mercoledì, giugno 18, 2008
Scherzando con Dio alla fine lo trovi

"Dio è morto, Marx è morto e anch'io non mi sento molto bene!". Con le parole di Woody Allen il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, da buon giocoso salesiano, ha iniziato la sua omelia per i 40 anni della comunità di Sant’Egidio. Forse per seguire il consiglio di Kahail Gibran: “Se vuoi essere più vicino a Dio, stai più vicino alla gente”. Ammesso che la gente guardi i film di Woody Allen. Il quale comunque è un’anima alla ricerca di Dio. Così viene da pensare sentendogli dire: “Se solo Dio volesse darmi un segno che esiste… Ad esempio depositando una grossa somma di denaro sul mio conto in banca”. Ma il rapporto di Woody Allen - archetipo dell’uomo moderno - con l’Altissimo è molto più profondo. Quando una donna gli ha detto “Baci da Dio! “. Lui ha risposto: “Beh, sì... Lui ha preso tante cose da me”. E quando un’altra persona gli ha detto: “Tu mi dai fastidio perché ti credi tanto un Dio” lui non ha avuto dubbi: “Beh, dovrò pur prendere qualcuno a modello a cui ispirarmi, no? ”. Woody ha dei momenti di scoramento. Forse in uno di quelli gli è scappato di dire: “Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa”. Che ricorda un po’ l’idea di Oscar Wilde: “Io penso che Dio nel creare l'uomo sovrastimò alquanto la sua abilità”. Ma la consapevolezza di Woody Allen di essere un ebreo si staglia chiara nel suo pensiero teologico: “Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto”. Ecco allora che spuntano alcuni famosi graffiti a tentar di risolvere il problema della presunta morte di Dio: “Dio è vivo. Solo che non vuole essere coinvolto”. O anche “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso”. Yeats ha poi dato una soluzione da terza via: “C’è chi dice che Dio esiste e chi è convinto che non esista. La verità, come sempre, sarà nel mezzo”. Questa voglia di eliminare Dio dal mondo rende interessante la frase di Carlo Dossi: “Anticamente migliaia di dei parevano pochi, oggi uno è di troppo”. Paolo Villaggio ha invece una certezza contraria: “Lo penso davvero: il Papa è una persona troppo intelligente per credere in Dio”. Viene però da chiedersi: se Dio è morto, chi salverà la Regina? Di Dio comunque ne parlano un po’ tutti. Non so se Walter Fontana si riferiva a Berlusconi o a Sgarbi:“Era un bambino saccente e presuntuoso: un giorno gli chiesero: "Ma te credi in Dio?” "Beh, credere è una parola grossa, diciamo che lo stimo”. Che ricorda un po’ Luigi XIV  quando si chiese: “Dio ha dunque dimenticato quello che ho fatto per lui? “. Con qualche vena darwinista anche Mark Twain ha detto la sua: “Dio ha inventato l'uomo perché era deluso della scimmia”. Con analoga saggezza Oliver Cromwell chiarì: “Riponi la tua fiducia in Dio, e tieni asciutta la polvere da sparo”. Tutto ciò potrebbe lasciare molto perplessi coloro che la pensano come chi disse “Se Dio avesse voluto che credessimo in lui sarebbe esistito“. Eppure è così bello parlare di Dio. Anche – e soprattutto – piantandolo nel nostro linguaggio. Magari allora l’assistente ecclesiastico di una qualche organizzazione femminile potrebbe citare alle sue assistite Paul Valery: “Dio creò l'uomo e, trovando che non era abbastanza solo, gli diede una compagna perché sentisse più acutamente la sua solitudine”. O magari l’8 marzo la preghiera di colletta potrebbe essere tratta dal libro dell’Ecclesiaste: “Una donna silenziosa é un dono di Dio”. Donna che, secondo Friedrich Nietzsche ,“è stata il secondo errore di Dio”. D’altra parte non ha forse tutti i torti Sacha Guitry: “Se la donna fosse una buona cosa, Dio ne avrebbe una”. Per cercare di spiegare le radici del monoteismo, si potrebbe suggerire di tirar fuori la frase di Arthur Hugh Clough: “Avrai un solo Dio. Chi mai se ne potrebbe permettere due? “. Ma, scherzando o no, è bello pensare a Dio con una frase di Kahalil Gibran: “Se volete conoscere Dio, non siate per questo dei solutori di enigmi. Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini”.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 3 febbraio 2008
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categoria:chiesa, satira
venerdì, aprile 04, 2008
Verità nascoste che si svelano. Chi ci capisce è bravo

Cade Prodi. Si intrecciano matasse ingarbugliatissime, si decidono le sorti del Paese, tutta la nazione è scossa da un tremito agrodolce di gioia e di paura. Le pagine dei giornali sono farcite di notizie sugli starnuti e i colpi di tosse di ogni politico e di commenti di qualunque giornalista che guarda la crisi dalla poltrona di casa. E dalla confusione generale, in questo marasma collettivo, emerge un placido lettore che mi pone la domanda cruciale: "Ma sei tu il giornalista anonimo che l'altro giorno sulla Voce ha raccontato il suo incontro con il trans del Grande Fratello? ". Dalla descrizione (anonima) il giornalista sembra un po' uno sfaccendato pure un po' decadente che si diletta ad andare in televisione ed ad intessere dialoghi con i trans che lo truccano riempiendolo di avances. Non prendo la domanda come un succoso complimento per l’immagine che ha di me, e mi limito a smentirlo. Ma con insistenza la domanda si ripropone in un altro lettore, ed in un altro ancora, e ancora in un altro… Serve dunque una risposta. Sì, è vero che ogni tanto mi infilo nelle tv nazionali, come il personaggio della descrizione incriminata. Sì è vero che a volte questo mi porta ad andare a Milano. Ma no, non ho mai incontrato il trans del Grande Fratello. Non dico che non mi avrebbe incuriosito, se non avessi saputo che è un uomo, apprezzare le sue qualità estetiche. Perché poi gli incontri che si fanno nei corridoi delle tv sono sempre interessanti. Posso dire che una volta in uno studio televisivo ho conosciuto per esempio una soubrette abbastanza famosa. Che mi dichiarò con profonda consapevolezza: “io non sono una di quelle soubrette che sposano il riccone”. Infatti ora sta per sposarsi con un imprenditore miliardario. Ho conosciuto l’avvenente ballerina che perentoria affermava – senza che nessuno glielo avesse chiesto – che no, non la darebbe mai per andare in tv. Infatti era l’amante dell’autore della trasmissione. Ho incontrato anche quello che si vantava con una certa tracotanza di essere figlio di papà. Salvo aggiungere poi “per me i raccomandati sono la rovina d’Italia”. Ma un trans che mi facesse delle avances truccandomi, no, in uno studio televisivo non l’ho conosciuto. Tanto più che questo trans del Grande Fratello, più o meno mentre cadeva il governo Prodi, ha svelato l’arcano: “Io sono un ex transessuale, perché trans vuol dire attraversare, essere in una fase transitoria ed io non lo sono più. Prima ero un uomo e adesso sono diventata donna a tutti gli effetti. Mentre una volta mi sentivo un bruco dentro il bozzolo, ora posso dire di essere una farfalla”. Forse se lo avesse detto un attimo prima, questa notizia bomba avrebbe salvato il governo, e anche altri bruchi si sarebbero scoperti farfalle. Chissà. Almeno sarebbero volati via. E non si può non menzionare, a proposito di sorprese non particolarmente sorprendenti, che proprio in questo guazzabuglio si è infilato un altro disvelamento di una di quelle cose che tutti sanno – o possono sapere – ma che nessuno vuole vedere. Alessandro Sortino, uno dei paladini delle Iene, che aveva convinto tutti – me compreso – per i suoi attacchi al sistema, per quel suo mostrare gli inghippi pontifici di questa Italia, si è tolto la maschera svelando di essere lui stesso un legato pontificio del sistema. In un’animata discussione con il figlio di Mastella – visionabile su youtube – è emerso dalle sue stesse labbra che anche lui, che criticava il figlio dell’ex Guardasigilli per i favori del padre, è figlio del garante dell'authority per le telecomunicazioni, ex Confindustria, ex ENI, ex direttore generale della Federazione Italiana Editori Giornali. Verità nascoste che si svelano.
È tutto per aria, non si capisce più nulla, chi è buono e chi no, di chi ci si possa fidare e chi si debba temere, neppure chi sia donna e chi sia uomo. Ma fra tutte queste incertezze, un unico punto fermo rimane saldo in tutta questa storia: purtroppo o per fortuna, non ero io il giornalista deliziato dal trans del Grande Fratello, e tutto sommato non penso sia probabile accada nel futuro. Per cui i curiosi dovranno rivolgere gli occhi altrove…
paologambi@lavocediromagna.com
(da La Voce di Romagna, 27 gennaio 2008)
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categoria:satira
domenica, febbraio 24, 2008
Vermi e uomini omosessuali. La cosa fa sorridere


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 28 ottobre 2007

 
"Vermi omosessuali, è scritto nei neuroni!". Sembrerebbe un'invettiva di un
Borghezio furioso, e invece era il titolo di un'ansa di ieri mattina. Punto
esclamativo aggiunto. Il tema ritorna.
Mentre imperversano commenti e polemiche sulla campagna pubblicitaria del
'neonato omosex' lanciata per dire che l"omosessualità non è una scelta ma un
dato immutabile da rispettare, ecco giungere da uno studio su vermi una
'conferma': loro, i vermetti, ce l'hanno 'scritto' nel cervello il proprio
orientamento sessuale e accendendovi un gene i vermi diventano 'gay',
corteggiando vermi dello stesso sesso. Qualcuno ha pensato bene di far uscire
questa notizia - la notizia di una teoria scientifica - e di darle il giusto
risalto per dare una ragione di fondo alla pubblicità della regione Toscana.
Una semplice tecnica comunicativa. Psicologia sociale. Perchè poi, fermandosi
un attimo, e riflettendoci sopra, il fatto che alcuni scienziati abbiano oggi
teorizzato che tra i vermi ci sono dei soggetti omosessuali non vuol dire
nulla, rispetto all'idea che gli uomini nascano omosessuali come la regione
Toscana vuole insegnarci. In primo luogo perchè diversamente si darebbe per
scontato un evoluzionismo spinto che assimila esseri umani e vermi. E
soprattutto perchè si è in presenza di una teoria scientifica. Che dimostra
solo ed esclusivamente che ci sono alcuni vermi omosessuali. Accostamento
eseguito sempre per la gioia di Borghezio.
A ben pensarci la cosa fa sorridere. Perchè pare ci sia un accanimento delle
istituzioni pubbliche a cercare delle certezze da ostentare, da quella profonda
voragine di nulla mal condito in cui è finito l'apparato politico. Il problema è
che queste certezze le vanno a cercare nei terreni esclusivi del metodo del
dubbio, nelle praterie delle ipotesi e delle teorie. La scienza. Se c'è una
cosa che la scienza non può dare sono proprio le certezze. Nel momento in cui
lo facesse avrebbe abbandonato il proprio metodo e sarebbe diventata una
religione. Cosa peraltro piuttosto frequente negli ultimi tempi. Il Consiglio
d'Europa ci dice: evoluzionismo è verità, creazionismo è bugia. La regione
Toscana ci dice: si è omosessuali per natura e non per cultura. E chissenefrega
se l'altra metà della scienza dice il contrario. Ma quelli che ce lo dicono sono
politici, non scienziati. Politici che prendono la teoria scientifica che fa
loro comodo in quel dato momento e la elevano a verità di fede. Questi politici
ci vengono a regalare certezze scientifiche, giunti all'incapacità di qualunque
pensiero di progettualità sul bene comune. Un ultimo salvagente a cui
attaccarsi. Con tutte le teorie che ci sono, anche sull'origine
dell'omosessualità, da Montaigne in poi, proprio non è giustificabile che una
istituzione pubblica ne sposi una e la elevi ad idolo, vitello d'oro da
adorare. Con quale credibilità poi?
A questo pseudo dibattito scientifico in corso, che ha come tema centrale
l'omosessualità, va aggiunto un altro dato, anch'esso sempre negato dalla
potenza dei mezzi informativi. La tolleranza della Chiesa cattolica sul tema.
Quantomeno nei fatti. Primo dato: si parte dalla tolleranza zero. Don Sante
Sguotti, l'ex parroco di Monterosso (Padova) al centro delle cronache per aver
dichiarato di essere innamorato di una donna madre di un bimbo, è stato sospeso
a divinis con un provvedimento firmato dal vescovo di Padova mons. Antonio
Mattiazzo. Sospeso - impedito cioè ad amministrare i sacramenti, pena
gravissima - un prete che ha violato quella norma umana del celibato
sacerdotale. Un passo indietro. Ricordate quel prete, alto papavero della
congregazione del clero, sorpreso dalle telecamere di La7 a dedicarsi a
pratiche sadomaso con persone del suo stesso sesso? Quel monsignore
omosessuale? Bene, cosa gli è successo sin qui? Semplicemente per motivi di
opportunità è stato rimosso dalla carica. Evidentemente, nei fatti, che un
prete si innamori di una donna è considerato più grave di un prete che si
innamori di un uomo. E questi sono fatti, e non teorie scientifiche di vermi
che cantano "Macho Man".
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categoria:satira
domenica, febbraio 24, 2008
Solidarietà maschile a Paolo Cevoli. Ognuno si sceglie la passerina che vuole



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 21 ottobre 2007



“Un buon libro è la compagnia più intelligente che un uomo possa trovare. Ogni tanto però ci vuole anche un po’ di solitudine con qualche passerina ignorante”. Con questa frase il comico romagnolo Paolo Cevoli provava a far da testimonial alla lodevolissima iniziativa dell’Open Day delle biblioteche e dei musei di Romagna, in corso oggi. Provava, perché questa frase ha scatenato un tale putiferio da eliminare dalla piazza l’espressione incriminata. Censura. Con annesse polemiche fra assessori e politici. La campagna d'informazione, curata dalla provincia di Ravenna e dall' assessore Massimo Ricci Maccarini, non è piaciuta ai suoi colleghi assessori alla cultura di Rimini, Marcella Bondoni, e di Forlì - Cesena, Iglis Bellavista, che hanno scritto una lettera di protesta ed hanno preso le distanze dall'iniziativa, ritirando tutte le pubblicazioni. “La pubblicità pubblica non può permettersi un linguaggio sessista fatto anche di battute degradanti per le donne”, ha detto l'assessore alle pari opportunità del Comune di Ravenna, Giovanna Piaia, continuando, “Gli uomini e le donne impegnati alla decostruzione di un simbolismo violento sono molto sensibili all’etica del comportamento maschile e non riescono a ironizzare su questi argomenti”. E ancora: “Il fatto che un amministratore pubblico mandi in giro materiale in cui la donna viene considerata una 'passerina ignorante' è semplicemente scandaloso” ha tuonato il capogruppo di Rifondazione comunista in consiglio comunale a Ravenna Valentina Morigi. Per non parlare delle campagne delle femministe, che si sono scatenate e infuriate per boicottare l’iniziativa.

Certo, era una comunicazione di enti pubblici, certo, il tono era molto leggero e forse fuori luogo. Detto questo però serve piena solidarietà maschile a Paolo Cevoli, e all’assessore Ricci Maccarini. Sì, perché tutto questo putiferio si è scatenato per una frase che, letta senza occhiali ideologici e col sorriso sulle labbra, è piena di buon senso, ed in perfetto stile cevoliano e romagnolo. Anche perché cosa ci si aspettava da una frase di un comico come Cevoli? Uno stile rigorista e manzoniano? Non chiamare un comico a fare la pubblicità, se non vuoi una battuta. Se l’assessore Giovanna Piaia, come lei stessa dice, non riesce ad ironizzare su questo argomento, cioè sul rapporto uomo-donna, è un problema suo, e certo non per la sua mancanza di ironia tutto il mondo deve immusonirsi. Anche perché non si capisce dove sarebbe il “simbolismo violento” in questa frase. La quale non pare dire che le donne sono tutte “passerine ignoranti”, come sembra sottintendere il capogruppo di rifondazione Morigi, ma che agli uomini piacciono anche quelle, ogni tanto. È come se venisse scritto “alle donne piacciono i palestrati”. Tutti gli uomini dovrebbero sentirsi chiamati in causa, e sarebbe un’offesa all’intero genere maschile? No. e se alle femministe questo non va bene, è un problema loro. Lascino gli uomini scegliere le “passerine ignoranti” che preferiscono. O forse si vuol far finta di non vedere che l’insieme “donna” ha al suo interno un ampio sottoinsieme, sempre più numeroso, composto appunto dalla categoria in questione? E che la nostra italica società è ogni giorno più ricolma di questa tipologia di femmine? Bombardate dalla defilippizzazione della società, riempite di desiderio di diventare veline, paperine, meteorine, letterine, come possono non finire per diventare ignoranti passerine? Basta farsi un giro in una qualunque discoteca il sabato sera, o intrufolarsi in una qualunque community giovanile su internet, e si capisce subito qual è il livello medio di acculturazione delle ragazzine oggi, e quale il grado di “passerinizzazione”. E il maschio fa quello che ha fatto dai tempi dell’homo sapiens in poi: si adatta.
Ma poi ci vuole ironia, voglia di scherzare, senza prendersi troppo sul serio. Perché fa paura una Romagna che di botto si scopre piena di tutto questo perbenismo censorio. Anche perché se le femministe ci tolgono le “passerine ignoranti”, cosa verranno a cercare i turisti in riviera?
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categoria:cultura, politica, satira, romagna
mercoledì, febbraio 20, 2008
Ci vorrebbe un Grillo romagnolo e un “Andiv a fê’…” day.


Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna 23 settembre 2007


Se solo Beppe Grillo fosse romagnolo… La mitologica frase di Beppe Grillo ha risuonato dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, indirizzando tutta una classe politica verso un destino ineluttabile e tanto auspicato da masse sempre crescenti di cittadini. Era rivolta a Berlusconi “psiconano” come a Prodi “valium”, ad Amato come a Mastella, a Casini come a de Michelis. Un grido catartico, uno sfogo di un popolo, quello italiano, a cui è rimasto solo questo strumento per gridare la propria insoddisfazione verso una classe dirigente ed un sistema assolutamente inadeguati. La classe politica nazionale ha ricevuto da piazze straripanti l’augurio che probabilmente si merita, e se ne farà una ragione, riempiendo la propria rabbia di parole come “antipolitica”. Ma i politici locali? Quelli che hanno in mano comuni e province, regioni e società di servizi, comunità montane e unioni di comuni, e mangiano ancor più lautamente di quelli nazionali? Quelli forse non hanno ancora preso sul serio l’invettiva di Grillo. Proviamo a tradurgliela in una lingua a loro più comprensibile. “Andiv a fê’ inculê’!”. In Italia, per un politico che ruba, c’è la solida frase in lingua italiana. In Romagna c’è quella in dialetto. Un sindaco romagnolo invece di amministrare la propria città fa affari e riempie d’oro le proprie budella e quelle dei propri amici? Risuoni rubicondo un bel “Vat a fê’ inculê’! “.Gli amministratori delle società di servizi non sono capaci di dare gas e acqua ai cittadini, e devono svendere la Romagna a Bologna, causando una serie infinita di disservizi? “Andiv a fê’ inculê’!”. Gli assessori e i sindaci distruggono interi territori per far soldi con l’edilizia? “Andiv a fê’ inculê’!”. Con tutti i soldi che passano sotto il loro naso non sono capaci di costruire una strada o un treno che uniscano Ravenna e Forlì? “Andiv a fê’ inculê’!”. Vogliono imporci Bologna come capitale? “Andiv a fê’ inculê’”! Sperperano i soldi in ogni modo per dar da mangiare agli amici, e agli amici degli amici? “Andiv a fê’ inculê’”! Continuano la corsa al ribasso, selezionando una classe politica e dirigente ridicola? “Andiv a fê’ inculê’”! Trattano i mezzi di informazione come se fossero di loro proprietà, arrivando persino a mandare minacce mafiose ai giornalisti per loro scomodi, usando la libertà di stampa come carta igienica pronta all’uso? “Andiv a fê’ inculê’! ”

Sì, è generalista, populista, facile e immediato dire a un politico “Vat a fê’ inculê’! “. È il grido dell’antipolitica, di chi è stanco di non avere alternative ad una classe dirigente monocroma, fatta di amministratori schiavi del partito e oppositori inesistenti e inefficaci. Ma cosa deve fare una persona, nella terra in cui sono nate e cresciute alcune delle migliori tradizioni politiche italiane, vedendo dove sono arrivate? A Ravenna e a Forlì una volta i repubblicani rappresentavano un’alternativa forte e plausibile ai comunisti. Oggi sono i loro più fedeli alleati. “Andiv a fê’ inculê’! “. E a proposito di comunisti. Una volta gridavano in piazza che lottavano per i lavoratori. Proprio quelli che sbraitavano nelle piazze, in trent’anni non hanno fatto un giorno di lavoro. Si battevano per i diritti dei poveri. Con quei voti cos’hanno fatto? Sono diventati ricchi. “Andiv a fê’ inculê’! ”. E la destra? Dovrebbe essere un segugio da guardia, fare un’opposizione ferma e risoluta, controllare ogni singolo atto di chi è al potere. Invece passa la vita in piccole lotte interne, per spartirsi le briciole che cadono dai tavoli del potere. “Andiv a fê’ inculê’! “. Insomma, se Beppe Grillo ha un merito, è quello di aver dato una vera scossa all’Italia. E noi romagnoli cosa aspettiamo a ritrovare il nostro spirito rivoluzionario?
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categoria:politica, satira, romagna
martedì, febbraio 19, 2008
Tra fiction e realtà. Chi combatte il male?



Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 22 luglio 2007




Se un gufo attraversa il vostro salotto mentre stesi in poltrona cercate di riprendervi dal caldo, e vi deposita in grembo una pergamena antica volandosene poi via tranquillo, non vi spaventate. Siamo tutti entrati nel magico mondo di Harry Potter, e cose come queste sono all’ordine del giorno. Se poi la aprite, questa lettera, troverete una sorpresa. È una strillettera che dà un avviso i lettori babbani non dediti alle sane lezioni della professoressa Rowling, presso la scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Quanto segue potrebbe non essere del tutto comprensibile. Ma è estremamente agghiacciante. Perché, per chi non lo avesse ancora capito, la saga di Harry Potter è una storia vera. Anzi, verissima. Fra gli spasmi del caldo, Lord Voldermort è tornato. È tornato a spaventarci nelle sale cinmatografiche, dove si trova di fronte Harry Potter insieme a tutto l’Ordine della Fenice, e ritorna per l’ultimo capitolo dei sette libri nel mondo anglosassone. Il problema è che è tornato anche altrove. Qui. Nel nostro mondo babbano. Lord Voldemort, simbolo del male che alberga tiranno nel cuore dell’Occidente e dell’Uomo, è sempre in agguato. È in agguato ogni volta che noi, singole persone, ci lasciamo sopraffare dal male e dal desiderio di potere che si annida dentro ciascuno di noi. Ed è ancor di più in agguato quando a cadere nella tentazione del potere sono le istituzioni. Nessun vero potterista può mancare di sospettare che dietro a molte articolazioni dello Stato ci siano schiere di Mangiamorte, i seguaci di Lord Voldemort. Nessuno che abbia una conoscenza sufficientemente approfondita del magico mondo di Harry Potter può far finta di non vedere che lo Stato – che oggi ci deruba – è mandato avanti da una congrega capeggiata da Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato, circondato pure da Sauron e Saruman per accontentare anche coloro che ad Hogwarts preferiscono la Contea del Signore degli Anelli. Stanno lì, questi signori del male, a sibilare da bravi Serpeverde che l’antipolitica è il male del paese, che bisogna tirare la cinghia e mangiare di meno, mentre loro si abbuffano con posate d’argento placcate d’oro e incastonate di diamanti. E non bisogna trovarsi ad infliggere un qualche schiantesimo su un qualche assessore regionale che ricorda con veemenza Hagrid, sia nella stazza che nella raffinatezza di pensiero ed eloquio, per capire che tutto ciò è terribilmente vero. Non c’è neanche bisogno di guardare troppo bene in faccia qualche ministro dell’economia o dell’interno per rendersi conto che non si tratta di esseri umani babbani, ma di infidi gnomi della Gringott Bank. Non è neppure necessario stare troppo ad ascoltare quello che dice un presidente del consiglio per avere la certezza che non è anima viva, ma fantasma che infesta palazzo Chigi.

Ma mentre nel mondo dei maghi c’è sempre un Albus Silente – nonostante la fine che è disposto a fare – pronto a radunare un Ordine della Fenice, e un Harry Potter capace di sconfiggere il Signore Oscuro – o una compagnia dell’anello capace di abbattere la torre di Mordor – nel mondo reale mancano i maghi e gli eroi. Il male c’è, e si incattivisce ogni giorno che passa, mentre il bene sonnecchia. Forse il problema è che il posto che era stato riservato al bene è stato occupato da un qualche Fabrizio Corona, che si autoproclama eroe e viene osannato dalle folle. Ora, a meno che quest’ultimo non scopra all’improvviso di avere una cicatrice a forma di saetta sulla fronte, e di non aver trascorso gli ultimi anni in gozzovigli con Nina Moric, ma in avventure magiche insieme a Ron Weasley ed Hermione Granger, vie di fuga per questa preponderanza maligna ce ne sono poche. Silente salvaci tu.
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categoria:cultura, satira
martedì, febbraio 12, 2008

L’intollerabile bruttezza della moda 

 

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 29 aprile 2007

Sabato sera qualunque. Ingresso di una qualunque discoteca della riviera romagnola. Una di quelle che ci tengono ad apparire “in”, “a la page”, piene solo di “bella gente”. Ore 01.30. Arrivo insieme ad un amico. Persona di buona famiglia, di un certo livello umano e culturale. Ed anche economico. Il quale però ha avuto la pessima idea di indossare una maglietta. Non una di quelle camicie che indossano tutti, slacciata fino all’ombelico e magari pure sgualcita. Una semplice maglietta lacoste, pulita e stirata. Mentre io indosso una normalissima giacca gessata. Facciamo la fila nelle liste dei tavoli, perché un amico “che ha il tavolo” ci ha invitati. Fatto già di per sé spiacevole, perché chi ha un tavolo di solito lo ha proprio per evitare file. E questa “bella gente” che si accinge a frequentare questo locale “a la page” si comporta più o meno come una massa di clandestini a Lampedusa. Anzi, probabilmente loro si sarebbero comportati meglio. Spintoni, manate, bestemmie, frasi senza senso che volano in un’aria intorpidita da uno strato di fumo denso come il marmo. Frasi intelligentissime come “guarda che se voglio qua mi compro il locale, o, rivolta ad un ragazzo di colore, pure gentile, che sta all’ingresso, “se ci fosse Mussolini te non saresti neanche qua”. Alte elucubrazioni. D’altra parte è un locale “a la page”, dove va la classe dirigente, quelle persone chiamate a cariche di responsabilità in azienda, negli enti pubblici, nella società. Tutte orgogliosamente incelofanate dentro ad una camicia. Pressati da cotanta classe dirigente scamiciata, già i nostri umori non raggiungono le vette. Ma quando l’attesa stile “manzotin” si prolunga, schiacciati fra due ferraresi con la camicia e un non identificato produttore di bestemmie – anche lui ovviamente con una camicia stroppicciata – l’umore scende ben oltre il livello inguinale. Finalmente riusciamo ad entrare. Circondati da gente tutta uguale: donne seminude – difficile distinguere i pochi centimetri di tessuto che le distinguono – e uomini con lo stesso sorriso stampato su un viso dipinto di ocra da lunghe sedute di lampade, jeans simil-rovinati, scarpe più o meno identiche color cacca. Quelle che piacciono ai bolognesi. Superiamo faticosamente i pochi metri – dove sono però contenute centinaia di persone “a la page” infiocchettate dentro a camice sdrucite – che ci dividono dall’ingresso vero e proprio, e con i nostri bigliettini in mano ci troviamo di fronte al buttafuori dei buttafuori, il door selector, quello che deve fare la selezione di chi sta dentro e chi sta fuori. E appena il mio amico si avvicina, il Minosse lo guarda da capo a piedi, fa una smorfia da Caronte, e dice solo, toccandosi il petto: “una camicina…”. E con una manona pelosa lo allontana dall’ingresso. Scattano mille pensieri, dal “proviamo a parlarci”, al “chiamiamo qualcuno dentro”, ma prima che un pensiero incontri la realtà, pressati prima da questo, poi da quel buttafuori, ci ritroviamo sulla strada da cui eravamo entrati. Dove ci sono ancora centinaia di altre persone in camicia affiancate da ragazze seminude che attendono. E con occhio diverso vedo che questa mirabolante “bella gente” che si accinge ad entrare nel locale “a la page” mi è quasi nota. Incontro il mio piastrellista, il muratore che mi ha sistemato casa, il benzinaio da cui rifornisco la moto. Tutti rigorosamente in camicia. In fondo siamo una società meritocratica. Per appartenere alla classe dirigente, alla “bella gente” che frequenta i locali “a la page” non conta nulla cosa hai studiato, quanti soldi realmente hai, che lavoro fai, o che tipo di persona sei. Basta seguire pedissequamente i dettati della moda, la scienza dell’apparenza. Che alla fine, come diceva Oscar Wilde, “è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”. Probabilmente come le camicie di molta della bella gente che è entrata al posto nostro.

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categoria:cultura, satira, romagna, ravenna