto un giorno di lavoro. Si battevano per i diritti dei poveri. Con quei voti cos’hanno fatto? Sono diventati ricchi. “Andiv a fê’ inculê’! ”. E la destra? Dovrebbe essere un segugio da guardia, fare un’opposizione ferma e risoluta, controllare ogni singolo atto di chi è al potere. Invece passa la vita in piccole lotte interne, per spartirsi le briciole che cadono dai tavoli del potere. “Andiv a fê’ inculê’! “. Insomma, se Beppe Grillo ha un merito, è quello di aver dato una vera scossa all’Italia. E noi romagnoli cosa aspettiamo a ritrovare il nostro spirito rivoluzionario?
mercoledì, febbraio 20, 2008
Ma è giusto che un uomo di parte rappresenti il patrimonio di tutti?
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 2 settembre 2007
Sono molto distante dal tono con cui è stata condotta sulle pagine della Voce la polemica contro la nomina di Vidmer Mercatali a presidente onorario del Ravenna Calcio. Si è voluto dare alla critica il sapore di uno scontro fra destra e sinistra. Queste coloriture ideologiche, come spesso accade, distolgono l’attenzione dalla serenità di un dibattito che una nomina del genere per forza di cose avrebbe suscitato. Insomma, sembra quasi che Mercatali non avrebbe dovuto ricevere la nomina perché nell’Unione Sovietica c’erano i gulag. Personalmente, se avessi dovuto pensare e condurre una discussione sulla nomina dell’ex sindaco di Ravenna Mercatali a presidente onorario del Ravenna Calcio, l’avrei incentrata intorno ad una domanda molto più pacata e neutrale, che mi sarebbe piaciuto avesse potuto trovare interlocutori sia a destra che a sinistra, e sia fra chi – come il sottoscritto – la politica proprio non la manda giù: è corretto, in senso astratto, che un senatore in carica, di qualunque partito egli sia, vada a presiedere, in modo onorario e simbolico, un patrimonio sportivo che dovrebbe appartenere a tutta la città, essendo egli espressione di una sola parte di essa? E chi pur tifando per il Ravenna non l’ha votato, e magari non ha nessuna stima per il suo modo di fare politica, cosa deve fare? Tifare per il Cesena? Ma poi, per scendere più concretamente al caso in questione, con tutte le critiche che da un decennio circolano per la città – vere, false o verosimili che siano – e che ogni ravennate conosce bene, che sono sintetizzate nel motto “nomina sunt consequentia rerum” riferito al suo cognome, è stata poi una scelta così saggia per l’immagine della sinistra stessa, e più in generale della città attribuirgli un tale riconoscimento? Se l’opposizione, nel chiedere ironicamente al Comune di intitolare gli appartamenti di Marinara “i Mercatali” (prendendo l’idea dal mensile “il Romagnolo”) ancora oggi sostiene che “il suo nome è rappresentativo di un periodo storico del governo cittadino, di cui i vari ecomostri sono emblematici”, è stata una scelta ponderata e saggia per la città attribuirgli tale carica onorifica? Considerando i toni dello scontro, è un po’ come se Silvio Berlusconi venisse nominato Presidente Onorario della Nazionale di calcio. Il presidente del Ravenna Gianni Fabbri, nel discorso di conferimento della nomina ha dichiarato: “La nostra scelta è stata suggerita dalle qualità morali del senatore”. Ora, viste appunto le critiche con cui da dieci anni l’opposizione – e non solo – lo attacca, l’affermazione appare decisamente troppo smaccata e stucchevole. A questo punto si potevano anche aggiungere, fra i meriti del senatore, l’eloquio forbito e la dizione impeccabile.
È un peccato poi che la società sportiva, di fronte alle critiche della Voce abbia reagito non dando gli accrediti ai giornalisti della Voce, e imponendo il silenzio stampa ai giocatori nei confronti del giornale che aveva criticato la nomina di Mercatali. Come dire: o vi appiattite sull’idea che il senatore Vidmer Mercatali è ed è sempre stato un bravo ed impeccabile politico, e magari pure un grande statista, che merita di presiedere in modo onorario la squadra per le sue qualità morali, oppure siete fuori, non siete neanche messi nella condizione di raccontare ai vostri lettori ciò che fa la squadra. Per gli accrediti poco male, si pagherà il biglietto, a differenza di tutti gli altri giornali. Ma è decisamente inaccettabile che non si possa instaurare un dialogo giornalistico neppure con i giocatori. La politica insomma che prevale sullo sport, e che antepone l’immagine di un senatore all’articolarsi del mondo sportivo. E alla libertà di stampa e di espressione. Quando si cerca di intaccare la libertà di informazione, c’è sempre di che preoccuparsi. E questo, per una città che si dice abbia forti radici democratiche, non è certo un bel segnale.
martedì, febbraio 19, 2008
La più bella di Romagna? vive nascosta a San Leo
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 19 agosto 2007
Se proprio vogliamo dirlo, no, non è la Scorticata di Torriana la donna della Romagna che più aderisce all’assoluto estetico, come sostenuto ieri dal presidente del gruppo editoriale La Voce, Gianni Celli, in una bella intervista al grande Gianfranco Angelucci. È la prima volta da quando ci conosciamo che mi trovo ad essere in disaccordo con un’opinione del presidente, e proprio per questo voglio raccontare e documentare pubblicamente questo disaccordo, come gli uomini liberi sogliono fare. Intanto, per dare un primo indizio geografico, la donna più bella di Romagna non viene da Torriana ma da San Leo, anche per la gioia del suo simpatico sindaco Dario Giorgini. Viene cioè da un paese intriso di fascino e mistero, circondato da vedute collinari degne del migliore sogno del più incallito appassionato del genere fantasy. Solo con le radici in un’atmosfera fantastica un albero umano poteva giungere a sfiorare con le proprie fronde l’assoluto, la Bellezza. E ovviamente solo in un paese che, pur amministrativamente (e forse ancora per poco) sotto la provincia di Pesaro, ha nel cuore un sincero spirito romagnolo che pulsa al di là della storia. Insomma, solo un luogo così aperto alla Bellezza poteva contenere tutto il fascino della donna più bella di Romagna. E non stiamo parlando della bella assessora del Comune, né di una qualche bellona che sia scesa dalle colline per affumicare le carni in riviera standosene tutto il giorno mezza nuda sotto il sole. Anzi, per svelare un altro particolare, di questa donna, a dire il vero non abbiamo neppure sue fotografie, dipinti o immagini. Almeno io non ne ho mai viste. Eppure è lei. La più bella. La più Donna. Come è possibile? Recatevi a San Leo. Una volta in paese entrate nella cattedrale di San Leone, che è tutt’uno con il monte che la sorregge. Badate bene: per incontrare la Donna più bella non si deve andare in una qualche discoteca, dove pure si tenta di urlare esteticamente il concetto del “bello”, né ad un qualche concorso di bellezza. Ma in una chiesa romanica scarna e disadorna. E non stiamo parlando di nostra madre la Madonna. Proiettati in un passato lontano nel tempo ma vicino nelle sensazioni che vi accompagneranno, scendete nella cripta di questo duomo. Magari in un giorno d’estate, quando scoprirete il fascino di trovarvi in un’oasi di fresca tranquillità rubata ad un ululante e caldissimo mondo esterno. Specie se venite da Rimini. Con addosso la serenità che questo luogo suscita, e già predisposti ad andare oltre la mera apparenza, nella cripta troverete un’affascinante iscrizione di ringraziamento di San Leo. E girando le spalle a questo sarcofago, troverete lei. La Donna. La più bella, la più femminile. La Contessa Anna Nardini. La troverete in un’iscrizione molto rovinata e scolorita, in cui non vi è neppure menzione di date; d’altra parte quando si parla di assoluti il tempo è molto relativo. E non c’è bisogno di urli, ma di sussurri che sfiorano la realtà. E leggendo questa iscrizione, circondati dal genius loci di San Leo, la conoscerete in tutto il suo splendore. Scoprirete che questa donna era nota “per l’avvenenza, ma più per l’affabilità e pietà d’animo, eccellente nel saviamente maneggiare gli affari domestici, virtuosissima nell’educazione dei figli, prudentissima nel sopportare e perdonare le ingiurie, amabile al consideratissimo consorte sulla norma delle femine dei SS. Patriarchi, fortissima nel disprezzare le lusinghe sfacciate del secolo, lustro e decoro della patria, consolatrice degli afflitti, soccorso dei tribolati ed indigenti”. Non vi importerà nulla allora di che colore avesse i capelli, che abiti mettesse addosso, o peggio ancora che misura avesse di reggiseno o se già in questo passato senza data si fosse data al rassodamento dei glutei e all’estirpazione della cellulite. La sua Bellezza supera ogni convenzione animale, ogni pulsione carnale e ogni convenzione. È l’incarnazione della Donna – la donna ideale, la donna perfetta – e la percepirete lì, a fianco a voi, e capirete che lei è la più bella. Non ci credete? Provateci, e mi saprete dire…
domenica, febbraio 17, 2008
Ci vogliono trasformare in bolognesi di periferia
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 15 luglio 2007
Alea iacta est. Sono calate anche le ultime maschere, e il Moloch bolognese ha mostrato le fauci e i denti aguzzi. Con un orrendo strumento burocratico dal nome che suona misto di pernacchia e ordine sovietico (Ptr, piano territoriale regionale) in regione la linea l’hanno mostrata chiara: Bologna è capitale, e tutto il resto è periferia. Così hanno deciso. La Romagna, che era già stata abolita per legge con il nuovo statuto, ora si potrebbe semplicemente indicare come “lontana periferia di Bologna”, e i comuni si potrebbero trasformare in sedi di circoscrizioni. Insomma, impariamo a dirci bolognesi di periferia, perché quello che dall’alto ci viene imposto più o meno è questo. L’obiettivo della regione dunque non è un territorio regionale complesso e frammentato, in cui la Romagna può avere un ruolo in un qualche sia pur improbabile equilibrio. L’obiettivo della regione è semplicemente un accentramento di potere a Bologna, che deve diventare la capitale dell’impero emilianoromagnolo senza trattino, che va omologato ad una nuova identità forgiata nei palazzi e imposta dall’alto. Con la conseguenza evidente e concreta che dai territori periferici verranno via via tolte opportunità e ruoli di protagonisti, per recitare prima ruoli secondari, poi semplici comparsate. Lo spettacolo che va ora in scena è questo. Se ci saranno dei soldi, serviranno per fare le infrastrutture a Bologna, perché è la capitale, e la bocca già appena umida a cui ci eravamo abituati noi romagnoli diventerà secca come il deserto del Neghev. Se arriveranno fondi da Roma o da Bruxelles, potranno servire per dotare la capitale di una metropolitana, ma di certo non per costruire una metropolitana di costa, o per fare delle strade decenti in Romagna. Se si potranno fare scelte strategiche, per esempio di nuove infrastrutture, non ci saranno dubbi: il nodo è Bologna, si deve passare da lì. Sempre più, per qualunque cosa, dovrà passare da Bologna tanto l’imolese quanto l’abitante di Cattolica. Questo spettro di Bologna capitale aleggiava da tempo, ed aveva iniziato a farsi sentire con tanti piccoli segni. Come quando i francobolli spediti da Bellaria a Sala di Cesenatico venivano timbrati “Bologna”, perché di lì passavano. Un po’ come l’Inquisitore Supremo di Hogwarts che tiene sott’occhio la posta. Come quando si è iniziato a costringere tanti romagnoli, sempre di più, ad andare in uffici a Bologna per qualunque stupidaggine. È l’accentramento del potere. E ce lo stanno facendo sotto il naso. La cosa più odiosa, poi, è che in questa regione tutte le città nella proprio storia hanno un DNA da capitali: lo ha Ravenna, che è stata persino capitale dell’Impero romano; lo hanno Parma, Modena, Piacenza e Ferrara, che erano capitali del proprio ducato; lo ha Rimini, che è capitale del turismo; lo ha Forlì, che fu capitale della Romagna napoleonica. Se c’è una città, in questa improbabile regione che chiamano Emilia-Romagna, che non è mai stata capitale di niente e che manca del sapore per esserlo, è proprio Bologna.
Di fronte a questo tentativo di accentramento dirigistico, e soprattutto di umiliazione della storia e dell’orgoglio identitario, in Emilia hanno reagito. Ma di brutto. Due esempi: “Siamo assolutamente contrari all’idea di una Bologna capitale e delle altre città che fanno da ruota di scorta”, ha detto il sindaco di Parma Vignali, aggiungendo poi: “La Regione non è un piccolo principato che uniforma le singole realtà e crea filiali della sede centrale che è Bologna”. E concludendo: “Noi tuteleremo e difenderemo con i denti l’autonomia della nostra città affinché non si riduca a mero satellite di Bologna, al punto di stimolare aggregazioni diverse che possono coinvolgere città a noi vicine, ma non necessariamente della medesima regione”. Mentre il presidente di Confcooperative di Modena Gaetano De Vinco ha commentato: “L'Emilia-Romagna e Modena non hanno bisogno di una Bologna che intercetti tutte le risorse, ma di un capoluogo regionale che fornisca servizi adeguati a sostenere lo sviluppo diffuso e le aree di eccellenza che contraddistinguono da sempre il nostro territorio, tradizionalmente policentrico”.
E intanto i nostri sindaci che fanno? Firmano il documento, sottomettendosi a testa bassa a questo nuovo progetto di assimilazione di un potere lontano e dirigistico. Gettano le nostre città nelle fauci di questo scellerato progetto di “Bologna capitale”. E dire che si dicono romagnoli. Una volta qui si faceva la rivoluzione. Oggi si obbedisce con lo sguardo a terra.
domenica, febbraio 17, 2008
Orgogliosi di essere provinciali. E soprattutto romagnoli
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 10 giugno 2007
Noi romagnoli, in fondo, siamo tutti dei provinciali. E, invece di camuffarci con improbabili contraffazioni metropolitane, dovremmo essere felici ed orgogliosi della nostra genuina provincialità! Più giro per il mondo, più mi convinco che la fortuna più sfacciata che ho avuto nella vita è stata quella di esser nato in Romagna. Vedo il caos delle grandi città, e mi crogiolo nella quiete dei nostri placidi borghi; mi deprimo passando per le periferie delle metropoli, e torno a far respirare lo spirito vedendo le nostre campagne; rasento la pazzia in una bollente giornata estiva nella gabbia di Milano, e torno alla sanità mentale tornando a casa e gettandomi nel mare, o riequilibrando la temperatura con il fresco serale delle nostre colline. Non ci può essere un destino più generoso di quello che ci ha messi qui. Rimango incastrato per ore sul raccordo anulare di Roma nel traffico più infernale e ululante, e sorrido all’idea che in Romagna mi sarei lamentato per dieci minuti di coda. Ma poi sono le sensazioni quelle che contano di più. Cammino per una strada di Londra, per quanto intrigante possa apparire, ed incontro centinaia, migliaia di persone di tutti i colori e le razze, di cui non saprò mai niente. Il mio presente si scioglie in una collettività anonima che lo rende fuori dal mio controllo. E sono solo. A Ravenna giro per strada ed incontro ex compagni del liceo, parenti, persone conosciute in questa o quella associazione, amici della spiaggia. E il presente diventa una tessitura fine e continua di relazioni con altre persone. Non ci si sente mai veramente soli in provincia. Perché nelle nostre città siamo padroni del nostro presente, non siamo pedine anonime in una scacchiera di cui non vediamo i contorni.
Però c’è da aggiungere un elemento: la Romagna è una provincia, ma una provincia ancora protagonista. Qua non siamo in una qualche sperduta isola dell’Oceania, o nelle steppe asiatiche. E non siamo neppure in una bellissima zona del sud Italia, seduta su se stessa e quindi lasciata alla pura quiete che rasenta il mortorio. La Romagna resta un centro di attrazione per milioni di persone. Qua si fanno manifestazioni di respiro internazionale, concerti con i migliori artisti sulla piazza, feste che non hanno uguali. Ecco perché di qua ci passano un po’ tutti. Milanesi, romani, stranieri, bolognesi, lombardi, emiliani, veneti… E sono in pochi ad andarsene via scontenti. In un certo senso siamo al centro dell’Italia. Almeno d’estate. E siamo in provincia. Un ottimo connubio. E poi c’è la copertina patinata di questa regione così fortunata. C’è chi la adora, c’è chi la odia. Grazie a questo turbinio di eventi infatti tutti i protagonisti della scena mediatica, politica, economica, un salto in Romagna ce lo fanno. Una copertina patinata fatta di vip per una provincia che, bella com’è, poteva essere solo protagonista.
Poi però sento i miei concittadini, e mi sale un nervoso leggero ma pungente: “Ah, come mi piacerebbe vivere a Parigi! “; “qua è un mortorio, invece a Milano… “; “come si sta bene a Bologna! “. Nove volte su dieci chi dice così non ha mai vissuto né a Parigi né a Milano, e al massimo è passato vicino a Bologna in macchina. Ma anche questo fa parte del nostro essere provinciali. E lo dico con orgoglio crescente. Questo nostro essere provinciali ci fa essere più genuini, più vicini alla realtà, più sani di chi è costretto a ricoprirsi di maschere e sofisticazioni per sopravvivere alle logiche meccaniche e darwiniane di una qualche metropoli. Qua non abbiamo paura di essere noi stessi. Anzi, forse lo siamo pure troppo. Romagnoli fino in fondo. E che Dio ci conservi.
martedì, febbraio 12, 2008
L’intollerabile bruttezza della moda
Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 29 aprile 2007
Sabato sera qualunque. Ingresso di una qualunque discoteca della riviera romagnola. Una di quelle che ci tengono ad apparire “in”, “a la page”, piene solo di “bella gente”. Ore 01.30. Arrivo insieme ad un amico. Persona di buona famiglia, di un certo livello umano e culturale. Ed anche economico. Il quale però ha avuto la pessima idea di indossare una maglietta. Non una di quelle camicie che indossano tutti, slacciata fino all’ombelico e magari pure sgualcita. Una semplice maglietta lacoste, pulita e stirata. Mentre io indosso una normalissima giacca gessata. Facciamo la fila nelle liste dei tavoli, perché un amico “che ha il tavolo” ci ha invitati. Fatto già di per sé spiacevole, perché chi ha un tavolo di solito lo ha proprio per evitare file. E questa “bella gente” che si accinge a frequentare questo locale “a la page” si comporta più o meno come una massa di clandestini a Lampedusa. Anzi, probabilmente loro si sarebbero comportati meglio. Spintoni, manate, bestemmie, frasi senza senso che volano in un’aria intorpidita da uno strato di fumo denso come il marmo. Frasi intelligentissime come “guarda che se voglio qua mi compro il locale, o, rivolta ad un ragazzo di colore, pure gentile, che sta all’ingresso, “se ci fosse Mussolini te non saresti neanche qua”. Alte elucubrazioni. D’altra parte è un locale “a la page”, dove va la classe dirigente, quelle persone chiamate a cariche di responsabilità in azienda, negli enti pubblici, nella società. Tutte orgogliosamente incelofanate dentro ad una camicia. Pressati da cotanta classe dirigente scamiciata, già i nostri umori non raggiungono le vette. Ma quando l’attesa stile “manzotin” si prolunga, schiacciati fra due ferraresi con la camicia e un non identificato produttore di bestemmie – anche lui ovviamente con una camicia stroppicciata – l’umore scende ben oltre il livello inguinale. Finalmente riusciamo ad entrare. Circondati da gente tutta uguale: donne seminude – difficile distinguere i pochi centimetri di tessuto che le distinguono – e uomini con lo stesso sorriso stampato su un viso dipinto di ocra da lunghe sedute di lampade, jeans simil-rovinati, scarpe più o meno identiche color cacca. Quelle che piacciono ai bolognesi. Superiamo faticosamente i pochi metri – dove sono però contenute centinaia di persone “a la page” infiocchettate dentro a camice sdrucite – che ci dividono dall’ingresso vero e proprio, e con i nostri bigliettini in mano ci troviamo di fronte al buttafuori dei buttafuori, il door selector, quello che deve fare la selezione di chi sta dentro e chi sta fuori. E appena il mio amico si avvicina, il Minosse lo guarda da capo a piedi, fa una smorfia da Caronte, e dice solo, toccandosi il petto: “una camicina…”. E con una manona pelosa lo allontana dall’ingresso. Scattano mille pensieri, dal “proviamo a parlarci”, al “chiamiamo qualcuno dentro”, ma prima che un pensiero incontri la realtà, pressati prima da questo, poi da quel buttafuori, ci ritroviamo sulla strada da cui eravamo entrati. Dove ci sono ancora centinaia di altre persone in camicia affiancate da ragazze seminude che attendono. E con occhio diverso vedo che questa mirabolante “bella gente” che si accinge ad entrare nel locale “a la page” mi è quasi nota. Incontro il mio piastrellista, il muratore che mi ha sistemato casa, il benzinaio da cui rifornisco la moto. Tutti rigorosamente in camicia. In fondo siamo una società meritocratica. Per appartenere alla classe dirigente, alla “bella gente” che frequenta i locali “a la page” non conta nulla cosa hai studiato, quanti soldi realmente hai, che lavoro fai, o che tipo di persona sei. Basta seguire pedissequamente i dettati della moda, la scienza dell’apparenza. Che alla fine, come diceva Oscar Wilde, “è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”. Probabilmente come le camicie di molta della bella gente che è entrata al posto nostro.